C-MOVIE Film Festival
Lidia Ravera: tra cinema e letteratura
Un dialogo con la scrittrice e sceneggiatrice su cinema, letteratura e memoria
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4 giorni agoon
Al C-MOVIE di Rimini torna in sala Ammazzare il tempo, film diretto da Mimmo Rafele e rimasto per anni ai margini della memoria cinematografica. A raccontarlo è Lidia Ravera, scrittrice e sceneggiatrice che negli anni Settanta è diventata una delle voci più discusse e riconoscibili della sua generazione dopo il successo di Porci con le ali.
Arrivata al festival, di cui è la madrina per l’edizione 2026, in occasione della serata di inaugurazione, Lidia Ravera ha ripercorso la lavorazione delle due opere e la contestata accoglienza a Venezia di Ammazzare il tempo, riflettendo sugli anni del femminismo e l’eredità di Porci con le ali.
Il ritorno in sala di Ammazzare il tempo
Dopo tutti questi anni cosa ha significato per lei aver visto in sala Ammazzare il tempo, considerando anche la difficile accoglienza al Festival di Venezia?
È stata un’esperienza ambivalente: un misto di piacere e di orrore. Piacere perché mi sono ritrovata nel film; orrore perché ho rivisto anche i miei limiti di allora. Avevo una certa presunzione come dialoghista e tendevo a forzare troppo sui dialoghi, rendendoli quasi da commedia e togliendo un po’ di verità al racconto. In compenso, dal punto di vista visivo e registico il film è molto bello.
Mi dispiace anche per quello che accadde dopo: in qualche modo la sua accoglienza a Venezia – tra fischi e contestazioni – finì per danneggiare la carriera di mio marito. In realtà quella reazione era rivolta soprattutto contro di me: all’epoca ero “quella di Porci con le ali”, una figura molto esposta. Oggi lo sono ancora, ma almeno nessuno mi tira più uova marce o pomodori, come succedeva cinquant’anni fa.
Rivedendolo mi sono tornati alla mente anche episodi del mio passato. C’è una scena in cui un uomo dà un passaggio alle protagoniste e tenta di aprirsi la patta dei pantaloni per masturbarsi: è una situazione che mi è realmente capitata. Stavo andando ad Amsterdam in autostop, da Torino, con un’amica, per prendere un volo economico per New York. Uno degli uomini che ci diede un passaggio fece qualcosa di simile. Nel film lo faccio trascinare fuori dall’auto, nella realtà siamo semplicemente riuscite a scendere.
All’epoca non si parlava di MeToo: certe cose si subivano molto più spesso e con meno consapevolezza. Rivedere il film ha fatto riaffiorare tutto questo. Ho dovuto mettere da parte la mia naturale severità per riuscire ad apprezzarlo.
Il lavoro di sceneggiatrice
Lei ha sceneggiato il film assieme a Enzo Ungari e Mimmo Rafele. Come è stato lavorare a tre voci su un progetto tratto da un suo romanzo?
Enzo Ungari è stata probabilmente la persona più intelligente che abbia conosciuto. Aveva una straordinaria intelligenza cinematografica e lo dimostrano ancora oggi i suoi libri. Proiezioni private e Schermo delle mie brame sono tra i saggi sul cinema che amo di più.
Con Mimmo Rafele, invece, avevo un rapporto molto stretto: avevamo appena avuto un figlio insieme. Prima di Ammazzare il tempo avevamo già lavorato alla sceneggiatura di Oggetti smarriti di Giuseppe Bertolucci, sempre con Ungari. È un film bellissimo che ancora oggi rivedo con piacere.
Ricordo però anche le condizioni molto concrete di quel periodo: ero incinta e loro fumavano in continuazione. Nuvole di fumo ovunque. Oggi sarebbe impensabile, ma allora era normale: una donna incinta in mezzo a tre uomini che fumavano senza preoccuparsi minimamente. Questo dà l’idea di quanto fossimo invisibili.
Lavorare con Giuseppe Bertolucci, però, è stato davvero magnifico. Era un genio, ma soprattutto una persona sinceramente curiosa dell’intelligenza femminile. Dopo ogni riunione di sceneggiatura uscivo sentendomi dieci centimetri più alta: avevo imparato qualcosa, il cervello era stato messo in moto. Mi criticava, certo, ma sempre in modo costruttivo. Aveva un grande rispetto per lo sguardo delle donne. Tutti i film scritti con lui sono stati avventure meravigliose.
Io uscivo dal Sessantotto, un momento di maschilismo fiammeggiante. Non era facile essere donne, né tantomeno essere ascoltate ‒ nemmeno per quelle che avevano avuto un successo strepitoso come ho avuto io, quindi immaginatevi per tutte le altre. Ad esempio, non parlavi ‒ molto raramente le donne parlavano in assemblea, non avevano una parola pubblica. Non a caso lì è nato il femminismo. Comunque, passare ore e ore e ore a discutere di sceneggiatura con degli uomini che ti rispettano e che entrano in dialettica col tuo sguardo è un’esperienza bellissima.
Immagine gentilmente concessa dall’ufficio stampa
Lidia Ravera e la letteratura
In letteratura e cinema quanto lei ha dovuto lottare per farsi ascoltare come donna? In che modo l’ha fatto?
Molto. Il successo di Porci con le ali mi ha aiutato, ma non ha cancellato certi atteggiamenti. Le donne erano considerate soprattutto corpi. Nelle organizzazioni politiche spesso venivano relegate ai lavori pratici: ciclostile, cucina, logistica. Io scrivevo bene e mi affidavano i volantini, ma quasi sempre c’era un uomo che mi faceva la scaletta: come se le donne non potessero davvero pensare la politica. Da certi punti di vista eravamo molto più indietro di oggi. Da altri, purtroppo, non siamo cambiati poi così tanto.
Quanto la scrittura costituisce per lei un atto di libertà e di resistenza?
La scrittura è la mia modalità di stare al mondo. Per me è una modalità esistenziale, non ne conosco altre. Faccio questo da quando ho memoria, da quando ho tenuto in mano una matita, una penna col pennino. Non mi sono mai annoiata. La mia vita è stata molto semplice. Ora che mi guardo indietro, ho compreso che quello che piace a me è raccontare la vita, molto più che viverla.
Il lavoro su Porci con le ali
Parlando invece di Porci con le ali, quanto era importante per lei e per Marco Lombardo Radice creare un dialogo tra due sguardi anziché focalizzarsi su uno solo?
È quella la grande idea. Porci con le ali doveva essere un pamphlet politico che parlava di liberazione sessuale agli studenti. Ho detto a Marco: scriviamolo come un diario, così i nostri fratelli minori si rompono meno le palle, non si annoiano. Io scrivevo tutte le parti femminili e poi le portavo a lui, che faceva quelle maschili. Porci con le ali nasce, quindi, come pamphlet politico, non pensavamo che fosse un romanzo. Ovviamente anche nella sessualità le parti sono ben diverse: se guardi la masturbazione di lei e quella di lui al primo capitolo, lui ha bisogno di una figurina e il ricordo di una mutandina in campeggio, mentre lei ha bisogno di raccontarsi una storia. È molto bello che nel libro ci siano sempre due punti di vista diversi.
Porci con le ali ha compiuto 50 anni. Qual è, secondo lei, la vera eredità culturale di quest’opera?
È sicuramente stato un momento di rottura linguistica molto forte ‒ ho usato delle parole che non si usavano assolutamente nel pubblico, ma nemmeno nel privato. Ho dato voce ai giovanissimi che allora, come adesso, vengono tanto commentati ma mai stimolati. Quel libro li ha stimolati molto ‒ anche a tirarmi i pomodori marci, perché non è facile accettare di essere rappresentati. Detto questo, confesso che non so bene perché siamo ancora qui, cinquant’anni dopo, a parlarne. Preferirei raccontare del romanzo che sto scrivendo adesso, o dell’ultimo che ho pubblicato, Più dell’amore. Invece, sento di continuare a ripetere le stesse cose su Porci con le ali. Forse dovrei cominciare a inventarmi altre risposte: almeno mi annoierei di meno.