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‘Aurora Giovinazzo’: tra fragilità e forza, crescere attraverso il cinema
Aurora Giovinazzo: un ritratto sincero tra cinema e vita
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4 ore agoon
Aurora Giovinazzo ha qualcosa di profondamente autentico e un’energia contagiosa. In un solo sguardo incarna il cinema dal volto umano, con quel sorriso genuino che nasconde tutta la sua fragilità e quel senso di inadeguatezza che si porta dietro da tempo. Una personalità densa che racchiude un mondo immenso e sfaccettato. Ha un modo di stare al mondo che somiglia molto al suo modo di recitare: istintivo, inquieto, profondamente autentico. A Cortinametraggio arriva in veste di giurata, con l’attenzione curiosa di chi osserva più che giudicare. È lì, tra i giovani autori e le storie ancora in costruzione, che il suo modo di stare nel cinema si definisce ancora meglio. Dopo l’esordio potente in Freaks Out, Aurora ha continuato a scegliere personaggi complessi, spesso scomodi, sempre attraversati con una sincerità rara. Per lei recitare non è mai solo interpretare: è entrare, capire, restare. E mentre racconta il suo percorso tra slanci, paure e una costante esigenza di mettersi in discussione, si intuisce che il punto non è arrivare. Ma continuare a cercare. Sempre.
A Cortinametraggio in veste di giurata. Che consigli può dare ai ragazzi che oggi si avvicinano al mondo del cinema attraverso i cortometraggi e cosa cerca in questi lavori?
La novità. Per me il cortometraggio è anche questo: uno spazio di continua scoperta. Oggi la maggior parte degli autori è giovane, ed è una cosa bellissima, perché porta con sé un’energia diversa, un movimento fresco, capace persino di mettere in discussione regole del cinema che ormai sembravano troppo rigide. Questa libertà mi affascina profondamente. Allo stesso tempo, però, è un percorso che richiede grande pazienza e forza. È un settore che può mettere a dura prova: non va né sottovalutato né idealizzato. Non si può pretendere tutto e subito. È una strada lenta, fatta di tentativi, in cui a volte serve anche un pizzico di fortuna, ma in molti casi è molto più impegnativa di quanto si immagini. Ho molti amici che si sono avvicinati da poco a questo mondo e spesso pensano di ottenere risultati immediati, o che sia più semplice di quanto sia in realtà. Ma non è così: è un percorso complesso, pieno di ostacoli, che richiede consapevolezza, costanza e dedizione.
Ph. Leonardo Puccini
Freaks Out ha rappresentato un punto di svolta per il cinema di genere italiano. Che responsabilità ha sentito nel far parte di questo progetto?
Più che altro ho sentito il peso della mia età: ero la più giovane e avevo la sensazione di dover lavorare il triplo per trovare il mio posto all’interno di un gruppo di attori già affermati. Mi sentivo, in qualche modo, fuori posto. Nonostante il mio ruolo fosse importante, ho vissuto il set con una certa ansia. Era il mio primo film da protagonista, diretta da un regista come Gabriele Mainetti, su un set grande, con ritmi di lavoro molto intensi. La responsabilità era enorme: da una parte c’era la storia da raccontare, dall’altra la necessità di essere credibile. Avevo appena 15 o 16 anni, e sentivo tutto questo peso in modo molto forte. È stata una sfida importante, ma anche un’esperienza che mi ha fatta crescere tantissimo.
Il film ha avuto anche una forte risonanza internazionale: in che modo questa esperienza ha cambiato il suo modo di vedere il lavoro?
Su quel set è cambiato tutto. È stato lì che ho capito davvero che volevo fare questo lavoro. Prima lo vivevo soprattutto come un divertimento: conoscevo già l’ambiente, ma non ne avevo ancora colto fino in fondo il significato. In quell’esperienza ho scoperto cosa vuol dire davvero stare su un set: la fatica, l’emozione, ma anche il dolore che a volte questo lavoro comporta. È stato un passaggio importante, perché da quel momento ho iniziato a viverlo con una consapevolezza diversa, con più serietà e senso di responsabilità. Fortunatamente il mio percorso, fino ad oggi, è stato positivo, e per questo mi sento profondamente grata. Quando mi chiedono cosa desidero per il futuro, rispondo sempre allo stesso modo: continuare così. Ed è già, di per sé, una grande fortuna.
I suoi personaggi sono spesso alla ricerca di un’identità: è qualcosa che sente di vivere anche nella sua vita?
Credo di aver iniziato a capire davvero chi sono fuori dal set quando ho conosciuto il mio attuale compagno. È stato un incontro importante, che mi ha aiutata a ritrovarmi. Prima, forse anche per l’età – oggi ho 24 anni – tendevo ad assorbire molto dai personaggi che interpretavo: osservavo, prendevo spunti, cercavo continuamente di migliorarmi attraverso di loro. Con il tempo, anche grazie a Fabio, ho iniziato a distinguere di più tra me e i miei ruoli, a riconoscere la mia identità in modo più consapevole e autentico.
I suoi lavori spaziano tra cinema d’autore e produzioni seriali: come sceglie i progetti a cui partecipare?
Mi affido molto alla mia agente, che ha più esperienza di me e mi guida nelle scelte. Allo stesso tempo, però, ciò che mi colpisce davvero è sempre la sceneggiatura: come è scritta e cosa ha da raccontare. Valutiamo ogni proposta insieme e, se sentiamo che il progetto ha qualcosa di forte, allora decidiamo di affrontarlo. È un vero lavoro di squadra: mi fido profondamente delle persone che lavorano con me. L’istinto è importante, ma credo sia fondamentale anche saper ascoltare chi ha uno sguardo più esperto.
Come vede oggi l’evoluzione del ruolo femminile nel cinema italiano contemporaneo?
Credo che stiamo attraversando un momento molto positivo. Oggi i ruoli femminili sono più numerosi, ma soprattutto più complessi e stratificati. Non siamo più soltanto “la compagna di” o “la figlia di”: i personaggi femminili hanno finalmente uno spessore maggiore, una loro identità e offrono molte più possibilità espressive. È un cambiamento importante, che si riflette anche nello sguardo di alcuni registi. Penso, ad esempio, a Gabriele Mainetti, che valorizza profondamente le figure femminili, dando loro forza, spazio e centralità. Questo mi entusiasma, perché significa che il cinema sta iniziando a raccontare le donne in modo più autentico e completo.
Ha lavorato con diversi registi. Cosa ha imparato da loro?
Tantissime cose. Osservo molto: la professionalità, la sensibilità, la serietà con cui affrontano le scene, ma anche il rispetto e la passione che mettono nel lavoro. Ogni regista ha un modo diverso di stare sul set, e da ognuno si impara qualcosa. Con Gabriele Mainetti, ad esempio, ho imparato il valore della “scomodità”: sul set non bisogna cercare il comfort, perché la vita stessa è scomoda. Questa idea è diventata, in parte, anche la mia filosofia. Poi c’è Michele Placido: ricordo ancora il modo in cui mi parlava, con quell’aria quasi da professore. Ho lavorato con lui un paio d’anni fa e, quando doveva dirmi qualcosa, mi prendeva sempre da parte, con una calma interiore incredibile. Noi attori lavoriamo con le emozioni, e basta poco per portarci dietro tensioni anche sul set. Lui, invece, manteneva sempre un equilibrio straordinario: anche quando qualcosa non funzionava, restava pacato. Questo ti permetteva di affrontare il lavoro con un atteggiamento completamente diverso, molto più lucido. Da altri registi, invece, ho imparato la leggerezza: la capacità di creare un ambiente sereno anche nei momenti più difficili, e l’importanza della chiarezza e della calma nel comunicare con gli attori.
C’è un ruolo a cui è particolarmente legata?
Sono legata a tutti i personaggi che ho interpretato, ma Matilde di Freaks Out occupa un posto speciale: sono cresciuta insieme a lei. Avevo quindici anni quando ho iniziato, e quel film mi ha accompagnata per quasi un anno. È stato un vero percorso di crescita, sia personale che professionale. Attraverso Matilde ho scoperto un lato di me più dolce, che non pensavo di avere, e quella scoperta la porto ancora oggi con me, in modo molto forte. Un altro personaggio a cui sono profondamente affezionata è Beba in Una madre, di Stefano Chiantini. È una figura complessa: delicata ma allo stesso tempo incredibilmente forte. È una ragazza che lotta ogni giorno per sopravvivere e costruirsi una vita dignitosa, nonostante condizioni economiche molto difficili. Vive in una roulotte con una madre che ha problemi di alcol, e deve arrangiarsi da sola: svegliarsi presto, cercare lavoro, prendersi cura di entrambe. È una realtà dura, segnata dalla precarietà. A un certo punto si trova ad affrontare una scelta profondamente dolorosa, quella dell’aborto, perché non vuole mettere al mondo un figlio destinato a vivere le stesse difficoltà. Da lì nasce un percorso interiore complesso, fatto di sensi di colpa, domande, fragilità, ma anche di una grande sensibilità, soprattutto per una ragazza così giovane. Nel film vengono raccontati diversi modi di essere madri e, in modo quasi paradossale, proprio chi non è madre finisce per incarnare la forma più autentica di maternità. Vivere questo personaggio è stato molto impegnativo dal punto di vista emotivo, a tratti anche doloroso. Stefano Chiantini ha affrontato il tema con una sensibilità straordinaria, con uno sguardo quasi femminile, pur essendo un uomo. È un regista estremamente delicato, e forse è proprio questo a rendere tutto ancora più interessante: raccontare un personaggio femminile attraverso uno sguardo diverso permette di cogliere nuove sfumature e prospettive sull’universo femminile.
Nonostante la sua giovane età, le capita mai di attraversare momenti di dubbio o difficoltà nel suo percorso?
In realtà sì, e succede più spesso di quanto si possa immaginare. Sono una persona che tende molto a mettersi in discussione, forse anche troppo. Ci sono momenti in cui mi sento piccola, fragile. Sono molto autocritica e, a volte, questa cosa mi porta ad avere paura di dovermi accontentare. Eppure non è sempre stato così: prima avevo un atteggiamento più combattivo, avevo una grande fame, la voglia di conquistare tutto. Oggi, invece, ci sono fasi più complesse, soprattutto quando si accumulano tante cose, a livello emotivo o lavorativo. Credo però che questa faccia parte del mio carattere. È la stessa spinta che, quando ballavo, mi portava a dare sempre il massimo. In fondo, l’autocritica può essere anche uno stimolo, ma bisogna imparare a gestirla, a darle il giusto peso. Ho capito anche quanto sia importante lo sguardo degli altri: da sola rischio di essere troppo severa con me stessa. Le persone che abbiamo accanto sono fondamentali, perché ci aiutano a crescere, ci sostengono. Non sempre si riesce ad andare avanti da soli, e va bene così.
Se chi guarda un suo film potesse portare con sé una sola emozione, quale vorrebbe che fosse?
Interpretare personaggi diversi significa, per me, attraversare ogni volta emozioni nuove, e credo che ognuno di loro possa lasciare qualcosa di unico in chi guarda. Ma se dovessi scegliere, vorrei che fosse l’empatia. Alla base di tutto, infatti, c’è una verità che cerchiamo di raccontare. E perché questa verità arrivi davvero, il pubblico deve riuscire a mettersi nei panni del personaggio, a sentirlo vicino, anche quando è distante da sé. A volte alcuni film non vengono compresi fino in fondo, forse perché manca proprio questo: la disponibilità a entrare davvero nella storia. Si tende a preferire racconti più leggeri, ma il cinema è anche profondità, complessità, e persino la commedia nasce dal dramma. Per questo sento che il cuore del mio lavoro sia proprio creare un ponte tra il personaggio e chi guarda. Anche nei personaggi più difficili, persino nei “cattivi”, c’è sempre qualcosa da comprendere. E se il pubblico esce da un film con un’emozione autentica, con uno sguardo un po’ più aperto verso gli altri, allora significa che quel ponte si è creato. Ed è questo, in fondo, ciò che desidero.
Il suo ultimo film è Prendiamoci una pausa: nella vita, lei riesce davvero a concedersela ogni tanto?
Se devo essere sincera, non è così semplice. Sono sempre stata una persona molto attiva, abituata a stare in movimento continuo. Da quando non ballo più ho sicuramente più momenti di pausa, e da un lato è anche bello. Dall’altro, però, sento che mi manca qualcosa. A volte mi ritrovo sul divano e mi chiedo: “E adesso cosa faccio?”. Non sono abituata a stare ferma. Allo stesso tempo, però, sto imparando che la pausa è necessaria: è uno spazio sano, che permette di ritrovare equilibrio e ricaricare le energie.
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