ConRain Fell on the Nothing New, presentato durante questi giorni al Festival del Cinema Tedesco, il regista Steffen Goldkamp mette in scena un ritorno che non coincide mai davvero con una ripartenza. È la storia di David, il cui percorso narrativo appare segnato da apatia, frustrazione e una progressiva deriva, nel suo svilupparsi in un mondo che sembra immobile, completamente incapace di offrire reali e concrete possibilità di cambiamento.
In questo senso, il lavoro visivo firmato dal direttore della fotografia Tom Otte diventa fondamentale: il freddo, l’umidità e gli spazi svuotati non fanno solo da sfondo, ma costruiscono una vera e propria condizione esistenziale.
Da queste premesse nasce l’incontro con regista e DOP, in un confronto sul rapporto tra immagine e racconto, su come si costruisce il tempo cinematografico e su come il cinema possa restituire non tanto un’evoluzione, quanto una sensazione persistente di stasi.
L’intervista
Nel terminare in un modo che riflette la propria sequenza iniziale, il film sembra rifiutare ogni tipo di redenzione o rinascita nei confronti dei suoi personaggi. Quanto era importante per voi disegnare un ritorno alla vita ordinaria che fosse realistico fino in fondo?
Durante le riprese di Rain Fell On The Nothing New sono state fatte diverse ricerche, dalle quali è uscito quanti giovani ragazzi vivano giornalmente quanto successo al protagonista della nostra storia, nel loro terminare il proprio periodo di prigionia per poi non riuscire a interiorizzarlo moralmente nel loro ritorno alla vita quotidiana. Il tutto è circondato, e dunque incentivato, da un sistema penitenziario a dir poco debole, dove a essere poco stabile è proprio il concetto di punizione. Se così non fosse, non vedremmo tutti questi ragazzi passare due-tre anni in prigione per poi ritornarci immediatamente.
So che può sembrare una visione pessimistica, ma credo che sia un punto di vista abbastanza realistico. In tal senso abbiamo deciso di terminare il film nell’esatto modo in cui l’avevamo cominciato, perché ci sembrava un buon modo per trasmettere quello che volevamo dire. L’intero film rappresenta un loop. E il titolo gioca un pò su questo concetto. Non è un qualcosa contro cui puoi difenderti o che è destinata a cambiare. Appunto, ‘niente di nuovo’. Anche se il titolo è nato in un secondo momento.
La pioggia di Amburgo
Le atmosfere di Rain Fell On The Nothing New lasciano un’impronta molto forte all’interno di questo film. Come avete lavorato per rendere l’ambiente un’estensione dello stato mentale del personaggio?
Steffen Goldkamp– Grazie per la domanda. Il film è ambientato nella città di Amburgo, dove entrambi viviamo e che entrambi volevamo trasporre nella sua angolazione più vera, in quanto città dalle tonalità prettamente grigie e buie caratterizzata da forti venti e una temperatura tendenzialmente fredda. In un luogo del genere, la pioggia ha un ruolo privilegiato, specialmente quando permea una persona al suo interno. È un’immagine sicuramente impattante, oltre ad essere una delle mie principali influenze a livello visivo nella realizzazione di questa pellicola. Volevo riconsegnare quest’atmosfera e così ho fatto, anche grazie all’architettura della città, che ci ha offerto diverse panoramiche con cui abbiamo voluto giocare anche in più di una sequenza.
Tom Otte– Abbiamo passato numerose giornate a ricercare la location giusta. Volevamo un luogo che non fosse tipico della città ma che allo stesso tempo riflettesse correttamente quanto detto da Steffen. Ci piaceva l’idea di dare un contesto sì locale ma di natura anche globale, per permettere a tutti di potersi immergere nella narrazione. Per questo motivo diverse scene di Rain Fell On The Nothing New sarebbero potute benissimo essere girate in altre città in giro per il mondo. Allo stesso tempo, abbiamo deciso sin da subito di dare molto spazio ai dettagli, col fine di catturare determinati momenti e sfaccettature di quello che avevamo intenzione di mostrare.
Come una sorta di puzzle, sai. Come quando entri in un posto e lo cominci a vedere nella sua interezza, ma decidi comunque di concentrarti sui particolari, o sulle sensazioni che determinati oggetti ti trasmettono. Ci piaceva l’idea di immergerci completamente nel personaggio di David, per capire a fondo dove vive e le persone che frequenta abitualmente.
Sotto la pioggia siamo tutti uguali
Ritorno all’inizio della pellicola, che avete deciso di privare quasi completamente di alcun dialogo. Il titolo, inoltre, compare solamente dopo venti minuti di girato, quando lo spettatore è ormai immerso nel mondo di David. Che ruolo ha la percezione del tempo nella vita di questi personaggi e in questo film?
Assolutamente. La scelta del titolo nasce per restringere il campo di quanto tracciato prima nella narrazione, così da lasciar parlare al meglio le immagini. Mi piaceva l’idea di riconsegnare la stessa idea del tempo che vivono i personaggi, per rendere più immersiva la narrazione nel suo ritmo disteso e denso di riflessioni. Ci sono molte scene in tal senso dove i personaggi sono da soli e dunque non parlano. Lo abbiamo fatto anche per conoscere meglio i nostri personaggi, oltre che ovviamente la società.
Prendiamo David ad esempio. Deciso a crearsi una nuova vita una volta al di fuori della prigione, è inerme di fronte al ritorno alla vita quotidiana. È un’ampia presa di consapevolezza, con quest’ultima che si traduce nel percorso di vita dei singoli individui, a volte sereno, a volte intriso di oscurità.