Festival del Cinema Tedesco

Tra amore e verità: Sarah Miro Fischer il dilemma morale di The Good Sister

Con The Good Sister, opera prima della giovane Sarah Miro Fischer, si affronta un tema di importanza vitale come la violenza di genere. Parliamone assieme alla regista in occasione della presentazione del film al Festival del Cinema Tedesco.

Published

on

Presentato nella sezione Panorama della 75esima edizione della Berlinale e scelto come film di chiusura del Festival del Cinema Tedesco 2026 a Roma, The Good Sister (o, come recita il titolo originale, Schwesterherz) segna l’esordio alla regia di Sarah Miro Fischer, giovane autrice di origine brasiliana capace di affrontare con lucidità e sensibilità uno dei nodi più scomodi della contemporaneità: la responsabilità di chi resta accanto ai colpevoli.

In tal senso, The Good Sister segue Rose (Marie Bloching), chiamata a testimoniare contro il fratello accusato di stupro, Sam (Anton Weil), nell’ottica di un costrutto narrativo chiamato a ruotare attorno a diverse tematiche profonde, come i legami familiari, la giustizia e la percezione individuale della verità.

Su questa struggente scia tematica, il film evita di offrire risposte semplici, decidendo al contrario di mettere lo spettatore in una posizione scomoda, obbligato a interrogarsi sul proprio ruolo sia di fronte alla violenza sia di fronte alle zone grigie della realtà.
Abbiamo incontrato la regista per approfondire il processo creativo dietro il suo esordio.

L’intervista

Il film offre allo spettatore numerosi dubbi ma allo stesso tempo ben poche certezze. Quanto era importante per lei evitare di tessere una verità definitiva decidendo allo stesso tempo di non giudicare i suoi personaggi?

Molto importante. Abbiamo fatto un grande lavoro antropologico per riuscire a disegnare al meglio umanità di tutte le persone presenti su schermo, senza alcuna eccezione. Penso che sia stato quello il nucleo dell’intero processo creativo: ci troviamo di fronte ad una sorella molto affezionata a suo fratello, proprio nel momento in cui l’amore diventa rabbia, in un contesto in cui lo sbaglio umano si pone al primo posto. Volevamo trasporre proprio questo al nostro pubblico, per permettergli di esplorare al meglio un tessuto narrativo in cui sei costretto a guardare un persona a cui sei vicina da una prospettiva radicalmente diversa.

Non è stato facile esimermi dal giudicare i miei personaggi, seppur con il personaggio di Rose sia stato sicuramente più semplice per ovvi motivi. Per quanto riguarda Sam, il fratello maggiore, non volevo disegnare il classico mostro a cui si può facilmente pensare nell’immaginario collettivo come fisicamente forte e nascosto nel bosco. O peggio, come un supereroe non assimilabile ad un essere umano ordinario come tutti noi. Ma non è un mostro e dunque non va disegnato quanto tale. Non è neanche difficile andare con la testa a quanto sta succedendo nel mondo in quest’ultimo periodo…

La famiglia è tutto

La relazione tra Rose e Sam è trattata con molta cura. Come sei riuscita a dare vita ad un legame così ramificato?

Grazie ad un lavoro di casting molto esteso, specialmente sul fronte maschile. Era veramente importante per me trovare il volto giusto per un personaggio così delicato. In tal senso, volevo vedere come si muovessero i corpi dei due personaggi, come entrassero in conflitto tra di loro, motivo per cui prima di girare nell’effettivo ho voluto passare molte ore assieme ai due protagonisti, praticamente due settimane, dove è stato fatto un grande lavoro di improvvisazione così che ciascuno potesse conoscere il proprio ruolo.

Un tema vitale

The Good Sister interroga non solamente la colpa del singolo individuo, ma anche la responsabilità delle persone attorno. Perché secondo te è così difficile confrontarsi faccia a faccia con la violenza quando essa coinvolge qualcuno che amiamo?

Perché vogliamo proteggere noi stessi in primis. Sai, quando ami qualcuno e all’improvviso ti ritrovi a doverlo guardare in maniera completamente diversa da quanto fatto per tutta una vita, è chiaro pensare a come il primo a essere esposto a tale questione sia proprio tu, con i tuoi ricordi e i tuoi sentimenti. Non è per niente facile, in quanto richiede di rimodellare radicalmente sia la realtà che ci circonda sia anche il modo in cui vogliamo porci di fronte ad essa. Una forma di auto-protezione che finisce automaticamente per rendere la vita più facile e meno scomoda, oltre che una tendenza istintiva prettamente insita nell’essere umano, a cui però possiamo rispondere cominciando a interrogarci allo specchio.

Con la tua opera prima, hai deciso di toccare un tempo tanto delicato quanto divisivo. Quali sono state le reazioni del pubblico tedesco?

A Berlino sono stata molto toccata da numerose testimonianze ricevute dalle persone che si approcciavano al film, in cui raccontavano le proprie personali esperienze con le quali la mia pellicola era riuscita a creare un dialogo emotivo. Mi sono resa conto di difficile possa essere aprirsi su tematiche così delicate e di conseguenza quanto sia importante creare una rete del genere per condividere e farsi forza a vicenda. Voci più critiche, opinioni più pacate, ricordi, sensazioni di insicurezza. Credo sia un processo sociale meraviglioso, nonché l’unico modo che abbiamo per difenderci senza farci logorare dall’esterno. Per sentirci vivi. Per questo trovo il cinema uno spazio così prezioso, per condividere e creare comunità.

Il titolo

Concludiamo con il titolo, The Good Sister, tramite cui il film suggerisce la stessa posizione morale ben precisa che le sue stesse ramificazioni narrative finiscono puntualmente per mettere in crisi. Che cosa vuol dire essere veramente ‘una buona sorella’?

Credo che sia veramente un bel modo per approcciarsi ad un film del genere e per descrivere le sue molteplici sfaccettature. Effettivamente, il titolo rappresenta una grande roccia molto difficile da ignorare. Posso solamente dire che non esiste una risposta univoca, ma dipende dalla percezione del singolo individuo. Anche questo vuol dire essere umani.

 

Exit mobile version