C-MOVIE Film Festival

‘Shape of Momo’: intervista a Kislay

Al C-MOVIE Kislay racconta il lavoro dietro ‘Shape of Momo’

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La serata d’apertura del C-MOVIE, festival dedicato al cinema d’autore, letteratura e pensiero contemporaneo, ha ospitato la proiezione di Shape of Momo, primo lungometraggio diretto dalla regista Tribeny Rai e distribuito da Kitchenfilm. Per l’occasione, è giunto a Rimini lo sceneggiatore Kislay, che ci ha raccontato i retroscena del suo lavoro con la regista.

Shape of Momo

Nel Sikkim, Bishnu torna al suo villaggio tra le montagne dell’Himalaya. La comunità l’accoglie con orgoglio, ma presto la giovane si troverà a fare i conti con l’aspettativa di un matrimonio già prestabilito. Nella grande casa dove vivono soltanto donne, l’affetto si intreccia alla paura, mentre piccoli abusi quotidiani e un senso costante di precarietà segnano la vita di tutte. Tra tensioni familiari e pressioni sociali, Bishnu fatica ad adattarsi al ruolo che le viene imposto, dando vita a un ritratto femminile insieme intimo e potente.

L’intervista

Il film affonda le sue radici anche nell’esperienza personale di Tribeny Rai. Come avete lavorato insieme per trasformare qualcosa di così intimo in una sceneggiatura cinematografica?

Tutto è nato da un’esperienza molto personale. Proprio per questo, però, non volevamo raccontarla in modo semplice o univoco. Le storie autobiografiche rischiano spesso di diventare una forma di giustificazione: si finisce per costruire una prospettiva in cui una persona ha ragione e gli altri diventano automaticamente i “cattivi”. Noi volevamo evitare questa dinamica e cercare invece uno sguardo più complesso.

È vero che il film segue Bishnu come protagonista, ma ci interessava capire anche il punto di vista delle altre donne: le loro esperienze, il loro rapporto con la società, le ragioni che le hanno portate a reagire in un certo modo alla vita. Abbiamo quindi raccolto molti ricordi, aneddoti e frammenti di esperienze personali. A un certo punto, però, ci siamo chiesti come trasformare tutto questo in cinema. Non poteva essere soltanto la condivisione di una rabbia individuale: doveva diventare anche uno sguardo più ampio sulla società.

Il film è ambientato in una regione collinare dell’India molto turistica. È un luogo che nell’immaginario viene spesso rappresentato come tranquillo, quasi idilliaco, abitato da persone gentili e serene. Noi volevamo allontanarci da questa visione esotica e mostrare invece persone reali, con contraddizioni e complessità.

È una società in trasformazione: da un lato mancano ancora alcune infrastrutture di base, dall’altro Internet è presente e le persone guardano video su Instagram. Ci interessava raccontare proprio questa fase di cambiamento. Per questo abbiamo lavorato a molte versioni della sceneggiatura, cercando di dare profondità a ogni personaggio, anche ai più piccoli: capire da dove vengono, cosa stanno attraversando, e non trattarli semplicemente come strumenti della trama.

Da scrittore uomo, che racconta una storia radicata in un’esperienza femminile, come hai affrontato la psicologia dei personaggi evitando gli stereotipi?

Il fatto che il film nascesse dall’esperienza personale di Tribeny è stato fondamentale. Nei ricordi ci sono sempre dettagli molto specifici, contraddizioni, sfumature emotive che aiutano a costruire personaggi complessi.

Quello che volevamo evitare era appiattire queste figure. Ci sono due cliché opposti quando si raccontano storie di questo tipo: trasformare i personaggi in figure arrabbiate e antagoniste, oppure presentarli soltanto come vittime. Ma nella realtà nessuno è una cosa sola. Tutti possiamo essere vulnerabili o ferire gli altri, a seconda della circostanza.

Nel film seguiamo quattro donne della stessa famiglia. Sarebbe stato facile trasformare tutto in una storia puramente tragica, centrata sulla loro sofferenza. Invece volevamo che emergesse anche la vitalità della loro relazione: l’ironia, i momenti di complicità, la libertà che nasce anche dal vivere insieme.

Dal punto di vista personale, ho cercato di avvicinarmi ai personaggi con delicatezza, non come osservatore esterno. Certo, c’erano anche difficoltà: non provengo da quella regione e non parlo nepalese. Scrivere all’interno di una cultura diversa è sempre complesso. Abbiamo però lavorato alla sceneggiatura per due anni, e io conoscevo già Tribeny e la sua famiglia. Non stavo scrivendo solo per una regista, ma per un’amica. Il nostro processo era quasi un dialogo continuo: io scrivevo qualcosa, lei lo correggeva; lei proponeva un’idea e io la rielaboravo. In un certo senso è stato davvero un lavoro a due voci.

Shape of Momo si muove tra desiderio di emancipazione e forti pressioni sociali. Come hai costruito questo equilibrio?

Uno dei nostri obiettivi era evitare un’identificazione troppo immediata e semplice con la protagonista. Spesso, quando si scrive un personaggio principale, si cerca di far in modo che il pubblico condivida ogni sua scelta. Nel caso di un personaggio femminile questo accade ancora di più, perché per molto tempo nel cinema queste figure sono state rappresentate in modo limitato.

Il rischio è creare personaggi “positivi” ma poco complessi: donne gentili che lottano contro una società ingiusta. Noi volevamo qualcosa di diverso. Volevamo che il film parlasse di emancipazione e di pressione sociale, ma anche che Bishnu potesse essere una persona difficile, contraddittoria, talvolta arrabbiata.

Ci è stato chiesto perché il personaggio fosse così aggressivo in certi momenti. Per noi, quella rabbia è parte della sua forma di ribellione. È una rabbia che nasce dal suo rapporto con la società e che a volte sfugge al suo controllo, anche se poi prova senso di colpa.

Un altro aspetto importante era la dimensione di classe. Queste quattro donne vivono in un villaggio, ma non sono le più povere: hanno una casa grande, possiedono della terra. Ci interessava mostrare anche questa posizione sociale e il modo in cui si intreccia con i rapporti con gli uomini del villaggio, che a volte hanno più potere simbolico ma provengono da contesti economici diversi.

Una volta completata la sceneggiatura, quanto è cambiata durante le riprese e il lavoro con gli attori?

Il lavoro con gli attori ha sicuramente portato alcuni cambiamenti. Di solito cerchiamo sempre di fare prove alcuni mesi prima delle riprese. In quella fase la sceneggiatura viene messa davvero alla prova: le parole sulla pagina diventano performance.

Quando vedi gli attori interpretare una scena, ti accorgi subito se qualcosa è troppo lungo, se un dialogo non funziona, o se un momento può essere semplificato. Dopo le prove abbiamo quindi fatto alcune modifiche per adattare meglio il testo alle personalità degli interpreti.

Durante le riprese i cambiamenti sono stati più limitati. Piuttosto, abbiamo sperimentato varianti emotive nelle scene. La trasformazione più grande è arrivata in montaggio. Il film inizialmente era molto più lungo e abbiamo dovuto decidere quanto spazio dedicare a ciascun personaggio. Anche il finale è cambiato. In un certo senso, quindi, il processo di scrittura è continuato fino all’ultima fase della lavorazione.

Quando si racconta una storia così radicata nella realtà emotiva e sociale, come si bilancia il realismo con la necessità di una struttura narrativa?

È sempre una sfida. Quando scrivi una storia c’è una pressione implicita a costruire eventi forti, momenti di svolta evidenti. Ma se vuoi raccontare davvero la quotidianità, a volte devi allontanarti dal “grande dramma”.

Una possibilità sarebbe stata dare a Bishnu un obiettivo molto chiaro, una missione precisa. Ma fin dall’inizio volevamo che fosse un personaggio confuso, in movimento. La vita reale funziona così: non viviamo drammi ogni giorno. Torniamo a casa, parliamo con i nostri genitori, con gli amici, e nel corso del tempo emergono piccoli cambiamenti. Per questo ci siamo concentrati su quello che potremmo chiamare “micro-drammi”: trasformazioni sottili, spesso impercettibili, che però modificano lentamente i personaggi.

Non volevamo seguire rigidamente una struttura classica in tre atti. Avevamo piuttosto una direzione generale: in certi momenti la relazione sentimentale di Bishnu si sviluppa, in altri entra in crisi. Ciò che ci interessava era più il flusso della vita che un meccanismo narrativo troppo rigido.

Negli ultimi anni il cinema indiano sta esplorando nuove prospettive sulle relazioni tra uomini e donne. In che modo il vostro film si inserisce in questo panorama?

Credo che negli ultimi anni stiano emergendo sempre più film legati a regioni specifiche dell’India. Il Paese è enorme, quasi come l’Europa, e ogni area ha una cultura diversa. Questo è uno dei primi film provenienti dal Sikkim, la regione in cui è cresciuta Tribeny.

Per noi era importante evitare anche un altro cliché: quello del fidanzato “negativo”. Sarebbe stato facile raccontare un uomo controllante o violento che la protagonista rifiuta, rendendo la scelta immediatamente comprensibile. Volevamo, invece, che il compagno di Bishnu fosse una persona genuina, gentile, radicata nella sua comunità. Certo, anche lui porta il peso delle aspettative familiari, ma non è un antagonista. In questo modo la domanda diventa più interessante: Bishnu rifiuta quel rapporto perché lui è sbagliato, o perché l’istituzione stessa del matrimonio non è qualcosa in cui si riconosce?

Dare risposte semplici, al personaggio o allo spettatore, non era la nostra priorità. Ci interessava lasciare aperto lo spazio del dubbio e osservare come queste dinamiche si sviluppano tra donne e donne, ma anche tra donne e uomini.

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