In Affiorare, la regista Rossella Schillaci crea un’esperienza tanto disarmante quanto innovativa. Il vincitore della nuova sezione del Sguardi Altrove Women’s International Film Festival in collaborazione con l’Università di Pavia, Sguardi Expanded, è un documentario sperimentale in realtà virtuale che colloca lo spettatore non come un osservatore esterno, ma come una presenza silenziosa all’interno del fragile ecosistema di carceri e istituti di detenzione che ospitano madri con i loro figli.
La scelta di posizionare la camera a 360° all’altezza degli occhi dei bambini non è meramente estetica, ma etica. Rinuncia all’autorità distanziante dello sguardo adulto e ci invita invece ad abitare un mondo plasmato da piccoli corpi che si muovono in strutture immense.
Questa scelta prospettica diventa la tesi silenziosa del film: l’infanzia, anche quando confinata, resiste alla riduzione. Ridefinisce la detenzione non come un sistema astratto, ma come un ambiente vissuto e interpretato da coloro che non hanno alcun potere decisionale al suo interno.
L’architettura del controllo, reinventata
Il linguaggio visivo di Schillaci traccia un filo sottile ma potente che collega il modello storico del Panopticon agli spazi di detenzione contemporanei. Tuttavia, anziché presentare una critica didattica, Affiorare dissolve l’architettura in sensazione.
La rigida geometria della sorveglianza viene ammorbidita da una cinematografia immersiva e da un’animazione delicata, trasformando i freddi spazi istituzionali in qualcosa di vivibile, sebbene mai confortante.
Voci che vanno oltre le mura
Il nucleo emotivo di Affiorare risiede nelle voci dei più piccoli. I bambini non parlano con frasi preparate, ma con frammenti delle loro vite: ricordi, paure, desideri semplici. Le loro riflessioni sono segnate da una dualità: un’innocenza che persiste accanto a una precoce consapevolezza dei propri limiti.
Ciò che emerge con maggiore intensità è il loro comune desiderio del mondo esterno. Il cielo, la foresta, l’aria aperta: non sono elementi scontati della vita quotidiana, ma orizzonti lontani, quasi mitici. Nelle loro parole, la natura e la terra diventano sinonimo di libertà, mentre la prigione viene rappresentata non solo come un recinto fisico, ma come una condizione esistenziale.
Eppure, non c’è traccia di sentimentalismo esplicito nell’approccio del film. Schillaci resiste alla tentazione di inquadrare questi bambini come figure puramente tragiche. Al contrario, lascia che i loro sogni e le loro aspirazioni si presentino per quello che sono, intrisi di una quieta resilienza che complica qualsiasi interpretazione univoca della loro esperienza.
Immersione ed emersione
Il titolo del film è al tempo stesso evocativo e preciso. Entrare nel suo ambiente di realtà virtuale dà la sensazione di sprofondare sott’acqua. Il mondo si fa ovattato, rallentato, sospeso. Questa metafora dell’immersione risuona profondamente con la realtà emotiva della detenzione: uno stato in cui il tempo si dilata e il mondo esterno continua a una distanza irraggiungibile.
La scelta di Schillaci di rappresentare questo spazio come fluido e acquatico, è particolarmente suggestiva. Suggerisce non solo soffocamento, ma anche una strana, impalpabile liminalità. Le detenute, e per estensione i loro figli, esistono in una dimensione che non è né completamente separata dalla società né significativamente connessa ad essa. Sono, in ogni senso, sospesi.
Affiorare, quindi, non significa semplicemente fuggire, ma ricongiungersi a un mondo che è continuato senza di loro. Il titolo racchiude sia una speranza che un interrogativo: cosa significa riemergere e cosa ci aspetta dall’altra parte?
Un’etica immersiva dell’attenzione
Sviluppato all’interno del Venice Biennale College e sostenuto da Creative Europe Media, Affiorare esemplifica come le strutture istituzionali possano consentire un lavoro audace e socialmente urgente. Eppure il suo significato va oltre il contesto produttivo.
Ciò che Schillaci riesce a realizzare è un’etica dell’attenzione. La realtà virtuale, spesso associata allo spettacolo, viene qui riorientata verso l’intimità. Il mezzo non sopraffà, ma insiste. Chiede allo spettatore di rimanere presente, di ascoltare, di rimanere intrappolato nel disagio senza il sollievo di una conclusione narrativa.
Così facendo, Affiorare non pretende di risolvere le complessità che presenta. Piuttosto, permette loro di persistere nella mente dello spettatore, come l’eco della voce di un bambino o il ricordo di un cielo appena fuori portata.