Interviews

Intervista a Pascal Schuh: Regista di Interior

Il regista di Interior racconta al Festival del Cinema Tedesco 2026 l’origine del film e la sua riflessione su voyeurismo, social media e perdita di empatia.

Published

on

Abbiamo avuto modo di parlare con Pascal Schuh al Festival del Cinema Tedesco 2026, dove ci ha raccontato di: Interior, in sala dal 21-03-2026, opera che parte da un’immagine che sembra uscita da un incubo concettuale. Un ladro che si nasconde dentro un divano per spiare l’intimità altrui, e un medico che osserva quei video per imparare a provare emozioni.

Eppure, come spesso accade, la realtà è ancora più inquietante della finzione.

“In times of Corona, I saw this TV reportage about real thieves that hide in hollow couches. It was in the 1970s in Germany, a real case. A real burglar hiding in this Trojan horse-like couch.”

Da qui nasce tutto. Un fatto di cronaca trasformato in dispositivo narrativo. Ma soprattutto in metafora.

“I thought maybe I can take this couch as a metaphor. Going inside these houses and see what the neighbors do.”

Il divano diventa quindi un cavallo di Troia contemporaneo. Non per rubare oggetti, ma per violare qualcosa di più sottile: l’intimità.

Daniil Kremkin

Voyeurismo contemporaneo: guardare senza sentire

Il cuore di Interior non è tanto il gesto del ladro, quanto ciò che quel gesto rivela su di noi. Perché il vero voyeurismo, oggi, non è nascosto. È quotidiano. È legittimato.

“For me the contemporary voyeurism is shown by social media. We watch a lot of brutal things and there is a lack of empathy.”

Il problema non è più vedere troppo. È non sentire più nulla.

“We scroll… completely disconnected. How much do you have to see to even feel something nowadays?”

E qui il film smette di essere solo un thriller psicologico e diventa una riflessione molto più ampia: sul consumo delle immagini, sull’assuefazione, sulla trasformazione dello spettatore in un osservatore passivo e anestetizzato.

Non a caso, il regista cita esplicitamente Theodor Adorno.

“He said what we consume is what changes our personality. And when we see Instagram and trash TV, it changes our personality in some bad way.”

Il personaggio del dottor Liebermann, in questo senso, non è un mostro isolato. È una versione estremizzata, e quindi più sincera, del nostro modo di stare davanti alle immagini.

“He tries to do his own TV show. For me he does his very own social media.”

Tradotto: Interior non parla di loro. Parla di noi.

Knut Berger

Un cinema tra forma e inquietudine

Dopo un primo film più apertamente politico, il regista racconta di aver sentito il bisogno di cambiare direzione. Non meno contenuto, ma più forma. Più costruzione. Più rischio.

“After it, I felt that I wanted to try something less political. I cared more about the artistic, formalistic way of making films.”

Eppure, paradossalmente, proprio questa scelta porta Interior a essere ancora più politico. Solo che lo fa senza slogan. Senza dichiarazioni esplicite. Attraverso immagini, situazioni, dispositivi.

“It is, of course, also some kind of political and philosophic film.”

Il risultato è un film che si muove in una zona ibrida: thriller, cinema d’autore, riflessione filosofica. Ma senza mai scegliere davvero una sola strada.

Un punto di svolta (anche produttivo)

Se dal punto di vista teorico Interior rappresenta un’evoluzione, dal punto di vista produttivo è una vera cesura.

“Interior is a quite high-budget-seeming film and we worked with almost 300 people on it. It was a totally different work than the films I did before.”

Un salto netto rispetto ai lavori precedenti, realizzati con troupe molto più ridotte. E, come spesso accade, anche il film cambia durante il processo.

“In the end, it became something totally different. It is even a little bit more philosophical than I actually thought.”

Il che, detto tra le righe, è forse il miglior complimento che un film del genere possa ricevere: sfuggire anche al suo autore.

Un percorso personale che diventa cinema

Uno dei passaggi più interessanti dell’intervista arriva quasi in coda, quando il discorso si sposta dal film alla biografia.

“I’m coming from a working-class family and no one ever did something with art. I’m the first who made a master’s degree in art.”

Il cinema, quindi, non come destino naturale, ma come deviazione. Come scelta quasi controintuitiva.

“I wanted to make something that no one expects from me. Something way more artistic.”

E forse è proprio qui che Interior trova una delle sue chiavi più profonde: nel desiderio di costruire immagini che non rassicurano, che non seguono aspettative, che non si limitano a raccontare ma disturbano.

Anche a costo di risultare “troppo arthouse”.

“Maybe it’s a little bit too arthouse now.”

Forse sì. Ma in un panorama in cui tutto tende a essere digeribile, è quasi una dichiarazione di guerra.

Cosa si nasconde dietro il nostro sguardo?

Interior è uno di quei film che partono da un’idea forte e decidono di non semplificarla mai. Anzi, la complicano, la stratificano, la spingono fino a farla diventare una riflessione sul nostro modo di guardare il mondo e soprattutto sul nostro modo di non sentirlo più.

In un contesto come quello festivaliero del Festival del Cinema Tedesco vedere opere di questa caratura lascia semplicemente senza parole e con un velo di propositività verso il futuro. Perché il ladro nel divano è solo l’inizio. Il vero cortocircuito arriva quando capisci che, in fondo, quel medico che guarda per imparare a provare emozioni… non è poi così lontano da noi.

Exit mobile version