Korea Film Festival

‘Peninsula’: oltre l’apocalisse

Alla ricerca della sopravvivenza in un mondo già perduto

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Una società in crisi, una lotta e una battaglia, nella povertà e tra poveri, alla sopravvivenza. Una lotta in un mondo già perduto, già contagiato da epidemia e morte e che si scontra con il vuoto e il silenzio che seguono la fine. Un mondo in cui, nonostante la presenza di una comunità degenerata e di un apparente collasso morale ed etico, sembra esserci ancora una piccola speranza per l’umanità.

Un mondo raccontato e attraversato, su camion e auto sfreccianti, tra zombie e uomini in cerca di salvezza, da Yeon Sang Ho in Peninsula, film del 2020, e proiettato alla 24° edizione del Florence Korea Film Festival, da oltre vent’anni un punto di riferimento internazionale per il cinema coreano e asiatico, per la retrospettiva omaggio al regista: un tributo che ripercorre l’evoluzione del suo cinema, dagli esordi nell’animazione fino al live action, mettendo in luce la coerenza tematica e la capacità di rinnovare i generi.  Un percorso, quello di Yeon Sang Ho, che costruisce un universo narrativo che si stratifica in riflessioni sociali, morali e umane, e che è evidente nella trilogia culminante, dopo film come Train to Busan e Seoul Station, sguardi sulla rimozione e il collasso sociale, proprio in Peninsula.  

Un mondo svuotato

Ambientato quattro anni dopo l’epidemia che ha travolto e distrutto la Corea del Sud, Peninsula segue Jung-seok, interpretato da Gang Dong-won, un ex militare segnato dal trauma dell’epidemia e che, assoldato a Hong Kong da un criminale americano per recuperare un furgone pieno di denaro abbandonato nel cuore di Seul, torna nella penisola divenuta ormai un paesaggio di rovine, di zombie e di un’umanità, oltre quella divorata dal virus, corrosa. E quello che sembra inizialmente un incarico semplice si trasforma, appunto, in una discesa nell’orrore, tra l’attacco di morti viventi e gruppi di sopravvissuti ormai privi, però, di ogni moralità: esseri umani che sembrano, in certi momenti, più pericolosi dei non morti.

Peninsula è, infatti, anche e soprattutto questo: la rappresentazione di una degenerazione sociale e della reciproca crudeltà umana, in un contesto e in un mondo, in cui le speranze e la gerarchia di potere viene a crearsi, tra gli ultimi, tra chi prima picchia e chi prima morde, e in cui l’egoismo diviene sistema e normalità. Ed è in questo contesto, in cui non c’è più nulla da salvare, che la famiglia, incontrata da Jung-seok, rappresenta quel frammento di umanità isolata quel e residuo etico, fragile e quasi anacronistico, che sembra ancora sopravvivere. 

I traumi della memoria

Il trauma, il senso di colpa e la memoria sono gli elementi che fanno da filo rosso alla storia raccontata da Yeon Sang Ho, e, alternati e intersecati alle sequenze spettacolari d’azione e inseguimenti, sono i momenti e gli attimi, seppur fugaci, che tratteggiano la cifra autoriale del regista e l’attenzione che porge alle crepe della società contemporanee e alla responsabilità collettiva. Le scelte e le ferite personali, infatti, emergono, tra silenzi, sguardi e decisioni, in maniera pesante quanto ciò che hanno fatto per restare vivi: il trauma continua a emergere, non come evento passato, ma come presenza costante che modella identità e relazioni, anche durante e dopo la fine del mondo, in cui la civiltà appare come una fragile costruzione, pronta a sgretolarsi quando viene meno il senso condiviso di responsabilità.

È proprio il fallimento di questa civiltà, e di un’umanità, forse più morta degli zombie che hanno invaso l’isola, ormai incapace di difendere i più deboli e di mostrarsi anche nei momenti più critici, che il film di Yeon Sang Ho illustra: macerie di corpi e di morale, in cui, forse, piccoli gesti di cura e sacrificio, possono ancora dimostrare che esiste, ancora, una possibilità di riscatto. 

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