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‘A Friend, a Murderer’: il caso che tormentò la Danimarca

Attraverso testimonianze e flashback, la nuova docuserie Netflix racconta i drammatici eventi accaduti in Danimarca nel 2016.

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Distribuita da Netflix, la docuserie A Friend, a Murderer narra i tragici eventi accaduti in Danimarca nel 2016. Diretto da Christian Dyekjær, il prodotto si inserisce nel panorama del true crime contemporaneo con il fine di non dimenticare una storia importante.

A friend a murderer La dinamica

Il documentario ricostruisce gli avvenimenti che hanno tormentato l’intera comunità di Korsør, in Danimarca. La diciassettenne Emilie Meng scompare la mattina del 10 luglio 2016, dopo aver trascorso la serata con amici. Dopo una lunga ricerca, il 24 dicembre 2016 viene ritrovato il corpo di Emilie, a circa 60 km da Korsør, da cui l’autopsia stabilisce uno strangolamento.

Il caso, purtroppo, resta irrisolto per ben otto anni, un lungo periodo vissuto con paura e tormento dagli abitanti della cittadina. Nel 2023, l’uomo viene identificato e arrestato mentre nel 2024, viene condannato all’ergastolo. Uno degli aspetti più inquietanti della vicenda riguarda l’identità del colpevole: un componente molto amato all’interno di un gruppo di amici.

Una narrazione subdola

Il montaggio realizza un lavoro non lineare, alternando flashback, materiali d’archivio, filmati e testimonianze attuali. Il pubblico è consapevole della drammaticità che verrà, ma non possedendo ancora molte informazioni, inizia a sincronizzare la propria sfera emotiva con la gradualità del racconto. Fin dal primo episodio, la docuserie mostra la sua impostazione investigativa: la vicenda viene introdotta da ricordi innocui di serate divertenti. Gradualmente, attraverso l’avanzamento delle indagini, la narrazione inizia a porre lo spettatore in uno stato di maggior incertezza.

Il racconto procede con un’intensificazione dei dati a disposizione. I testimoni vivono un’intensa fase di elaborazione delle proprie riflessioni, cercando di capire se ci si trovi al limite dell’assurdo. In realtà, il percorso investigativo si rivela adatto al raggiungimento della verità.

Un linguaggio visivo immersivo

Le interviste sono caratterizzate da una profondità di campo ridotta, una tecnica che isola il soggetto dallo sfondo, creando l’effetto bokeh. La serie punta ad una partecipazione attiva da parte dello spettatore. Seguendo questa linea, la regia decide di non tagliare gli attimi di silenzio dei testimoni, elemento che intensifica il loro peso emotivo, rafforzando così il processo empatico con lo spettatore.
La fotografia contribuisce, in modo notevole, alla costruzione dell’atmosfera disturbante. L’immagine è caratterizzata da una palette cromatica dominata da toni freddi, ponendo un focus particolare sul colore blu, tonalità che trasmette un forte senso di vuoto interiore. Gli ambienti appaiono nudi e silenziosi, immersi in una luce che mira a far dimenticare la componente documentaristica, soffermandosi così sul realismo della vicenda. Il registro visivo sobrio e controllato porta a non perdere mai di vista la gravità della dinamica.

Tra le scelte registiche interessanti, ne risiede una in particolare: il non mettere in scena alcuna aggressione. Difatti, la regia suggerisce gli eventi attraverso dettagli quali strade deserte o un’automobile parcheggiata nell’ombra. La violenza non diviene il focus della miniserie. Il trasporto psicologico, invece, lo è.

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Una pedina del gioco

Dopo l’arresto, Nichlas, uno degli amici più stretti del colpevole, inizia a rivalutare la sua presenza nella vita dell’uomo. Il ragazzo non comprende se sia davvero esistito un forte legame d’amicizia o se sia stato soltanto una pedina del piano. La serie evidenzia quanta attenzione, purtroppo, si debba porre nelle conoscenze quotidiane. Difatti, il colpevole delle dinamiche narrate è riuscito a mantenere una vita ordinaria, frequentando amici e pianificando i crimini. Inevitabilmente, i ragazzi hanno provato il gran dolore di non aver compreso in tempo l’accaduto, sentendosi in colpa verso le vittime.

Sviluppare tanti interrogativi è più che naturale. Se i sospetti fossero arrivati prima? Emilie sarebbe ancora viva, probabilmente. Sono ipotesi su cui qualsiasi essere umano dotato di empatia e sensibilità, si fermerebbe a riflettere. Eppure, nessun ragazzo del gruppo dovrebbe provare sensi di colpa perché è difficile e improbabile provare sospetti verso un comportamento ordinario. Questo è sicuramente uno dei casi in cui l’arresto non corrisponde necessariamente al sollievo. Lo shock emotivo relativo all’identità scoperta è ciò che ha lasciato traumatizzata l’intera comunità.

Una delle sofferenze più grandi corrisponde alla consapevolezza di dover sempre mettere in discussione ogni persona, anche la più cara.

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