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Mare Fuori 6: intervista ad Alfonso Capuozzo

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Ogni stagione di Mare Fuori si conferma una straordinaria fucina di talenti, capace di portare alla luce volti nuovi destinati a lasciare un segno nel panorama televisivo italiano. In questa nuova stagione, tra le interpretazioni più intense e sorprendenti, emerge con forza quella di Alfonso Capuozzo, giovane attore napoletano classe 2006 che, dopo aver già fatto intravedere il suo potenziale nella stagione precedente, torna ora con un ruolo ancora più centrale, dimostrando una crescita artistica evidente e una notevole intensità interpretativa.

Il suo Simone è un personaggio complesso e stratificato: un ragazzo in cerca di riscatto, segnato da profonde ferite familiari, che si costruisce una corazza da boss per nascondere una fragilità profondamente umana. Il giovane attore riesce a dar vita a questa dualità con autenticità e grinta, rendendo Simone uno dei protagonisti più incisivi della stagione.

Nella vita reale, però, Alfonso è diverso dal suo personaggio: riflessivo, umile e notevolmente maturo. Il suo percorso nel mondo della recitazione nasce quasi per caso, grazie a un casting suggerito dalla madre, che si è trasformato in poco tempo in una concreta opportunità professionale. A un anno dal debutto riflette oggi sulla nuova stagione e sui suoi progetti futuri.

Un personaggio segnato dal passato

Simone in questa stagione vuole riscatto e compierà molti gesti estremi. Fondamentalmente sotto questa corazza c’è però un ragazzo fragile che ha sofferto molto. Cosa ti colpisce di lui?

Sono contento di questa domanda perché vuol dire che il mio messaggio è arrivate alle persone: quello di mostrare anche un lato debole di Simone, che tutto sembra tranne che debole. Io sono convinto del fatto che nessuno nasce cattivo e a volte la vita ci mette di fronte a determinate scelte. Non tutti riusciamo a prendere la scelta giusta, soprattutto in una giovane età, perché di solito ci dovrebbe essere un punto di riferimento dai genitori che danno dei valori e delle direzioni ai figli e questo a Simone manca, perciò si ritrova a fare quelle scelte sbagliate, soprattutto dettate dal fatto che lui è stato rifiutato dal padre, la mamma è morta e l’unico affetto è sua zia che viaggia sulla sua stessa linea d’onda: conquistare e arrivare al potere. Quindi anche nel suo unico legame affettivo non riesce a essere il Simone bambino che abbiamo visto nel corso delle puntate. C’è la scena del colloquio dove lui è un po’ abbattuto anche dopo quello che è successo con Rosa e la zia lo carica dicendogli: “Tu sei forte, noi dobbiamo vincere, non è tempo di tirarsi indietro”, quindi ci sono tante motivazioni per cui lui fa determinate scelte.

La sfida interpretativa di un ruolo così intenso

Simone è un personaggio molto complesso. All’esterno appare duro, vuole fare il forte ma poi è molto umano e anche fragile. Che sfida è stata interpretare una personalità così complessa?

Per me non è stato semplice, anche perché ho sempre cercato di non pormi limiti. Nella prima scena dell’omicidio, il suo urlo è liberatorio: è come se buttasse fuori tutto. Nella quinta stagione vediamo un Simone che osserva e ascolta prima di agire, mentre quest’anno, avendo ormai imparato le regole del gioco non si tira indietro davanti a nulla. Raggiungere il massimo di queste emozioni non è facile, soprattutto quando la scena finisce. Amo questo lavoro perché mi permette di sfogare sul set tutto ciò che nella vita quotidiana non riusciamo a esprimere, trasferendo parte della mia rabbia nel personaggio di Simone.
Rivedendomi so che ci sono ancora aspetti su cui devo lavorare per migliorare, ma una cosa che riconosco è che emergono chiaramente sia la rabbia sia, in altri momenti, l’umanità del personaggio.

La prova attoriale di una scena complessa 

Come hai affrontato il sangue freddo di Simone, ad esempio nel compiere un omicidio faccia a faccia senza esitazioni?

Questa scena è stata anche rigirata. È stata una delle prime che ho fatto a inizio set, ma a causa di un problema di montaggio abbiamo dovuto rifarla. Quando succede un attore dovrebbe cercare di non affezionarsi troppo alla prima versione, anche perché si tratta di scene girate per ore — in questo caso più di tre — che poi vengono ridotte a un minuto e mezzo, lasciando fuori molte cose. Non è stato semplice ritrovare la stessa intensità, anche perché durante la prima registrazione ero tornato a casa senza voce e sentivo di aver dato il massimo. La paura di imitare un’altra volta quella scena era tanta perché quando la fai la prima volta è un’emozione fortissima e credo che ogni scena abbia il suo perché e dia una grande emozione. La mia paura era di non riuscire a riacchiappare quell’emozione, mentre invece alla fine è andata bene e sono tornato a casa anche la seconda volta senza voce.

Il ritorno sul set 

Tu sei tornato sul set per la seconda volta. Com’è stato ritornare e lavorare con nuovi registi?

Quest’anno ho imparato che ogni set è a sé. Quando cambiano determinati ruoli in regia e nella troupe non è mai la stessa cosa quindi confrontarsi con nuovi metodi di lavoro è stato fantastico. Questo è il mio secondo anno lavorativo in questo campo e ho imparato anche tante altre cose che prima non sarei riuscito a capire per l’età e per l’adrenalina della prima volta. Quest’anno sono arrivato con più consapevolezza, però l’emozione è sempre la stessa: quella di andare sul set e sfogare tutto. Infatti questo è quello che dico sempre ai miei amici: “Io da parte mia ci metto sempre il massimo”. Sono contento di tutto, della regia, della troupe, è sempre bello conoscere persone nuove. Io ad oggi ho rapporti con i ragazzi della troupe e i runner. Anche quest’anno è stata una bellissima esperienza.

La forza educativa della serie che esplora il carcere minorile

Mare Fuori è riuscita a raccontare il mondo degli istituti penali minorili con uno sguardo molto umano: quanto senti la responsabilità di rappresentare temi così delicati davanti a un pubblico molto giovane?

Anche quando mi fermano le persone per una fotografia la prima cosa che io chiedo è qual’è la loro scena preferita, non perché voglio essere elogiato sulla mia interpretazione ma proprio per capire questi ragazzi a cosa aspirano e cosa capiscono dal  messaggio della serie. Però io credo che il problema sia dei genitori, quello di non seguire i figli nel momento in cui guardano una serie del genere. Credo che non tutti hanno lo stesso livello di comprensione, soprattutto quando sono più piccoli, quindi un genitore dovrebbe guidare il figlio anche nella riflessione: per esempio, nella scena in cui Simone uccide il boss, c’è un lato “brutto-bello” che può attrarre, e un adulto dovrebbe spiegare che si tratta di scelte sbagliate, ma compiute per precise motivazioni. Man mano che la storia prosegue, il messaggio diventa più chiaro e emerge l’obiettivo della serie. C’è anche la speranza che gli adulti, pur non essendo genitori, riescano a comprendere e indirizzare questi ragazzi, come accade nel personaggio di Beppe, che se ne prende cura. La serie riesce così a trasmettere un forte concetto di speranza.

In merito a questo, quanto è importante raccontare queste figure come gli educatori che nonostante non siano i loro figli questi ragazzi li prendono così a cuore e cercano di salvarli.

È importantissimo perché ci sono delle persone che non si soffermano solo a dire “Questo è il mio lavoro e questo devo fare”. Sono persone che hanno il dovere e il potere di portarsi il lavoro a casa. Se per esempio l’attore porta il lavoro a casa vuol dire che non è un bravo attore perché non capisce la differenza tra il lavoro e la vita personale, mentre un educatore portandosi il lavoro a casa fa del bene. Sono lavori che a mio parere dovrebbero essere pagati molto di più, così come i medici e gli infermieri perché sono delle figure fondamentali e ce ne sono poche ad oggi. Ricordo che quando ero piccolo c’erano molti giovani ventenni che si dedicavano all’animazione e all’aiuto dei ragazzi; oggi invece vedo molta meno affluenza verso quella direzione, vedo tutto un disordine e una corsa ai soldi quando poi se ci fermiamo e ragioniamo ci torna in mente che ci sono persone che veramente hanno difficoltà e il 90% delle cose che fa un ragazzo normale, che dovrebbe vivere la sua vita e la sua età, questi ragazzi non riescono a farlo.

Questa esperienza ti ha portato a guardare con occhi diversi le vite dei giovani negli IPM?

Io sono sempre stato dello stesso pensiero: nessuno nasce cattivo. È un discorso importante perché racchiude tanti “perché”. Nessuno è cattivo, ma se non c’è stata una figura paterna o materna di riferimento le motivazioni dietro certe scelte diventano comprensibili. Siamo tutti uguali, semplicemente abbiamo storie diverse e queste storie determinano azioni e reazioni.

Il successo generazionale nato dall’energia e dall’unione del cast

La serie ha raggiunto un successo straordinario diventando un vero fenomeno generazionale. Secondo te qual è il segreto di questo successo?

Secondo me la cosa fondamentale di tutto questo è proprio l’unione tra ragazzi. Sul set siamo tutti “piccoli”, anche gli stessi protagonisti di sempre come Vincenzo Ferrera e Carmine Recano sono persone che hanno tanta energia. È raro vedere facce appese sul set di Mare Fuori, c’è tanta voglia di fare. La maggior parte sono tutti ragazzi che hanno iniziato da poco questo percorso, non siamo attori di vecchia data e tantomeno abbiamo curriculum che non finiscono più. C’è tanta voglia di fare e di imparare e questa secondo me è la forza della serie.

Il lato umano di Simone nella scena più intensa della stagione

In questa stagione c’è stata una scena che ti ha messo particolarmente alla prova dal punto di vista emotivo o interpretativo?

La scena con Rosa, quando Simone tenta di ucciderla, lì ho dovuto affrontare un viaggio interiore molto profondo e uscirne non è stato facile perché in quel momento devi pensare che quell’altra persona ha tutto e tu potevi avere le sue stesse cose, ma per varie motivazioni tu non hai niente e lei ha tutto. Lei ha il potere di fare determinate cose e tu devi scalare una montagna per arrivarci però poi quando si scontrano interesse e sentimento, cambia un po’ tutto e non è stato facile lavorare su una scena in cui devi uccidere una persona, ritrovandoti a vivere un momento di nostalgia e a tornare in te bambino. È stato molto difficile, ma insieme a Maria è venuta fuori una bella scena.

Il debutto nel mondo della recitazione

Facendo un passo indietro, come è iniziato il tuo percorso in Mare Fuori?

Io prima facevo il pizzaiolo, non ho mai avuto a che fare con il mondo della recitazione fino al giorno in cui mia mamma mi inviò su whatsapp un casting di Mare Fuori dove l’età richiesta era tra i 17 e i 22 anni, altezza minima 1,75 m, occhi azzurri. Mia mamma lo vide e disse: “Questo è mio figlio”. Il provino si doveva fare tra il 17 e il 18 aprile e io decisi di farlo il 17 perché ho tantissimi legami con questo numero: sono nato anche il 17 agosto. Andai a fare il provino, feci altri quattro callback e poi fui preso due settimane dopo l’ultimo provino. È stato un momento di cambiamento: prima con il mio lavoro dovevo andare in Germania, quindi già era un periodo di trasformazione nella mia vita privata, poi feci questo provino e scelsi questa strada. Non è stato facile sacrificare tanti anni di lavoro, ma ne è valsa la pena. Credo che la maggior parte dei ragazzi oggi aspiri a partire, quindi non è stato né facile né sicuro però io ne sono stato contento perché i risultati si sono visti.

Quella dell’attore è sempre stata la tua aspirazione?

Si è sempre stato il mio sogno. Anche il presentatore mi sarebbe piaciuto e mi piacerebbe fare. La televisione mi ha sempre affascinato.

Le prospettive future 

Qual è il tuo sogno per il futuro nel mondo della recitazione?

Il mio sogno è di continuare questo lavoro però voglio arrivare poi a un punto in cui mi compro una bella casa sulle montagne, avrò il mio orto, le mie pecore, le mie mucche e starò tranquillo senza nessuno attorno (ride). Dal punto di visto interpretativo per disintossicarmi da tutto questo male vorrei fare una bella commedia.

 

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