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‘Cryptozoo’ un bizzarro e allucinato film d’animazione

Un viaggio lisergico tra animali fantastici e cultura hippy anni 60

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Presentato al Sundance Festival nel 2021 dove si è aggiudicato il premio Innovator Prize, Cryptozoo è un film d’animazione per adulti scritto e diretto da Dash Shaw e visibile su Mubi. In Italia è arrivato nello stesso anno grazie alla sezione Alice nella Città presso la Festa del Cinema di Roma e il Future Film Festival.

Cryptoanimali

San Francisco. Anni 60. Lauren Gray (Lake Bell) è una veterinaria specializzata in criptozoologia. Si occupa di gestire un particolare di tipo di zoo in cui sono accolti gli animali criptici, cioè quegli animali che tipicamente non esistono come sirene, gorgoni, kraken, cavalli alati, unicorni.

Lauren deve ogni giorno lottare con trafficanti e bracconieri che vorrebbero impadronirsi dei poteri speciali degli animali sfruttandoli a fini militari. Ad aiutarla nella sua missione c’è Joan (Grace Zabriskie), una donna con la testa di Medusa, e gli stessi animali, che sembrano indifesi ma in realtà nascondono capacità inaspettate.

La vicenda si snoda attorno ad un Baku, la creatura mitologica della cultura giapponese con testa di elefante corpo di orso e zampe di tigre che mangia i sogni e gli incubi. L’esercito vuole impadronirsene per eliminare le scorie della contemporanea guerra in Vietnam.

L’eco degli anni sessanta

L’autore Dash Shaw, fumettista, animatore e scrittore americano, realizza un’opera difficile da definire, unica nel suo genere. È un’opera di animazione che discende direttamente dalla nostalgia del mondo hippy anni sessanta. In Cryptozoo c‘è il tema fondante della difesa degli esseri più deboli, il ripudio dell’intolleranza, l’elogio della diversità e l’amore libero e naturale. Tutto in un tripudio di immagini psichedeliche e evocative che rimandano alle rappresentazioni lisergiche del cinema dell’epoca come Il Viaggio (1967) di Roger Corman, Yellow Submarine (1968) con i Beatles o la sequenza finale di 2001 Odissea nello Spazio (1968) di Stanley Kubrick.

Tecnicamente ogni fotogramma prima di essere animato è stato dipinto a mano. Il disegno è semplice e rimanda alla tecnica primitiva dei bambini. I dialoghi, prevalentemente al femminile, sono semplici e diretti. La colonna sonora è elettronica e ben si adatta alla psichedelia delle immagini.

Per molta critica la semplicità di disegno e di dialogo è, di primo acchito, un valore aggiunto dell’opera però, a lungo andare, è controproducente perchè appesantisce e rende monotona la visione generale.

Quando la forma supera la sostanza

Se l’ingenuità formale è un tratto che da molti è stato imputato a Cryptozoo, l’ingenuità concettuale lo è ancora di più. Ha senso infatti proteggere qualcuno per rinchiuderlo in una teca e di fatto impedirgli di vivere libero? Lo zoo, o il santuario come lo definisce la protagonista, appare infatti come una sorta di parco commerciale a tema. Siamo lontano quindi dalle intenzioni anticonformiste e antisistema che Shaw e la cultura che rappresente si propone. 

Le immagini sono belle ma l’intento didascalico è troppo esplicito per essere efficace, troppo dichiarato e poco sfaccettato.

La trama stessa infine quando diventa esplicitamente criminale finisce per perdere interesse appiantendosi in una corsa senza suspence.

Ciò che rimane ad uno sguardo capace di mervagliarsi è l’enorme fantasia con cui sono stati realizzati gli animali criptici. Rimane il piacere di perdersi nei riferimenti letterari e culturali cui Cryptozoo eplicitamente si ispira: l’opera di Eiichi Yamamoto, Belladonna of Sadness (1974), il Manuale di Zoologia Fantastica (1957) di Jorge Luis Borges e il Codex Seraphinianus (1976) di Luigi Serafini.

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