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‘Homeward bound’ intervista con Kim Dae-hwan

Film di chiusura del Florence Korea Film Fest 2026

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Homeward Bound di Kim Dae-hwan è il film di chiusura della 24esima edizione del Florence Korea Film Fest. Un dramma familiare che ruota intorno a tre coppie, diverse eppure molto simili. Ospite alla kermesse il regista, che ha spiegato com’è nato il film e com’è stato costruito.

Nella cornice del festival abbiamo fatto alcune domande a Kim Dae-hwan.

– Foto di copertina di Daria Ivleva –

Kim Dae-hwan e il suo Homeward Bound

Com’è nata l’idea del film?

Questo che presento al festival è il mio terzo lavoro. Il primo era End of Winter e se dovessimo individuare delle parole chiave per il film potrebbero essere famiglia, padre e la stagione invernale. Il secondo era, invece, The First Lap e come parole chiave ha famiglia, la nostra generazione, l’autunno e la parola matrimonio. Il terzo lavoro, quello che presento quest’anno ha come parole chiave ancora una volta famiglia, madre e soprattutto un nuovo inizio coniugale.

Quindi c’è una vera e propria evoluzione. Questo film è come se rappresentasse estate/primavera, anche grazie ai colori che vengono utilizzati.

Credo che sia il risultato di una ricerca che ho fatto in questa direzione. Se vado a vedere i miei lavori precedenti che ho citato e che, insieme a questo, rappresentano una trilogia e che ritengo essere dei film per famiglie, posso notare che ho cercato di focalizzarmi anche al territorio perché ci sono queste diverse città, ma soprattutto alla stagionalità. In questo caso ho cercato di renderlo anche dal punto di vista visivo. Se questa intenzione è passata sono contento.

Foto di Daria Ivleva

Famiglia e figure femminili

Mi collego alla parola che accomuna tutti questi film, quella di famiglia. Sicuramente è un tema importante in questo film, insieme alla presenza femminile, perché ci sono tante donne che sono davvero al centro della scena. Cosa ti ha portato a scegliere delle figure femminili come centrali e cruciali nel tuo film? E il fatto di porle al centro può rendere il film più all’avanguardia, più in linea con i tempi?

Questo film inizia con, al centro, una madre e ho pensato subito che una storia vista e rivista che riguarda la figura di una madre sarebbe stata molto normale non ci sarebbe stato neanche bisogno di raccontarne ancora. Quindi sono andato a cercare dei temi e delle storie che potessero non essere le solite e ho indagato su quello che significa risposarsi e ricercare una nuova relazione in base a questa situazione. In questo anni 20 del 2000 possiamo ritenere la Corea del Sud sia una nazione piuttosto sviluppata, ma, nonostante questo, ci sono ancora tanti punti di stasi, tanti elementi, situazioni e condizioni che non stanno andando avanti.

Una mia speranza è quella di poter instaurare un dialogo e far vedere al pubblico che ci sono anche questo tipo di realtà, queste persone che vanno avanti con la propria condizione, la situazione e soprattutto far riflettere riguardo l’identità e l’orientamento sessuale. Vorrei far vedere che noi tutti coesistiamo.

Credo che, attraverso il macrotema della famiglia, il film permetta di far partire tante tematiche attuali che ci sono ovunque, che riguardano chiunque e sono sia positive che negative. Il film, infatti, è sia un dramma che una commedia, non ha un genere definito questo film, anzi hai giocato molto sui generi, mescolandoli tra loro.

Non penso che ci sia bisogno di incasellare ed etichettarlo in un genere soltanto. Ho semplicemente pensato che fosse interessante trattare queste diverse relazioni, questi diversi punti ed elementi.

Penso che per i diretti interessati la situazione sia serissima, però il pubblico magari non approccia così la storia ed è anche divertente, fa ridere la situazione in cui si ritrovano. Per questo ho pensato che fosse un elemento molto interessante da trattare, anche perché dentro il concetto di famiglia si possono trattare diversi temi, quali la differenza generazionale oppure anche l’argomento dei generi e ho pensato che fossero perfetti per essere trattati cinematograficamente.

I personaggi e gli attori

Alla luce di questo volevo chiederti come hai lavorato con i personaggi, nel senso di come li hai costruiti perché sono sei protagonisti, ma sono anche tre coppie legate tra loro, diverse e allo stesso tempo uguali?

Essendo il punto di partenza il nuovo matrimonio della madre e non essendo normale nel senso di tradizionale, ho pensato quale potrebbe essere una persona che può sentirsi a disagio in questa circostanza? E mi è venuto in mente il personaggio del padre della ragazza. Si tratta di una figura che si può vedere molto facilmente in Corea, sia per principi religiosi, sia per un retaggio del patriarcato. E poi sono andato a collegarmi a lui con la domanda Com’è allora la moglie di un uomo del genere?

In realtà penso che sia stato tutto un susseguirsi, per esempio con la figlia che, però, sembrerebbe essere anche più matura sotto questo punto di vista. Insomma è stato tutto un susseguirsi di immaginazioni e spunti.

Foto di Daria Ivleva

Invece con gli attori come hai lavorato? Hai dato delle indicazioni precise? Soprattutto considerando che al centro del film ci sono diversi segreti, più o meno positivi o negativi, più o meno nascosti, e, quindi, hanno lavorato con le espressioni, forse più che con le parole.

Sinceramente non credo di aver fatto niente di che come regista. Dal punto di vista della regia, quello che ho potuto fare io è stato instaurare tante conversazioni, tanti dialoghi con gli attori prima delle riprese, partendo sia da argomenti personali fino a parlare anche di questioni sociali del momento, perché credo che avvicinarsi alle persone con i dialoghi sia molto importante. Anche perché io non posso pretendere di andare a costruire un certo tipo di recitazione sul set, non è una cosa di cui se ne può occupare il regista. Bisogna avere la fortuna di incontrare degli attori preparati, che sappiano portare la loro espressività artistica e attoriale sul set.

Kim Dae-hwan e la sceneggiatura

Non posso non chiederti del tuo lavoro di sceneggiatore. Sei tra gli sceneggiatori di Parasite. Com’è stato lavorare con Bong Joon-ho per un film come quello? Ti ha influenzato nel realizzare questo film che in qualche modo è un dramma familiare come Parasite?

Lavorare alla realizzazione di Parasite è stato davvero molto interessante. In realtà la versione che avete visto voi nelle sale ha già un tono molto più contenuto perché quando l’ho ricevuto io era davvero molto terrificante, terribile e pauroso. Sono rimasto molto colpito da modo in cui il regista è riuscito a renderlo comunque molto comico e leggero in alcuni aspetti. Per chi lo conosce e lo segue, anche tramite interviste, è una persona molto simpatica, che fa ridere, è spiritoso e quindi fa ancora più riflettere questa cosa.

Io personalmente non ho inserito scene che siano un omaggio, però indubbiamente nutro davvero un profondo rispetto nei suoi confronti, anche perché è un autore che tratta un genere molto affascinante. Posso dire che porto sempre con me quel senso di voler imparare da lui e di ricevere sempre degli insegnamenti.

Sono Veronica e qui puoi trovare altri miei articoli

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