C-MOVIE Film Festival

‘Songs of Forgotten Trees’: intervista ad Anuparna Roy

Anuparna Roy, premiata a Venezia, racconta il suo film e le difficoltà di essere una regista donna in India

Published

on

A concludere il C-MOVIE è stata la proiezione di Songs of Forgotten Trees, diretto dalla regista indiana Anuparna Roy. L’opera è stata premiata al Festival di Venezia 2025 per la Miglior Regia nella sezione Orizzonti e segue la storia di due donne migranti, molto diverse per provenienza e carattere, che finiscono per condividere non solo un appartamento, ma anche una parte della propria solitudine.

Thooya, infatti, è una giovane aspirante attrice appena arrivata a Mumbai. Senza risorse, ma fortemente determinata, prova a ritagliarsi uno spazio nella giungla urbana affidandosi alla propria bellezza e capacità di adattamento, accettando compromessi pur di ottenere occasioni e continuare a sopravvivere. Quando decide di subaffittare l’elegante appartamento dell’uomo che la mantiene a Swetha, una riservata impiegata d’azienda, tra le due nasce una convivenza inattesa.

Apparentemente distanti, Thooya e Swetha iniziano lentamente ad avvicinarsi. Nei silenzi della casa condivisa, tra fragilità taciute e ricordi dolorosi, prende forma un rapporto fatto di empatia e comprensione. Il loro legame cresce con delicatezza, tra esitazioni, vulnerabilità e una profonda risonanza emotiva.

Il cinema come fuga dal mondo reale

Come è iniziato il tuo amore per il cinema e quando hai capito di voler diventare una regista?

Il mio amore per il cinema è nato molto presto, quando avevo forse otto o nove anni. In televisione vedevo un mondo completamente diverso da quello in cui vivevo. Nel villaggio in cui sono cresciuta la vita reale era piuttosto dura, e il cinema rappresentava per me una sorta di fuga. Guardare film o anche solo ascoltare canzoni in televisione mi permetteva di entrare in un altro universo.

Più tardi mi sono trasferita a Delhi per studiare giornalismo. È lì che ho iniziato a scoprire davvero il cinema mondiale. Ho visto film come Roma, The Worst Person in the World e molti altri che mi hanno profondamente colpita. In quel periodo ho capito che potevo scrivere.

In realtà avevo già iniziato a farlo: studiavo letteratura inglese e dal 2015 scrivevo racconti, anche se non ancora vere e proprie sceneggiature. È stato allora che l’idea di fare cinema ha iniziato a prendere forma.

La discriminazione di genere

Cosa significa essere una regista donna in India? Hai incontrato difficoltà particolari?

Sì, moltissime. In tutto il mondo le donne sono spesso considerate un “secondo genere”, ma in India questa condizione è ancora più evidente. Non accade solo nell’industria cinematografica, ma anche in molti altri settori.

Nel mio caso, le difficoltà sono state ancora maggiori perché i film che volevo realizzare non erano pensati per il mercato commerciale. Quando presentavo i miei progetti ai produttori, spesso mi dicevano che nei miei film mancavano gli elementi tipici del cinema commerciale: non c’era il male gaze, non c’erano le item song, non c’era qualcosa che potesse attirare il pubblico maschile. Per questo motivo molti rifiutavano di produrli.

La discriminazione di genere in India è molto radicata. In molti contesti si incoraggia ancora il matrimonio delle ragazze giovanissime più della loro istruzione.

Io, però, avevo già deciso che avrei trovato il modo di fare i miei film. Ho lavorato, ho guadagnato dei soldi e li ho investiti nel mio progetto. Non avevo paura: il mio obiettivo era semplicemente realizzare il film e portarlo a termine. Tutto il resto sarebbe venuto dopo.

La vittoria a Venezia

Sei stata la prima regista indiana a vincere il premio per la Miglior Regia al Festival del Cinema di Venezia. Come hai vissuto questa esperienza?

È strano, ma nei momenti più importanti della mia vita tendo a rimanere molto calma. Anche quando ho saputo della vittoria a Venezia ero sorprendentemente tranquilla. Naturalmente ero scioccata, emozionata, vulnerabile — ma quella vulnerabilità mi piace.

Venezia ha cambiato moltissimo la mia vita. Sono profondamente grata a Venezia e all’Italia. Non avrei mai immaginato che una ragazza proveniente da un piccolo villaggio indiano potesse ricevere tanto rispetto, sia dal proprio paese, sia da un luogo come Venezia.

Ora sto lavorando al mio secondo film e le riprese inizieranno il 18 marzo. Tutto questo è stato possibile anche grazie a Venezia.

Sono sempre stata una grande appassionata di cinema europeo e americano. I film che ho visto nel corso della mia vita mi hanno formata. In un certo senso devo a loro ciò che sono oggi.

Silenzi e piccoli gesti

In Songs of Forgotten Trees i silenzi e i piccoli gesti sono fondamentali. Come hai lavorato su ciò che non viene detto?

Amo ciò che non viene detto. Nella vita sono una persona che difficilmente esprime apertamente i propri sentimenti: probabilmente non direi mai direttamente a qualcuno che lo amo.

Questa caratteristica personale è entrata anche nel film. Volevo che ci fossero lunghe pause, momenti di silenzio. In alcune scene ho chiesto agli attori di restare in silenzio anche per più di un minuto.

Credo che il non detto aumenti il desiderio dello spettatore di capire, di riempire quello spazio. Era proprio questo il mio intento.

Il mito come fonte d’ispirazione

Quando è nato il titolo del film?

All’inizio il film si chiamava The White Ghost. Era un riferimento ironico alla figura paterna.

Poi ho introdotto nel racconto il mito degli alberi cavi che ricordavo dall’infanzia, vicino alla casa di mia nonna. C’era una leggenda: se porti la persona che ami davanti a quegli alberi, quella persona finirà per dimenticarti.

Gli alberi sono diventati così una metafora: anche se la società non accetta persone Swetha, ne nasceranno sempre altre — proprio come nuovi alberi che crescono dai semi.

Il titolo Songs of Forgotten Trees è nato da questa immagine. Il mio mentore, Paresh Kamdar, mi ha suggerito di usare “forgotten” invece di “forgetting”, e credo che abbia colto perfettamente lo spirito del film. Ci tengo a sottolineare che tengo molto a Paresh Kamdar, devo molto a lui.

Abbattere il male gaze

Come si sopravvive in un contesto in cui le donne sono spesso oscurate dalle figure maschili?

È uno dei temi centrali del film. I personaggi femminili portano tutti con sé una storia di abbandono o di rifiuto: Thooya è stata abbandonata dal padre, sua madre dal marito; Swetha è cresciuta in un’ONG perché i suoi genitori non l’hanno accettata.

Volevo mostrare come queste donne si muovono in un mondo dominato dagli uomini e come, in alcuni casi, sviluppino una sorta di distacco dal rapporto con loro.

Nel cinema indiano le donne sono spesso rappresentate attraverso il male gaze, lo sguardo maschile. Io volevo mettere in discussione questo meccanismo. Per esempio, invece di mostrare il corpo nudo di una donna — che è ciò che il pubblico si aspetterebbe quando si parla di una prostituta —, ho deciso di mostrare il corpo nudo di un uomo. Era un modo per ribaltare l’immaginario.

Non penso di aver rivoluzionato il cinema, ma come giovane regista volevo provare a rompere alcuni stereotipi.

Pensi che sia possibile cambiare questo tipo di rappresentazione nel cinema indiano?

Penso di sì. Anche molte registe donne, purtroppo, continuano a riprodurre il male gaze nei loro film, quindi non è un problema che riguarda solo i registi uomini.

Il cambiamento è possibile, ma richiede consapevolezza e coraggio. Non significa che non si debba mai mostrare una donna nuda: tutto dipende dalla storia. Se una scena è necessaria, allora ha senso mostrarla; se non lo è, diventa soltanto un elemento inserito per attirare lo sguardo maschile.

Solidarietà femminile

Pensi che la solidarietà tra donne sia davvero possibile in un mondo dominato dall’individualismo e dall’invidia?

Assolutamente sì. Dipende molto dalle esperienze personali. La mia vita è stata segnata da molte forme di discriminazione: di genere, di casta, di classe. Fin da piccola mi veniva detto che appartenevamo a una famiglia privilegiata e che non dovevo frequentare certe persone. Con il tempo ho iniziato a vedere queste gerarchie sociali come una sorta di costruzione, quasi una performance. Questo mi ha portato a sentirmi sempre più vicina alla vulnerabilità delle donne. Perciò, per me, la solidarietà femminile non solo è possibile, ma è anche fondamentale.

Un’esperienza personale

Cosa rappresenta per te Songs of Forgotten Trees?

Per me significa tutto. Ho persino un tatuaggio con un albero sul corpo. La storia è molto personale. Da bambina ammiravo molto mio padre, ma il suo matrimonio era disfunzionale. A un certo punto mi proibì di frequentare una mia amica perché apparteneva alla casta Dalit. Lei mi regalava spesso delle rose, e mio padre mi disse che le rose erano il fiore peggiore.

Il prequel del film si intitolerà proprio Roses Are the Worst Flower e racconterà l’infanzia e l’adolescenza dei personaggi.

Molti elementi del film provengono direttamente dalla mia esperienza: la complessità dell’identità, il rapporto tra le due protagoniste, una relazione affettiva che rimane sospesa tra amicizia, amore e qualcosa di indefinito.

Questo film significa davvero tutto per me e mi sento davvero grata per averlo realizzato.

Exit mobile version