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‘La Montagna Sacra’ un film immortale
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Sandra PigaColoratissimo e surreale, un film che punta alla ricerca dell’irraggiungibile. Con le sue inquadrature sensazionali e simmetrie spirituali, Alejandro Jodoroswky guida lo spettatore in un viaggio iniziatico alla scoperta del sacro, a braccetto col grottesco, in una danza psichedelica da capogiro, in cui il simbolismo che permea le immagini visionarie si imprime a fuoco nella mente. Un film unico, senza precedenti, né eredi degni di nota.
In un mondo corrotto e alimentato dall’avidità dell’essere umano, un uomo che ricorda il Cristo incontra un potente alchimista che guiderà lui e le persone più potenti della terra verso la Montagna Sacra, dove sperano di ottenere l’immortalità.
Difficile da incasellare in un genere, La Montagna Sacra è un film di culto tra gli appassionati di cinema. Una pellicola che divide il pubblico sin dalla sua uscita in anteprima al Festival di Cannes del 1973: c’è chi lo ha amato dal primo minuto ritenendolo un film eccezionale dal retrogusto felliniano; chi invece lo ha trovato scioccante, sconclusionato, difficile da seguire. Un’opera inscindibile dal suo autore Alejandro Jodorowsky che lo ha scritto, diretto, interpretato e si è occupato personalmente delle scenografie, della musica, dei costumi e della produzione.
Indubbiamente si tratta di una pellicola carica di elementi bizzarri, che a una prima visione risultano spiazzanti, ma è un film che dà ancora modo di discutere dopo oltre cinquant’anni dalla sua realizzazione. L’opera ha avuto un effetto sul panorama cinematografico dell’epoca e la sua influenza risuona tuttora. Attualmente è possibile vederlo in italiano sulla piattaforma Amazon Prime Video.
Chi è Alejandro Jodorowsky?
Regista, drammaturgo, attore, mimo, scrittore di fumetti, terapeuta, poeta, tarologo, creatore della psicomagia. Un personaggio unico nel suo genere, la cui vita stessa è piena di aneddoti e vicende assurde, non dissimile dalle sue narrazioni cinematografiche.
Alejandro Jodorowsky nasce nel 1929 a Tocopilla in Cile, da genitori di origini ebraico-ucraine. Il padre, il commerciante Jaime Jodorowsky, viene ricordato dal figlio come una figura traumatica, un uomo duro e autoritario che disprezzava qualsiasi forma di espressione artistica. All’età di nove anni, Alejandro si trasferisce con la famiglia a Santiago ed è lì che scopre la poesia, il suo grande amore. In quel Cile, all’epoca traboccante di poesia, Jodorowsky vi si immerge totalmente e in essa trova più che una via di espressione artistica, un vero e proprio stile di vita.
“A volte mi diverto a immaginare che siamo noi a scegliere il nostro destino, e che nulla di ciò che accade è frutto della casualità. Quindi, se la casualità non esiste, tutto ha un senso. Nel mio caso, è il mio incontro con la poesia a giustificare il fatto di essere nato in Cile”
Durante gli anni ‘50, grazie agli atti poetici che Alejandro compiva insieme ai suoi amici, emergono le prime avvisaglie di una forma d’arte che sconfina nella realtà, rendendola surreale. Gli atti poetici avevano la forma di vere e proprie performance, che assumeranno un carattere più delineato quando, nel 1953 Jodorowsky si trasferisce a Parigi, dove diventa assistente e allievo del mimo Marcel Marceau. A Parigi frequenta il movimento surrealista e incontra due personaggi che saranno fondamentali per la sua carriera: il poeta Fernando Arrabal e il disegnatore Roland Topor coi quali fonda il Movimento Panico nel 1962.
Col teatro panico Jodorowsky realizza delle opere che mettono in scena delle situazioni a dir poco oniriche, surreali, in cui i personaggi che compiono le azioni sono persone che si sono rivolte a lui in cerca d’aiuto. Persone che necessitano di sbloccarsi da qualcosa che le tiene prigioniere, che le fa stare male: il teatro di Jodorowsky diventa una forma di guarigione, di terapia che utilizza il linguaggio dell’inconscio per risolvere qualcosa al suo interno. Da questa intuizione nascerà in seguito una vera e propria forma di terapia “panica” soprannominata Psicomagia. Si tratta di una forma di terapia che si basa sull’esecuzione di atti “psicomagici” prescritti da Jodorowsky il quale, dopo un attento ascolto delle problematiche della persona, individua delle azioni all’apparenza bizzarre che agiscono direttamente sull’inconscio della persona con ottimi risultati.
Jodorowsky sul grande schermo
Il passaggio dal teatro al cinema avvenne con l’esordio Fando y Lis del 1968: Fando, un ragazzo impotente e Lis, la sua fidanzata paralitica, sono alla ricerca della mitica città di Tar. Il film affronta il tema del viaggio, non solo esteriore ma soprattutto interiore, inteso nella sua accezione di viaggio spirituale. Venne presentato all’Acapulco Film Festival, dove le scene di violenza e la componente surrealista non piacquero al punto da scatenare una rivolta da parte del pubblico, che arrivò a minacciare il regista. Il film fu proibito in Messico. Grazie allo scandalo però, Jodorowsky si guadagnò la reputazione di regista provocatore e anticonformista.
Raggiunse una certa notorietà in seguito con il suo secondo film: El Topo (1970), un western acido e allegorico che racconta di un misterioso pistolero che incontra una moltitudine di personaggi bizzarri nel suo cammino in un paesaggio mistico. Il film divenne un fenomeno di culto nell’underground e arrivò a moltissimi spettatori tra i quali John Lennon che fu colpito al punto da assicurare a Jodorowsky i fondi per realizzare la sua terza pellicola: La montagna Sacra.
In seguito a quello che verrà ricordato spesso come il suo capolavoro, Jodorowsky ottiene i diritti per la trasposizione cinematografica del romanzo di fantascienza Dune di Frank Herbert. Il film non venne mai realizzato eppure, paradossalmente, ha avuto una rilevanza enorme nel mondo del cinema e dell’arte, il suo fantasma si è aggirato per le case di produzione di Hollywood influenzando la realizzazione di numerosi film. Il destino di questo ambizioso progetto che non vide mai la luce, viene raccontato nel documentario Jodorowsky’s Dune di Frank Pavich del 2013.
Nel 1989 realizza Santa Sangre: film oscuro, drammatico e cruento ambientato in un circo. Racconta la storia di Fenix, un bambino traumatizzato dai genitori e del suo rapporto con la madre senza braccia. Una trama dai tratti horror e psicoanalitici, meno apprezzato dalla critica e dal pubblico rispetto alle pellicole precedenti.
Alejandro Jodorowsky è un personaggio poliedrico che ha contribuito a dare la sua impronta inconfondibile in numerosi ambiti dell’arte: dalla poesia al teatro, dall’arte della guarigione psicomagica alla sua Via dei tarocchi. Jodorowsky si è occupato con successo anche di fumetti realizzando con il disegnatore francese Moebius, un fumetto diventato di culto: L’Incal, opera dai contenuti mistici e dalla simbologia suggestiva. Ogni contributo dell’artista è strettamente legato alla sua visione unica della realtà, frutto dei suoi numerosi studi ed esperienze in ambito spirituale, mistico ed artistico, si configura come una personalità totalmente al di fuori dal comune che sradica e ribalta il pensiero ordinario con la sua persona, prima ancora che con le sue opere.
Perché guardare oggi La Montagna Sacra?
Dal 1973, quando il film uscì nelle sale, sono cambiate molte cose e, se già il film all’epoca poteva risultare strano e assurdo, sarebbe forse logico pensare che oggi lo sia più che mai. Eppure dentro al labirinto simbolico del film è possibile cogliere una moltitudine di significati e riflessioni ancora attuali, che ad una prima visione, potrebbero essere oscurate dalla sfarzosità del film.
La Montagna Sacra, oltre ad essere un film dichiaratamente e intrinsecamente spirituale, è anche una chiara critica alla società odierna capitalista. Una società che, oggi come allora, commercializza sempre più i pensieri, i desideri e i sogni dell’individuo, relegandolo ad una visione della vita fatta di logiche di consumo e profitto, di causa ed effetto indiscutibili, di ferrea razionalità inviolabile. Il film di Jodorowsky, forte della visionarietà di ogni singola immagine, si configura come un’esperienza che sradica queste logiche e mette in discussione le fondamenta artificiali della società. La genialità del regista sta anche nel riuscire ad accostare in perfetto equilibrio delle scene dure, con espliciti rimandi alla violenza e alla crudeltà del mondo, a momenti di ilarità quasi demenziale, coniugando filosofia e humor.
Grazie alla simbologia presente, alle scenografie, alle musiche e ai dialoghi, questo film risulta un unicum nella storia del cinema. Al di fuori dello spazio e del tempo, riesce ad essere ancora estremamente attuale, probabilmente immortale. Jodorowsky accoglie lo spettatore in un viaggio iniziatico, scandito da inquadrature che esplodono in una spettacolarità scenografica, ottenuta con la precisione simmetrica necessaria allo svolgimento delle opere rituali. Scenografie adornate da oggetti di scena bizzarri ma mai casuali. La trama del film scorre per analogia e metafore più che per logica, della quale lo spettatore dovrebbe liberarsi per godere a pieno del film: cercare di coglierne il significato con un’ interpretazione razionale è un’operazione fine a sé stessa e significherebbe remare in direzione contraria rispetto all’autore. Il modo migliore per godersi il film è lasciarsi andare e porsi, come in un sogno, nella condizione per vivere un viaggio onirico che stimola l’inconscio, al quale parla direttamente in un linguaggio a noi sconosciuto. Per apprezzare l’opera nella sua ricchezza e stratificazione di significati, è necessario avere fiducia nel regista e lasciarsi guidare. Le immagini complesse che Jodorowsky formula sono il frutto dell’unione tra la bellezza disarmante della fotografia di Rafael Corkidi e il contenuto simbolico di queste ultime. Perciò, se si permette al film di scorrere libero, privo dal giudizio nei confronti delle sue innegabili bizzarrie, non è difficile apprezzare il tentativo del regista di raccontare la storia delle storie: il viaggio iniziatico dell’eroe verso il raggiungimento dell’immortalità.
“Non sei che merda, puoi cambiare te stesso in oro”
Questa frase, che rimanda al processo alchemico, risuona per tutto il film. Il fine ultimo dei nostri protagonisti è proprio quello di trasformare se stessi partendo dalla consapevolezza della loro condizione iniziale, che nonostante sia di estrema agiatezza per il ruolo di potere che ricoprono, viene paragonata agli escrementi. Questi personaggi bizzarri, scelti accuratamente da Jodorowsky, ci dicono qualcosa su di noi, sulla nostra società. Anche se nel film è presentata in forma metaforica, la concezione dell’individuo come un’essere in corso d’opera sul quale è possibile lavorare per un miglioramento, è ancora estremamente importante; specialmente in una società odierna all’insegna del conformismo in cui fatichiamo sempre di più a trovare uno spazio per l’autenticità personale. Lo spettatore, seguendo le vicende del film, prende parte a un viaggio in cui i protagonisti dovranno liberarsi delle proprie illusioni e degli agi apparenti, come il denaro e il potere per riscoprire il proprio essere al di là dell’ego.
Un’indagine surreale sul reale
Il film inizia con un pover’uomo che ricorda molto il Cristo e in lui, che sta dalla parte dei più deboli, è riposta la speranza del genere umano dato che la società in cui vive sembra aver perso ogni tipo di valore. Nella prima parte del film, Jodorowsky, con un utilizzo scarsissimo dei dialoghi e molte metafore, mette in luce i lati più degradati di una una società in cui il sacro è diventato perversione. Una società in cui vengono idolatrati falsi idoli prodotti in serie, in cui la superficialità regna sovrana e non sembra esserci via d’uscita. L’unica opzione è squarciare il velo della realtà, una volta risalita la torre nella quale l’uomo incontrerà il maestro alchemico interpretato da Alejandro Jodorowsky stesso. Gli altri personaggi sono presentati come gli uomini più potenti della terra e ognuno di essi è associato a un pianeta del sistema solare del quale rispecchiano le caratteristiche archetipiche. Per quanto le loro attività possano sembrare surreali e distaccate dalla realtà, rappresentano in chiave simbolica ed esagerata le caratteristiche emblematiche delle forme di potere. Ad esempio il personaggio di Fon, associato al pianete Venere in quanto archetipo della bellezza, gestisce una fabbrica in cui si occupa di realizzare maschere che le persone possano indossare a vita e in cui vengono riportati in vita i corpi defunti tramite un marchingegno elettronico. Una riflessione critica che anticipa l’esplosione del fenomeno della chirurgia estetica, dell’utilizzo dei filtri per migliorare la propria immagine e del recente utilizzo dell’AI per “riportare in vita” i defunti, o quantomeno la loro immagine. Oppure si pensi al personaggio di Isla, associata a Marte come archetipo della guerra, che produce “armi per la pace”. O ancora a Lut, associato al pianeta Plutone, e alla sua dimostrazione grottesca di un progetto architettonico/urbanistico che anticipa l’estrema crisi abitativa di paesi e città sovrappopolate:
“L’uomo non ha bisogno di una casa, ha bisogno solo di un rifugio, se riusciamo a convincerlo di questo facciamo miliardi”.
I personaggi del film dunque, sono indubbiamente assurdi e sopra le righe ma nella loro essenza incarnano aspetti della società e degli esseri umani che sono ancora estremamente attuali, che Jodorowsky è stato in grado di intuire e cristallizzare simbolicamente nelle immagini del suo film. Grazie a queste estremizzazioni, archetipi che impersonano forze che sono ben note e riconoscibili, il surreale riesce a disvelare il reale. La realtà, o meglio la menzogna che si cela in essa, è uno dei temi più importanti del film che probabilmente più di tutti ha anticipato il cinema postmoderno e le sue riflessioni rispetto alla realtà e alla sua messa in discussione. Chissà se senza La Montagna Sacra avremmo mai avuto film come The Truman Show o Matrix.
L’eredità del film
Jodorowsky ha lasciato un’ impronta indelebile nella settima arte e nell’immaginario collettivo, con un’opera che ad ogni visione svela ulteriori sfaccettature, che proprio per il suo carattere assurdo riesce ad arrivare al lato più sensibile dello spettatore. Ma il film non è semplicemente un’esperienza visiva forte, un trip acido e coloratissimo in pieno stile anni ’70, è un invito per lo spettatore a compiere un viaggio spirituale con i personaggi che devono affrontare sfide umane nel tentativo di trascendere la condizione umana. Un sogno che, trasportato al di fuori dei limiti dello schermo cinematografico, si traduce nell’esortazione ad una presa di coscienza delle imposizioni della società e della realtà stessa. Un’esortazione a ricercare un’altra strada, basata sulla consapevolezza e sulla ricerca di qualcosa che vada al di là delle aspirazioni materiali e superficiali.
Guardare La Montagna Sacra oggi è quindi un modo per uscire dalla propria comfort zone, per lasciarsi andare a una narrazione che non ricalca le strutture narrative classiche. Significa fare esperienza di un sogno a occhi aperti, di un cinema magico, così come venne inteso da molti ai suoi primi vagiti. Quale momento migliore per riscoprire il valore del surreale, se non quello attuale, data la vastità del mare di realtà artificiale nel quale siamo immersi? Forse continuare a far vivere film come questo, distanziandosi in modo netto da ciò che solitamente si considera realtà, potrebbe essere uno dei sentieri per ritrovarla. O perlomeno sul grande, oramai sempre più piccolo, schermo.