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‘ It’s Never Over: Jeff Buckley’ l’angelo inquieto

It’s Never Over, Jeff Buckley è un film documentario americano del 2025, diretto e prodotto da Amy Berg. Segue la vita e la carriera del musicista Jeff Buckley. È stato presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival il 24 gennaio 2025 ed è stato distribuito l’8 agosto 2025 da Magnolia Pictures.

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Esistono artisti che non si limitano a suonare musica, ma sembrano abitarla, trasformandola in una cattedrale di vetro tanto imponente quanto fragile. Jeff Buckley era uno di questi. Il documentario It’s Never Over non si accontenta di celebrare il mito di uno dei musicisti, autori e voci più importanti del nostro tempo, ma scava nelle crepe di un uomo che viveva nella creatività l’unica forma possibile di sopravvivenza.

Jeff Buckley è una creatura piovuta dal cielo

Premetto che vedere questo documentario per chi come il sottoscritto lo ha amato così profondamente da cambiare prospettiva e approccio alla musica e alla chitarra è stato complicatissimo da recensire e commovente. Jeff era un essere imperscrutabile, toccato dalla mano benevola di un Dio della musica che lo ha rivoluto a se troppo presto; le sue corde vibranti e irraggiungibili, la sua sensibilità, la sua fame di amore per la vita e la musica attraversava distanze, luoghi attraversando chi lo sapeva ascoltare, stravolgendone l’anima. Una luce così profonda che manca immensamente ancora oggi e che questo documentario riesce solo in parte a restituire in modo genuino, addentrandosi in alcuni luoghi inesplorati della sua breve vita. Ma come potrebbe essere diversamente? E’ quasi impossibile restituire un anima cosi unica ed elevata in un racconto di due ore scarse.
>In questo la regista Amy Berg è però riuscita a tradurre alcuni passaggi della sua vita ascoltando chi lo ha amato e conosciuto davvero, restituendo un po’ di quella magia, in modo crudo e spontaneo, emozionante.

Le Muse che hanno acceso la Luce di Jeff Buckley

Esplorare la vita di Jeff Buckley significa immergersi in un oceano di suoni, ma anche in una fitta rete di legami profondi. Il documentario “It’s Never Over” compie una scelta narrativa precisa e potente: non si disperde solo in mille testimonianze, ma traccia gran parte dello storytelling attraverso tre donne (sarebbero quattro ma Elizabeth Fraser ha deciso di non essere parte del documentario) che hanno definito il perimetro della sua esistenza umana e creativa.
>Rebecca Moore, Joan Wasser e la madre, Mary Guibert, non sono semplici testimoni; sono le fondamenta su cui poggia il racconto di un artista che ha trasformato il sentimento in materia sonora.

Rebecca Moore: La farfalla e il caos di New York

Il documentario ci riporta nei primi anni ’90, nella New York del club di frontiera Sin-e dove tutto ebbe inizio. Rebecca Moore è stata la musa primigenia. Attraverso il racconto del loro legame, il film fa emergere la genesi di Grace. Rebecca rappresentava lo stimolo intellettuale e la libertà creativa: con lei, Jeff Buckley ha scoperto la propria voce. In It’s Never Over, questa relazione viene descritta come un incendio benefico, capace di bruciare le incertezze di un giovane chitarrista per restituirci il cantautore che il mondo avrebbe imparato ad amare.

Joan Wasser: La maturità e l’ultimo porto

Se Rebecca è stata l’alba, Joan Wasser (Joan As Police Woman) è stata la luce calda e complessa del pomeriggio. Il documentario analizza con estrema delicatezza il rapporto con Joan, una musicista capace di parlare la sua stessa lingua. È con lei che Jeff vive i mesi intensi e fecondi che porteranno alle sessioni di Memphis. Il film evidenzia un aspetto umano raramente toccato: il desiderio di Jeff di costruire qualcosa di solido, di essere un uomo oltre che un’icona. Le testimonianze di quegli anni ci restituiscono un Buckley più consapevole, che trovava nella complicità con Joan il coraggio di sfidare le aspettative del mercato discografico.

Mary Guibert: La custode del fantasma

Infine, c’è la figura imponente di Mary Guibert. In It’s Never Over, la mamma di Jeff ricopre un ruolo che va oltre il legame di sangue. È lei la custode instancabile di un’eredità che scotta. Il documentario esplora il loro rapporto complesso — segnato dall’ombra del padre Tim Buckley — e la dedizione quasi sacrale con cui Mary, dopo quel tragico 1997, ha protetto e curato ogni frammento lasciato dal figlio. Vediamo Mary non solo come madre, ma come l’architetto della memoria che ha permesso alla musica di Jeff di rimanere “viva” e accessibile alle nuove generazioni. Struggenti le lacrime che scorrono nell’ascoltare e ripetere all’unisono l’ultimo messaggio di Jeff lasciato nella segreteria telefonica di Mary, Anche tutti noi avremmo voluto dirgli quanto lo amavamo e quanto ha riempito le nostre vite con la sua musica e la sua grazia.

L’Uomo oltre il Mito: La vulnerabilità come forza

Il film ci restituisce un Jeff spogliato dall’iconografia quasi messianica che lo ha avvolto dopo la scomparsa nel Wolf River. Emerge l’aspetto umano: un giovane tormentato non tanto da demoni oscuri, quanto da una sensibilità ipertrofica. Attraverso testimonianze inedite e filmati privati, vediamo Buckley alle prese con il peso del cognome paterno — quel Tim Buckley mai davvero conosciuto — e con la ricerca spasmodica di un’identità che fosse solo sua. Indelebile l’incontro raccontato nel documentario di Paul e Linda McCartney dopo il suo concerto al Roseland Ballroom il 2 giugno 1995. Linda gli disse di come conosceva bene suo padre, meglio di Jeff. La sua non era presunzione, ma un bisogno viscerale di essere “autentico” in un’industria che già allora cercava di incasellarlo.

Jeff Buckley: L’anarchia della bellezza

L’aspetto più affascinante del documentario è il racconto della sua genesi creativa. Jeff non scriveva canzoni; le inseguiva, viveva nel profondo. L’eclettismo: Il documentario evidenzia come la sua musica fosse un crocevia impossibile tra il soul di Nina Simone, il rock dei Led Zeppelin e i canti qawwali di Nusrat Fateh Ali Khan. L’ossessione per il suono: Vediamo un artista che poteva passare ore a cercare il riverbero perfetto per una singola nota di chitarra, convinto che ogni suono dovesse trasportare un’emozione specifica. L’incompiutezza: It’s Never Over rende giustizia al periodo di Sketches for My Sweetheart the Drunk, mostrando un musicista in una fase di transizione coraggiosa, deciso a sporcare la purezza di Grace con suoni più ruvidi e sperimentali.

La Musica: Un’eco che non si spegne

Il titolo stesso del documentario è una promessa: non è mai finita. La musica di Buckley continua a vibrare perché non è legata a una moda, ma a una condizione dello spirito.

“La musica dovrebbe essere come un battesimo”, diceva Jeff. E il documentario riesce a farci sentire di nuovo quell’acqua gelida e purificatrice.

Le esecuzioni live catturate nel film — dalle sessioni intime al Sin-é alle grandi arene — mostrano la sua capacità di trasformare la voce in uno strumento aerofono, capace di salire verso vette celestiali per poi precipitare in sussurri carnali. Il documentario si chiude non a caso con “Vancouver“, un viaggio emotivo sospeso tra la malinconia del passato e la speranza di un nuovo inizio.

Perché guardarlo (e ascoltarlo) oggi

In un’epoca di perfezione digitale e autotune, It’s Never Over ci ricorda il valore dell’ossessione per la creatività e della ricerca incessante per la bellezza. Jeff Buckley non ha cercato il successo, ha cercato la libertà. E in questo documentario, per un’ora e mezza, sembra quasi di poterla toccare insieme a lui.

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