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‘L’ascesa dei Red Hot Chili Peppers’: Hillel Slovak tra ricordi e fratellanza

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L’ascesa dei Red Hot Chili Peppers è un documentario che mette al centro un’amicizia, una città e un’assenza: quella di Hillel Slovak, chitarrista scomparso nel 1988.

Diretto da Ben Fieldman per Netflix, il film si presenta come un ritratto adolescenziale di Los Angeles, nel quale il nome della band Red Hot Chili Peppers è il pretesto per raccontare come una generazione di ragazzi scapestrati ha trasformato il caos in un suono in grado di conquistare il mondo.

Un documentario “laterale”

Il titolo italiano, L’ascesa dei Red Hot Chili Peppers, rischia di ingannare, infatti il documentario è molto più intimo e circoscritto, centrato sulle origini del gruppo e sulla figura di Hillel Slovak, tanto che il titolo originale è The Rise of the Red Hot Chili Peppers: Our Brother, Hillel, che si dichiara apertamente come un atto di fratellanza postuma.

Circa un anno fa, ci è stato chiesto di essere intervistati per un documentario su Hillel Slovak.

La stessa band ha sentito la necessità di prendere le distanze dall’idea che questo film possa essere considerato il documentario definitivo sui Red Hot, sottolineando che il vero soggetto è Slovak e che non c’è stato un contributo creativo diretto da parte loro.

Abbiamo accettato per amore e rispetto per Hillel e la sua memoria.  Tuttavia, questo documentario viene ora pubblicizzato come un documentario dei Red Hot Chili Peppers, cosa che non è.

Hillel Slovak, il centro di gravità permanente

Il racconto inizia anni addietro alla nascita ufficiale della band, concentrandosi sul triangolo affettivo tra Flea (Micheal Balzary), Anthony Kiedis e Slovak, adolescenti legati da un amicizia anarchica piena di spinte autodistruttive, droghe ma anche una ricerca indissolubile di libertà.

Slovak, con il suo stile chitarristico viene mostrato non come un semplice “precursore” di John Frusciante, ma come matrice originaria, da cui tutto è stato possibile, fino alla brusca interruzione dovuta alla morte per overdose del 1988 che diventa un spartiacque esistenziale, oltre che musicale.

Qui il documentario smette di essere un racconto di ascesa e si trasforma in un film sul “dopo”: cosa resta di un’amicizia, di un tipo di musica, di una città quando il corpo che li incarnava non c’è più.

Il film intreccia un dialogo ideale con il documentario It’s Never Over: Jeff Buckley. Uscite a breve distanza l’una dall’altra, le due opere scelgono di soffermarsi sul vuoto incolmabile lasciato dalla scomparsa di un’icona.

Una struttura da coming of age

A emergere, quindi è il triangolo umano e artistico che ha quasi il respiro della narrativa coming of age. 

Dal punto di vista formale, il film presenta un montaggio che alterna estratti di diari, foto e video d’archivio, materiale amatoriale e spezzoni in collage che ricreano visivamente momenti che non possono essere mostrati se non attraverso la rievocazione, mentre le interviste con Flea, Anthony Kiedis e altri testimoni costruiscono una narrazione in prima persona e mostrano la Los Angeles dell’epoca, non quella dei blockbuster am quella delle sottoculture.

All’interno di questo paesaggio, i Red Hot Chili Peppers appaiono come un organismo collettivo che assorbe l’energia urbana e la ribalta in musica che è al tempo stesso festa e autodistruzione.

Ovviamente non mancano le sequenze miticizzanti rock (concerti e folle in delirio), ma il cuore emotivo rimane negli anni in cui il gruppo era ancora un progetto di quartiere più che un grosso brand globale.

In conclusione

Questo concerto e tutto quello che faremo da ora in avanti sarà dedicato a Hillel.

Queste parole, pronunciate anni fa dalla band, trovano nel film una sorta di concretizzazione audiovisiva.

L’ascesa dei Red Hot Chili Peppers  non è quindi, propriamente, un documentario sul fenomeno RHCP, ma un omaggio affettuoso e lucido a Hillel Slovak e alla fase pre-mito della band, una storia di amicizia e perdita.

Per chi cerca la celebrazione dell’ascesa globale dei Red Hot, il film potrà apparire parziale e incompleto, per chi è interessato al lato umano del rock e al rapporto tra adolescenza, città e creazione artistica, questo documentario è invece un tassello prezioso che ricorda quanto spesso le grandi storie inizino in stanze che nessuna telecamera avrebbe mai pensato di filmare.

Puoi vedere L’ascesa dei Red Hot Chili Peppers su Netflix cliccando QUI.

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