Cosa resta dell’idea di “casa” quando non esiste più un posto in cui tornare? La casa di papà, il cortometraggio diretto da Maria Rosaria Russoe interpretato da Francesco Montanari, prende questa domanda e la trasforma in qualcosa di concreto: una giornata qualunque, un padre e un figlio, e una realtà che si regge su ciò che viene raccontato più che su ciò che esiste davvero.
In concorso a Cortinametraggio 2026, il corto racconta una giornata tra un padre e suo figlio , costruita su momenti di complicità, giochi e piccole abitudini condivise. Tutto sembra muoversi dentro una normalità rassicurante, ma progressivamente emergono crepe che rivelano una realtà diversa: il padre vive in una condizione di precarietà estrema e mette in scena una versione addolcita del mondo per proteggere lo sguardo del bambino. La “casa” diventa così un’illusione, un racconto necessario più che un luogo reale.
La casa che non c’è
All’inizio tutto sembra muoversi dentro una normalità rassicurante: giochi, complicità, piccoli rituali condivisi. Ma è una normalità che scricchiola quasi subito, perché qualcosa non torna, qualcosa resta fuori campo. Ed è proprio lì, in quello spazio non detto, che il film costruisce il suo senso: quell’equilibrio è fragile, costruito, sostenuto più dall’immaginazione che dalla realtà. La casa del titolo, infatti, non è un luogo ma una narrazione, un rifugio inventato per proteggere lo sguardo del bambino.
La regia di Maria Rosaria Russo sceglie con intelligenza la strada più difficile, quella della sottrazione. Niente sottolineature, niente scorciatoie emotive: la macchina da presa osserva, resta addosso ai personaggi senza mai invaderli, lasciando che siano i dettagli — un gesto, una pausa, un cambio di tono — a raccontare quello che non viene detto. È un cinema che si fida dello spettatore, e fa bene.
Francesco Montanariè il perno su cui tutto regge. La sua è un’interpretazione trattenuta, concreta,evita qualsiasi compiacimento. Non cerca di spiegare il personaggio, lo lascia esistere: un padre che si arrangia, che costruisce una versione più leggera del mondo per suo figlio, anche quando il peso della realtà è evidente. E proprio in questa discrezione sta la sua forza. Il film non cerca il colpo di scena: la verità emerge con la stessa naturalezza con cui era stata nascosta, senza bisogno di essere amplificata.
L’amore come gesto imperfetto
La casa di papàracconta la precarietà senza trasformarla in spettacolo. Il punto centrale non è tanto la difficoltà economica, quanto il modo in cui essa viene filtrata all’interno di una relazione affettiva. Mostra quanto si è disposti a modificare la realtà pur di preservare l’innocenza di chi si ama. La scelta di non enfatizzare il momento della rivelazione finale è coerente con tutto l’impianto narrativo. Non c’è un vero climax, ma una progressiva presa di coscienza, che rende il racconto più vicino alla vita reale.
Quando la finzione inevitabilmente si incrina, la verità emerge con la stessa naturalezza con cui era stata nascosta, senza bisogno di essere amplificata.La casa di papà non sorprende per la trama, ma per lo sguardo. Racconta la precarietà ma, soprattutto,l’amore come gesto imperfetto, a volte anche illusorio, ma necessario. Ed è proprio questa semplicità, mai banale, a renderlo così efficace.