C-MOVIE Film Festival

Si chiude a Rimini il C-MOVIE

Il resoconto delle tre giornate del festival

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Anche quest’anno si è conclusa la terza edizione del C-MOVIE Film Festival, che quest’anno ha interrogato il rapporto tra immagini, corpi e autobiografia. Tra incontri e proiezioni, i tre giorni del festival sono stati un’occasione per esplorare il cinema come mezzo che attraversa memoria personale e sguardo collettivo.

Più che una semplice rassegna, C-MOVIE si è distinto ancora una volta come spazio privilegiato di confronto. Dialoghi con autori ed esperti e momenti di riflessione hanno costruito un ponte che ha attraversato e unito epoche e linguaggi diversi, tenendo insieme cinema delle origini, cinema indipendente contemporaneo, fumetto e letteratura.

Nel corso delle tre giornate, è emerso con chiarezza il fil rouge della manifestazione: il cinema come pratica di racconto del sé, che diventa inevitabilmente racconto del mondo. In un panorama festivaliero spesso dominato dalla logica della vetrina, C-MOVIE continua a rivendicare uno spazio più intimo, ma profondamente riflessivo. In questo modo, lo spettatore è chiamato non solo a guardare, ma anche a discutere attivamente e prendere una posizione.

L’edizione 2026

La serata di apertura del festival ha accolto la scrittrice Lidia Ravera, protagonista di un incontro dedicato al cinquantesimo anniversario di Porci con le ali. Con lei hanno dialogato il giornalista e autore Luca Raffaelli e con il fumettista Alec Trenta, mentre l’attrice Giovanna Mori ha dato voce a brani tratti dal romanzo di Raffaelli Lo spazio dentro. Una conversazione intergenerazionale sul corpo come spazio politico e narrativo, che ha messo in dialogo letteratura, fumetto e autobiografia.

L’ouverture è proseguita con la riscoperta di The Tiger’s Coat di Roy Clements, raro film muto del 1920, che vede protagonista una giovane Tina Modotti, figura emblematica del Novecento tra cinema, fotografia e impegno politico. A concludere, l’anteprima di Shape of Momo della regista Tribeny Rai, presentata insieme allo sceneggiatore Kislay.

Nel corso delle tre giornate il festival ha intrecciato prospettive diverse: il focus su cinema e generazioni, con il film Ammazzare il tempo di Mimmo Rafele, tratto dal romanzo di Ravera; la riflessione sulla vulnerabilità maschile, con Wild Foxes di Valéry Carnoy; il dialogo tra Italia e India promosso dagli incontri con il regista ed esperto di cinema sub-asiatico Italo Spinelli e dalle proiezioni di opere come Gangor e Vrindavan Film Studios di Lamberto Lambertini.

Accanto al cinema internazionale, la rassegna ha dedicato spazio anche alla memoria e al documentario italiano: dal corto Zappaterra, nato dalle testimonianze dell’Archivio Diaristico Nazionale, fino all’omaggio al regista Daniele Segre con la proiezione restaurata di Vite di ballatoio.

A chiudere il festival è stato infine Songs of Forgotten Trees della regista Anuparna Roy, premiato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti. Il film, che racconta l’incontro tra due donne migranti a Mumbai, conferma la possibilità che storie individuali, anche lontane geograficamente, trovino nel cinema uno spazio comune di ascolto.

La chiusura del festival porta con quella dolce malinconia che accompagna tutte le cose più belle, che sono inevitabilmente destinate a finire. Nel cuore continuano a vivere le energie, la potenza degli incontri e una sensazione di magia: a Rimini aleggia ancora lo spirito di Federico Fellini.

E mentre le luci si spengono, tra chi ha partecipato è già iniziato silenziosamente il conto alla rovescia per la prossima edizione.

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