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‘Brides – Giovani Spose’: ciò che nasce dall’intolleranza

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Uscito nelle sale italiane lo scorso 5 marzo, il film diretto da Nadia Fall e scritto da Suhayla El-Bushra, è stato distribuito da Rosamont. Il film è ispirato alla vera storia del trio Bethnal Green ed è stato presentato al Sundance Film Festival del 2025. Il trio Bethnal Green è l’esempio eclatante della tendenza che il film esplora: giovani tra i quindici e i vent’anni che, radicalizzati online, lasciavano le loro vite per unirsi a organizzazioni terroristiche.

Brides

Doe e Muna sono due giovani islamiche che vivono in un paesino del Regno Unito. Qui sperimentano bullismo e emarginalizzazione costanti, vittime di un razzismo che non riescono più a sopportare. Le due ragazze, splendidamente interpretate da Ebada Hassan e Safiyya Ingar, cercano conforto in un viaggio verso l’ignoto. Vogliono raggiungere la Siria per unirsi all’ISIS, poiché credono fermamente che lì troveranno, ad accoglierle, una comunità fatta di sorellanza e comprensione. Mentre nel Regno Unito nessuno le rispetta, in Siria tutti capiranno il loro credo e il loro stile di vita. Scopriranno presto, però, che il loro viaggio è lontano dalle aspettative…

Doe e Muna: due personaggi veri

Doe (Ebada Hassan) è fragile e emotiva, stufa della sua situazione, crede di poter trovare pace lontana da “casa”. In Inghilterra vede sua madre abbandonarsi a comportamenti che Doe non approva, mentre frequenta un uomo violento che terrorizza entrambe. Ad aspettarla in Siria troverà anche il ragazzo di cui è innamorata, partito prima di lei.

La sua amica Muna (Safiyya Ingar) ha un carattere opposto. Non tollera che le venga detto cosa fare, ma soprattutto non tollera le discriminazioni che subisce. È testarda, tendente alla violenza, spesso anche fisica. In quanto estroversa, prende subito la timida Doe sotto la sua ala (vediamo come si sono conosciute in un bellissimo finale, probabilmente la migliore scena del film). Durante tutto il loro viaggio Muna incoraggia Doe, spesso la sgrida, tentando di darle forza e di farla arrivare fino in fondo. 

La loro storia, le due personalità, il modo che hanno di relazionarsi tra loro, così come problemi e speranze, sono tutti estremamente realistici. Accompagnati da una regia sempre all’altezza dei loro sguardi e vicina ai loro corpi, percepiamo i loro stati d’animo con vicinanza e realismo, quasi stessimo assistendo al viaggio reale di due ragazze portate a compiere scelte di cui chiaramente non capiscono il peso.

Oltre la morale

Fin da subito questo road movie dimostra, però, che non esistono quelle sicurezze e quella serenità che le due ragazze credono di trovare nel loro viaggio: il mondo che le circonda non smette mai di essere pericoloso e intollerante. Mentre sono in Turchia si sentono sempre osservate, specie dagli occhi invadenti degli uomini sui loro corpi. Vengono derubate, inseguite dalla polizia, spesso rischiano che lo scopo del loro viaggio esca allo scoperto. Si intuisce nel corso dell’opera che le insidie per Doe e Muna non termineranno fuori dall’Inghilterra come speravano. 

Il film, evidentemente con consapevolezza, non si schiera mai moralmente, lasciando lo spettatore confuso sul finale. Sembra impossibile che non ci sia una chiara condanna della scelta delle due protagoniste, ma il punto dell’opera sembra essere un altro: non tanto quanto sia grave la scelta di unirsi all’ISIS, ma quale sia la condizione psicologica che sottende questa pericolosa posizione. Il non sapersi collocare porta le due menti, fragili e giovani, a cadere nell’illusione offerta dalla propaganda e dalla speranza di poter avere una vita migliore, quando tutto sembra meglio di quanto si subisce quotidianamente.

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