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‘Francesco Di Tullio’: Quando tutto cambia
Protagonista di “Mare Fuori 6”, Francesco Di Tullio si racconta in questa intervista
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3 ore agoon
Francesco Di Tullio ha l’energia inquieta di chi è ancora all’inizio del viaggio, ma già sa in che direzione vuole andare. È cresciuto tra palcoscenici e camerini – i suoi genitori sono attori di teatro – eppure la passione per la recitazione non è arrivata subito. All’inizio era solo un gioco, qualcosa da provare quasi per caso. Poi è arrivata Mare Fuori e quella curiosità si è trasformata in una strada. Oggi, mentre il suo personaggio Federico nella serie attraversa una stagione di crescita e consapevolezza, anche Francesco sembra muoversi nello stesso territorio: quello delle scelte, delle ambizioni e delle possibilità che si aprono quando capisci cosa vuoi fare davvero. Accanto alla recitazione c’è la musica, la chitarra sempre in mano e la voglia di raccontarsi anche attraverso le canzoni. Il futuro? «Lo sogno grande», dice. E il modo in cui lo racconta lascia intuire che non è solo una frase.
Ph. Sabrina Cirillo
Ha messo piede per la prima volta su un set a soli otto anni, nel film Amo la tempesta. Un’esperienza precoce, che però, all’epoca, non aveva ancora il sapore di una vera vocazione.
«All’inizio recitavo più che altro perché i miei genitori mi proponevano di provare. Io dicevo: “Va bene, proviamo”, ma non era qualcosa che mi appassionasse davvero. Sul set avevo poche battute e spesso finivo per annoiarmi».
La svolta arriva qualche anno dopo, con la quinta stagione di Mare Fuori.
«Sì, è stata la mia prima vera esperienza su un set importante. É lì mi sono appassionato davvero al mondo del cinema».
Com’è arrivata questa opportunità?
«Ho chiesto ai miei genitori, che sono attori di teatro, di scattare alcune foto per un’agenzia. Da lì mi hanno contattato per Mare Fuori: prima un casting, poi un secondo incontro a Napoli. Dopo non ho saputo più nulla per circa un mese e pensavo fosse finita lì. Poi un giorno i miei genitori mi hanno chiamato dicendomi: “Sei stato preso”. Ero felicissimo».
Nella nuova stagione il suo personaggio, Federico, attraversa un momento di cambiamento importante.
«Federico attraversa una vera presa di coscienza. È sempre stato molto legato a Samuele, che lo aveva salvato da una situazione difficile con lo zio, e per questo provava una profonda gratitudine: nonostante tutto, aveva un piatto caldo e un posto dove stare. In questa stagione, però, impara poco alla volta a prendere le distanze e a capire cosa è davvero giusto per lui».
Ph. Sabrina Cirillo
Un percorso che passa anche attraverso l’incontro con Lorenza.
«Sì, è un passaggio fondamentale per lui. Grazie a lei, Federico inizia a mettere in discussione tutto e a capire che deve trovare una strada propria. È un processo graduale: impara a stare da solo, a non dipendere più dagli altri e, soprattutto, a interrogarsi su chi vuole diventare davvero».
Quanto lavoro c’è dietro la costruzione emotiva di questo personaggio?
«Si parte dalle battute, ma poi bisogna entrare nella testa del personaggio. Cerco di attingere a emozioni che conosco — la felicità, la delusione, l’innamoramento. Anche se le situazioni sono diverse dalla mia vita, quelle emozioni sono reali e aiutano a rendere il personaggio credibile».
Lei è molto diverso dal personaggio che porta in scena. C’è qualcosa che però l’accomuna?
«Sicuramente il fatto di essere un ragazzo che sta cercando la sua libertà e la sua pace con se stesso. Però dentro Federico ho cercato di mettere molto di me, soprattutto a livello emotivo».
Perché Mare Fuori parla così tanto alle nuove generazioni?
«Anche se è ambientata in una realtà specifica come quella di un carcere minorile, la serie racconta dinamiche che molti ragazzi vivono davvero: gli errori, le scelte sbagliate, i sentimenti, il bisogno di riscatto. Sono esperienze universali, che vanno oltre il contesto. Credo che i giovani abbiano bisogno di vedere queste storie raccontate in modo diretto, senza filtri, perché è proprio lì che riescono a riconoscersi».
Quando ha capito che era entrato nella serie, e che il suo personaggio avrebbe avuto spazio anche nella sesta stagione, cosa ha pensato?
«All’inizio mi sono trovato in un ambiente molto diverso dal mio, e questo mi metteva un po’ in difficoltà. C’era anche un po’ di paura, perché era tutto nuovo. Poi però ho capito che stavo facendo qualcosa che mi piaceva davvero. Sono stato accolto subito, mi sono sentito parte di un gruppo, e lì è nata la mia passione per la recitazione. Oggi cerco di dare il massimo e di sfruttare al meglio ogni occasione che mi viene data».
Il 2026 la vede protagonista anche in altri progetti che vanno dal teatro a due miniserie: Una piccola formalità e L’Ombra. Cosa puoi dirci?
«Sto lavorando a uno spettacolo teatrale creato dai miei genitori insieme ad altri attori che insegnano all’Accademia 09. Cercavano un personaggio giovane e per me è stata anche l’occasione di avvicinarmi al teatro per la prima volta. Ho scelto di mettermi in gioco perché è una sfida vera: il palco richiede un tipo di presenza e di concentrazione completamente diverso. Sto imparando passo dopo passo cosa significa stare lì, davanti al pubblico, e affrontare qualcosa di impegnativo come un monologo. È un lavoro molto intenso, ma anche estremamente formativo. Parallelamente, sto lavorando anche per la televisione: faccio parte del cast di Una piccola formalità, diretta da Davide Marengo, e sarò coinvolto anche in L’Ombra, che inizieremo a girare prossimamente. Sono progetti diversi tra loro, e proprio per questo molto stimolanti, anche se su quest’ultimo non posso ancora svelare molto».
La passione per l’arte, in realtà, fa parte da sempre della sua vita.
«Sono cresciuto nei teatri e negli ambienti artistici e ringrazio molto i miei genitori per questo. Mi hanno sempre lasciato libero di fare le mie scelte, supportandomi. Avere una passione di questo tipo è meraviglioso, e riuscire a vivere della tua passione credo sia la soddisfazione più grande».
Ph. Sabrina Cirillo
Oltre alla recitazione scrive e interpreta musica, dal rock al blues fino alla trap. Come nasce una sua canzone?
«Negli ultimi tempi suono moltissimo la chitarra. Di solito parto da un giro che mi colpisce, lo registro e poi costruisco sopra un testo. Le canzoni nascono sempre da qualcosa che sento davvero, da un’emozione o da un’esperienza che ho bisogno di raccontare. Negli ultimi anni mi sto avvicinando sempre di più a sonorità come il blues, il jazz e il rock, che sono i generi in cui mi riconosco di più e che sento più vicini al mio modo di esprimermi».
Guardando il suo percorso, qual è stata la difficoltà più grande che l’ha fatta crescere?
«Nel lavoro artistico è facile lasciarsi prendere dallo sconforto. Ti capita di rivedere una scena e pensare che avresti potuto fare meglio, di essere molto duro con te stesso. La vera difficoltà è trovare un equilibrio tra autocritica e consapevolezza: capire dove puoi migliorare, senza però perdere fiducia in quello che fai. È un processo continuo, ma fondamentale per crescere davvero».
Un aneddoto dal set di Mare Fuori?
«Ce ne sarebbero davvero tanti. Una delle scene a cui sono più legato è quella al mare con Lorenza, quando facciamo il bagno. È stato un momento molto bello anche fuori dal set: faceva caldo, eravamo tutti stanchi dopo una lunga giornata di lavoro, e girare in acqua ha reso tutto più leggero, quasi sospeso. Il mare, poi, è un elemento fondamentale nella serie, ha un valore simbolico forte. Quella scena, in particolare, mi è rimasta dentro perché univa tutto: il contesto, le emozioni e l’atmosfera del set. È stato davvero un momento speciale».
C’è un regista con cui vorrebbe lavorare o un ruolo che sogna di interpretare?
«Mi piacerebbe confrontarmi con ruoli molto lontani da me, personaggi che mi costringano a uscire dalla mia zona di comfort. Più sono complessi e difficili, più ti danno la possibilità di metterti in gioco e di esprimerti davvero. Tra i registi, mi piacerebbe lavorare di nuovo con Ludovico Di Martino, con cui ho collaborato nella quinta stagione di Mare Fuori. Ha una grande sensibilità, uno sguardo molto preciso e idee forti, ma allo stesso tempo è molto attento agli attori e al loro percorso».
La musica l’ha aiutata nella recitazione?
«Sicuramente sì, soprattutto dal punto di vista vocale. Cantare ti insegna a conoscere meglio la tua voce, a controllarla e a usarla in modo più consapevole, e questo si riflette anche nella recitazione. Sono due linguaggi diversi, ma condividono la stessa base: l’esigenza di esprimere qualcosa di autentico. Che sia attraverso una canzone o attraverso una scena, alla fine si tratta sempre di raccontare ciò che hai dentro e riuscire a farlo arrivare agli altri».
Dove si vede tra dieci anni?
«Bella domanda. Sogno in grande, senza pormi troppi limiti. Mi immagino a recitare e a suonare in giro per il mondo, magari tra città come New York, Londra o Parigi. Mi piacerebbe costruire un percorso che mi permetta di unire entrambe le cose, la recitazione e la musica, e vivere di questo, viaggiando e confrontandomi con realtà diverse. Credo che l’obiettivo sia proprio questo: continuare a crescere, senza smettere mai di mettermi in gioco».
Ph. Simone PacciniSe questa intervista ti è piaciuta leggi anche l’intervista a Tommaso Basili