Presentato al Bolzano Film Festival, Umkreis Des Paradieses, scritto e diretto dalla regista russa Yulia Lokshina, si muove su un terreno ambiguo, sfuggente, volutamente frammentario. Non costruisce una narrazione lineare né offre appigli immediati allo spettatore. Piuttosto, accumula immagini, suggestioni, frammenti di vite che si intrecciano senza mai trovare una vera sintesi. Siamo a Caazapá, in Paraguay, terra di incantesimi e amuleti, dove realtà e leggenda sembrano convivere sullo stesso piano.
Im Umkreis Des Paradieses: l’intreccio tra leggenda e utopia
In questa zona del Paraguay sta prendendo forma il progetto Paraiso Verde, una vasta area in espansione destinata ad accogliere cittadini europei in fuga. Tedeschi, austriaci, persone che cercano una nuova vita lontano da quella realtà europea troppo oppressiva ai loro occhi: tra paure economiche, derive complottiste e il desiderio di una libertà assoluta. In parallelo, il film segue le vicende di due giovani del posto, impegnati in un corso per diventare guide turistiche. Il loro sguardo è l’unico possibile punto di contatto con la realtà autoctona: una vera finestra sul cortile paraguayano per risaltare il contrasto con le mire europee.
La regia sceglie un approccio minimale, privo di virtuosismi. Nessuna introduzione, nessuna spiegazione: lo spettatore viene catapultato direttamente dentro quella doppia narrazione. Ci ritroviamo costretti a un orientamento in solitaria, nei meandri di un racconto che procede per accumulo più che per sviluppo. Le due linee narrative, quella dei giovani e quella del progetto Paraiso Verde, si intrecciano senza mai fondersi davvero, restando sospese in un equilibrio instabile. Si sfiorano grazie alla figura di Kai, giovane tedesco, che gioca il ruolo di fragile anello di congiunzione tra le due vicende, aumentando al tempo stesso la percezione di un divario. Ma è proprio in questa frammentazione che emerge il cuore del film.
Un paradiso tra illusioni e incantesimi
Il “paradiso” evocato dal titolo non è solo un luogo, ma un’idea. Un’illusione costruita su paure e desideri di libertà. Gli europei che arrivano in Paraguay cercano uno spazio incontaminato, una comunità autosufficiente, quasi utopica. Un ritorno a una purezza perduta, che sembra voler ripercorrere percorsi già battuti: richiama, infatti, l’esperimento storico della Nueva Germania, il tentativo ottocentesco di fondare una colonia teutonica in Sud America. Eppure, sotto questa superficie, si insinua un’inquietudine sottile.
La leggenda locale di Yasy Yateré, figura bionda dagli occhi azzurri che attira i bambini nella foresta per poi rivelare la propria natura: il cuculo. Diventa una chiave di lettura carica di simbolismo. Noto come uccello parassitario che depone le proprie uova nei nidi altrui, nello stesso modo questo nuovo flusso migratorio europeo sembra insinuarsi in un territorio che non gli appartiene, ridefinendone equilibri e significati.
Il film non esplicita mai questo parallelo, non lo dichiara, ma il suggerimento emerge con chiarezza. Lo lascia emergere lentamente, si lascia interpretare senza mai esporsi. Questa pellicola non è un messaggio da comprendere, ma una codice da interpretare. Allo stesso modo, le convinzioni dei nuovi arrivati, dalla diffidenza verso i vaccini all’idea di un corpo umano potenzialmente immortale, contribuiscono a far percepire una realtà alternativa, quasi sospesa, che si distacca progressivamente da quella concreta.
Dal rifiuto al fascino, attraverso la riflessione
Im Umkreis Des Paradieses è quindi un documentario difficile, volutamente irrisolto, alla pari di quel progetto paradisiaco. Non offre una trama nel senso tradizionale, né una conclusione. Si limita a osservare, a registrare, a suggerire. Ed è proprio questa scelta che può risultare tanto affascinante in un secondo momento, quanto respingente a prima vista. Perché se da un lato la frammentazione del racconto restituisce la complessità di questo “paradiso” in costruzione, dall’altro rischia di lasciare lo spettatore privo di una vera direzione, disperso in un intreccio che non sempre si presenta coeso. Ma forse è proprio questo il punto. Il paradiso, qui, non è un luogo da raggiungere, ma un interrogativo su cui riflettere.