Bolzano Film Festival

‘Capa de honras – La Cuonta de l Garotico i Bielho’: le assenze

Una grammatica del limite che dissolve i confini tra identità, tempo e appartenenza, nella visione di Rui Falcão

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Capa de honras – La Cuonta de l Garotico i Bielho, cortometraggio diretto da Rui Falcão e interpretato da Gabriel Pêra ed Emídio Falcão, è un documentario etnografico selezionato nella sezione Small Languages Doc del Bolzano Film Festival 2026. Pur nella sua durata breve, l’opera costruisce un linguaggio visivo rarefatto e contemplativo, sospeso tra osservazione documentaria e dimensione simbolica, dove la realtà si apre progressivamente a una lettura più interiore e stratificata.

Il cortometraggio travalica la dimensione narrativa per inscriversi in una sfera mitopoietica; qui, il racconto non procede per eventi ma per stratificazioni simboliche, simili a sedimenti che si depositano nelle profondità dell’essere. In questo senso, il film non si limita a rappresentare una vicenda: la scava, la disseziona, la riconduce a una dimensione originaria, in cui l’esperienza individuale si dissolve in un archetipo universale.

Archeologie del desiderio

Al centro di questa architettura simbolica si colloca Valentim, figura quasi oracolare, la cui ricerca del padre assume i contorni di una vera e propria catabasi esistenziale. Non si tratta di un movimento verso un altrove geografico, ma di una discesa nelle viscere dell’identità, come se il soggetto fosse chiamato a confrontarsi con una mancanza primordiale che precede ogni possibilità di linguaggio. Il padre, in questa prospettiva, cessa di essere un referente concreto per farsi principio regolatore dell’assenza: una presenza negativa, un vuoto generativo che struttura il desiderio e lo condanna a un’eterna incompiutezza.

A innervare questa tensione si inserisce un sottofondo acustico continuo, quasi impercettibile eppure persistente, che oscilla tra la cadenza ipnotica di una ninna nanna — eco remota di una protezione materna mai del tutto perduta — e un lamento grave e dilatato, che si prolunga come una ferita sonora. Questo doppio registro non accompagna soltanto l’azione, ma la precede e la eccede, insinuandosi nello spazio come vibrazione originaria: è il suono della mancanza, che si trasforma in impulso alla fuga, in un’inquietudine senza tregua, capace di sospingere Valentim oltre ogni possibile dimora.

Distacco e mancanza

È proprio in questa tensione irrisolta che si innesta la dimensione morale dell’opera. Il film interroga con radicalità il rapporto tra libertà e appartenenza, tra slancio e radicamento. La pulsione alla fuga che attraversa Valentim non viene mai celebrata come emancipazione, ma problematizzata nella sua ambiguità: aspirare alla libertà assoluta equivale, paradossalmente, a desiderare la propria dissoluzione. L’immagine dell’albero, evocata implicitamente, diventa così figura dialettica: simbolo di una libertà organica e vitale, ma al tempo stesso vincolata all’immobilità. Valentim anela a quella libertà, ma ne rifiuta la condizione necessaria — la radice — rivelando una frattura insanabile tra desiderio e realtà.

Ne deriva che la vera paralisi non risiede nella stasi, bensì nell’incapacità di assumere una forma, di accettare il limite come condizione ontologica dell’esistenza. La fuga perpetua si configura allora non come gesto liberatorio, ma come sospensione sterile, come rifiuto di ogni possibilità di incarnazione. Il padre, figura continuamente evocata e mai raggiunta, diventa il correlativo oggettivo di questa tensione: un telos irraggiungibile, che alimenta il movimento senza mai compiersi.

Le abitazioni della quiete

In questa traiettoria si inscrive la presenza di Justino, che emerge come risonanza coerente di quanto il film ha già suggerito. Se Valentim è spinto da un impulso centrifugo, Justino appare come colui che ha interiorizzato il ritmo della terra, trasformando la permanenza in una forma di accordo con il tempo. Egli non nega la ferita della mancanza, ma la contiene, convertendola in memoria sedimentata. In questo senso, Justino non rappresenta una negazione della fuga, bensì la sua possibile trasfigurazione: un approdo in cui il movimento si placa senza annullarsi, trovando una diversa modalità di esistenza.

L’estinzione del racconto di Rui Falcão

Dal punto di vista formale, il regista Rui Falcão adotta un linguaggio cinematografico coerente con questa impostazione. Il suo cinema si sottrae alle logiche della narrazione convenzionale per privilegiare una costruzione ellittica e rarefatta, in cui il non detto assume un peso superiore alla parola. L’uso di tempi sospesi, di inquadrature statiche e di paesaggi immutabili contribuisce a creare una temporalità quasi liturgica, che richiede allo spettatore un’esperienza contemplativa.

Falcão si inscrive in una linea di cinema etnografico e poetico, in cui il territorio non è sfondo, ma agente attivo, custode di una memoria che eccede i personaggi. La scelta di lavorare con lingue minoritarie e con una recitazione antinaturalistica rafforza questa dimensione arcaica, conferendo all’opera una qualità rituale.

Capa de honras – La Cuonta de l Garotico i Bielho si impone come una riflessione stratificata sulla condizione umana, in cui la ricerca del padre diventa metafora di un desiderio più ampio: conciliare libertà e appartenenza, movimento e radice. Un equilibrio che il film non risolve, ma espone nella sua irriducibile complessità, lasciando che quel canto sommesso — sospeso tra culla e lamento — continui a vibrare oltre la fine della visione.

 

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