Immaginate di rispondere a un annuncio di lavoro. Una villa elegante, vitto e alloggio garantiti, uno stipendio che sembra finalmente mettere fine a mesi, forse anni, di precarietà. L’incarico è semplice: badare a un’anziana signora. Poi arrivate sul posto, attraversate corridoi silenziosi, incontrate il figliodella padrona di casa e scoprite la verità: la donna di cui dovrete prendervi cura è morta. E no, non è una metafora. È proprio morta. Benvenuti nel mondo assurdo e grottescamente irresistibile di A mamma non piace, l’ultimo film diretto da Gianni Leacche. Nelle sale italiane dal 24 Marzo.
Oggi l’opera assume inevitabilmente un valore speciale. La scomparsa del regista trasforma questa commedia horror-grottesca in qualcosa di più di un semplice film di genere: diventa uno sguardo finale sul suo modo di fare cinema, un equilibrio personale tra ironia, atmosfera e attenzione ai personaggi. Leacche era uno di quei registi che osservavano prima le persone edopo le trame, costruendo attorno a loro mondi narrativi in cui l’assurdo non era mai gratuito, ma rivelatore. A mamma non piaceè un piccolo laboratorio di umanità imperfetta, in cui l’ironia diventa la lente attraverso cui guardare solitudine, opportunismo e istinto di sopravvivenza.
La storia ruota attorno ad Alina, immigrata bielorussa arrivata in Italia con un passato pesante e un presente ancora più complicato. Tra lavori precari, diffidenza sociale eun protettore che pretende denaro in cambio della sua libertà, la donna sembra intrappolata in una spirale da cui è difficile uscire. Finché non arriva l’offerta di lavoro perfetta: una villa isolata, un impiego stabile, una paga generosa. Il dettaglio inquietante è che l’anziana signora di cui dovrebbe occuparsi, la misteriosa Lucrezia, è morta.
Il prezzo della libertà
È proprio in questo paradosso che il film trova la sua forza. A mamma non piace èuna commedia nera che gioca con il macabro senza mai abbandonare la dimensione del grottesco. Il confine tra paura e risata è sottile, e Leacche lo attraversa con evidente gusto per l’assurdo. La badante di una mummia non è soltanto un espediente narrativo bizzarro, ma il simbolo di un mondo che preferisce mantenere in vita le illusioni piuttosto che affrontare la realtà. Giuliano è il custode di questa menzogna collettiva: un figlio apparentemente devoto che in realtà difende un sistema di interessi legato alle sedute esoteriche che la madre conduceva in vita.
A sostenere il filmè soprattutto Monica Carpanese, che nei panni di Alina costruisce un personaggio sorprendentemente umano dentro un contesto volutamente assurdo. Il suo volto attraversa tutte le sfumature possibili: disgusto, paura, rassegnazione e quella forma di pragmatismo disperato che appartiene a chi sa di non potersi permettere il lusso della dignità. Non a caso la sua interpretazione le è valsa il premio come miglior attrice al Berlin Indie Film Festival.
Attorno a lei si muove un cast che sembra uscito da una commedia all’italiana filtrata attraverso un incubo gotico:personaggi volutamente sopra le righe. Claudio Botossoè un Giuliano perfettamente ambiguo, logorroico e apparentemente innocuo, ma con quell’aria di chi nasconde qualcosa di molto meno innocente dietro la devozione filiale. Federico Tocci interpretaLoris, il protettorecafone che incarna il lato più sporco e concreto della realtà da cui Alina tenta di fuggire. Il film si diverte poi a popolare il racconto di figure eccentriche: ristoratori romani sempre pronti alla lite, aspiranti influencer dai sogni improbabili, vedovi curiosi e amici invadenti.
Tra ironia e malinconia
Ne nasce un microcosmo che ricorda, per certi versi, il teatro della commedia italiana degli anni Settanta: personaggi più grandi della vita, ma sempre riconoscibili. È un universo che sfiora spesso la farsa, ma che il regista riesce a tenere ancorato alla realtà grazie a un ritmo narrativo preciso e a una regia attenta alle atmosfere. Ma sotto la superficie ironica, il filmconserva anche un’anima sorprendentemente malinconica. Perché la storia di Alina è, in fondo, quella di molti invisibili contemporanei: persone costrette ad accettare qualsiasi compromesso pur di conquistare un briciolo di libertà. Ed è proprio qui che si riconosce la mano di Leacche.
Il regista non giudica mai i suoi personaggi: li osserva, li lascia sbagliare, li accompagna dentro situazioni sempre più assurde fino a rivelare quanto l’assurdo sia spesso la forma più sincera di realtà. Ne esce un’operache alterna momenti di comicità sfrontata a lampi di inquietudine. Un oggetto cinematografico curioso, capace di mescolare generi diversisenza perdere il controllo del racconto. Eche, proprio come il suo titolo, sembra suggerire una regola semplice ma universale: alcune verità è meglio non dirle. Perché, dopotutto, ci sono cose che… a mamma non piacciono.