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‘Hannah Takes the Stairs’ e l’ascesa di Greta Gerwig nella scena americana
I turbamenti sentimentali di Hannah e la sua ricerca della relazione perfetta
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2 settimane agoon
È il 2007 quando Joe Swanberg realizza, circondato dagli amici, Hannah Takes the Stairs. Un nuovo importante tassello va a comporre la scena indie americana di inizio millennio e ci regala il primo ruolo da autentica protagonista di Greta Gerwig. Oggi il film è disponibile su Mubi.
I tormenti dei Millennials
Hannah, Greta Gerwig, sta con Mike, Mark Duplass (Puffy Chair; Cyrus; Who Lives at Home) ma non è del tutto convinta. Siamo nei primi anni del 2000 a Chicago. Si è appena laureata, vivacchia in cerca di una direzione e frequenta la redazione di un giornale insieme ad altri suoi coetanei. È vitale, esuberante, sempre allegra e pronta a stupirsi, ma soprattutto sente che il futuro è ancora una tela bianca da dipingere. Mike invece ha già deciso. Si è licenziato, non vuole fare niente, per ora il suo obiettivo è passare il tempo senza fare “professionalmente nessuna professione”, è felice se va in spiaggia, si diverte e può passare ore con la sua ragazza.
Quando è in redazione, Hannah passa le ore con Paul, Andrew Bujalski (Funny Ha Ha, Mutual Appreciation; Support the Girls) e Matt, Kent Osborne (collaboratore abituale di Swanberg): due nerd dalla chiacchiera facile e veloce. Al primo è stata offerta l’occasione di trasformare il suo blog in un romanzo, l’altro è un trombettista per hobby che dedica molto tempo al lavoro di redazione e cerca di non ricadere in un passato fatto di depressione e isolamento.
La trama si arricchisce di altri ventenni che entrano ed escono dalle scene che Hannah compone intorno a sé. Tutti sono presi allo stesso modo dalla ricerca di un futuro magnifico e progressivo: il presente li tormenta ma sentono che la creatività rappresenta l’arma vincente per imporsi.
La scena americana dei primi anni duemila
Duplass, Osborne, Bujalski e ovviamente lo stesso Joe Swanberg sono nomi di spicco di quel cinema indipendente americano che ha spopolato a inizio secolo e che il montatore Eric Masunaga definì durante il Festival South by Southwest, “mumblecore“, letteralmente nucleo mormorante, che ha visto il suo periodo di ascesa e di massimo splendore tra il 2000 e il 2010. Si tratta di un cinema caratterizzato da produzioni a bassissimo budget, realizzate perlopiù da ventenni in situazioni domestiche e cittadine. Nei mumblecore si parla di se stessi e lo si fa senza limiti. Temi prediletti sono l’amore, l’amicizia, la creatività e il lavoro. Ci si confronta continuamente e lo si fa borbottando (to mumble) ininterrottamente su problemi che sembrano insormontabili.
Hannah Takes the Stairs è importante nella letteratura mumblecore perché, oltre che affermarne la poetica, ha il merito di offrire il ruolo di protagonista all’astro nascente Greta Gerwig.
Gerwing, americana di origine tedesche, studia cinema e frequenta la ricca scena culturale della East Coast. Swanberg la vuole nel 2006 in una piccola parte del suo film Lol. Ella brucia rapidamente le tappe, diviene sceneggiatrice e si cuce addosso il ruolo della protagonista Hannah. Negli anni successivi recita e scrive continuamente. Conosce Noah Baumbach, lavora con lui ne Lo Stravagante Mondo di Greenberg (2010), ne diviene moglie, e due anni dopo realizza il mumblecore più importante, quello che consacra il genere e probabilmente lo conclude, Frances Ha. Oggi Gerwig è la più influente cineasta del gruppo e una delle più importanti della scena cinematografica mondiale: Lady Bird (2017), Piccole Donne (2019) e Barbie (2023) le hanno consegnato premi, riconoscimenti e apprezzamenti.
Le direzioni sentimentali di Hannah
Hannah Takes the Stairs, a dispetto del titolo che allude a una dimensione verticale, è una sorta di romanzo di formazione orizzontale. La protagonista fa esperienze, cerca di evolvere ma in realtà rimane sempre la stessa. Tra il primo e il secondo fidanzato confessa all’amica «volevo essere quella sempre divertente, ma non ci riesco con lui» e non ci riuscirà nemmeno con i partner successivi. In un dialogo emblematico recita:
«Credi che dovrei lasciarlo?
Non lo so, sei tu che devi decidere.
Non so farlo, puoi sceglierlo te.»
Tra sprazzi di gioia, delusione e ripensamenti Hannah borbotta con tutti. Comunica con le parole ma anche con il linguaggio del corpo. Swanberg ci mette del suo e si diverte a muovere coreograficamente i personaggi facendoli spostare sui divani a seconda di come si muovono i sentimenti: a volte Hannah è in mezzo, a volte si siede lontana, piccoli posizionamenti, movimenti sussurrati, ma estremamente significativi perché disegnano e anticipano i turbamenti sentimentali che stanno arrivando.
L’utilizzo dei costumi di scena segue le stesse logiche dei movimenti. Ogni amante è una visione del mondo diversa per cui Hannah non può fare a meno di trasformarsi: con il primo fidanzato, che è scanzonato e poco serio, mette e toglie la maschera da immersioni; con il secondo, più intellettuale e ligio, si lancia indossando camicie improbabili ora a quadretti ora a righe; con il terzo, che ancora non ha una sua dimensione definita, torna alle magliette. Appena può Hannah si spoglia e assume quello che forse è il suo modo d’essere più naturale, libero e senza schemi.
Il film è punteggiato scenicamente in alcuni luoghi deputati che ricorrono in tutte le fasi della storia. La redazione con le sue poltrone è l’interno dove si annunciano le trame. I divanetti di casa sono invece gli spazi collettivi dove si snodano le vicende. La vasca da bagno è lo spazio intimo dove Hannah si confronta direttamente con i partner. La fermata dell’autobus invece è lo spazio personale dove la protagonista, da sola, reindirizza la propria vita.
Critica e accoglienza
Hannah Takes the Stairs gioiosamente si nutre e si arricchisce dello scarso budget a disposizione. I dialoghi sono naturali e diretti. Gli sfondi sono arrangiati: gli interni sono evidentemente spazi domestici particolarmente angusti, gli esterni sono quello che si trova senza grande ambizione. La fotografia, in alta definizione, sgrana e rende talvolta fredda l’immagine esplodendo i difetti dei corpi nella loro cruda realtà. Il filo logico degli eventi quasi mai è classicamente corretto, ci sono per esempio pause nella storia non ben definite. Il risentimento, l’intrigo, le gelosie, temi inevitabili in un classico triangolo amoroso, sono trattati quasi con distacco, come se non fossero così importanti.
Ciononostante l’impressione di Hannah Takes the Stairs non può essere negativa. Il film intatti si offre pulito e onesto, istintivamente autentico. Quando i protagonisti parlano di salute mentale e di malessere sono assolutamente credibili. Sono giovani e sono alle prese con tutte le difficoltà che ci sono quando si cerca di mettere insieme l’impegno per il lavoro, l’attività artistica creativa e le relazioni interpersonali.
Molta critica ha sottolineato gli elementi negativi stroncando il film. Il pubblico stesso non è stato particolarmente generoso all’uscita delle sale. Ma questa è la cifra stilistica di Swanberg e del movimento mumblecore. La storia alla fine ha dato ragione a molti di loro.