Nel mondo attuale, sempre più immerso nella frenesia, nel caos della vita che sembriamo subire più che vivere, anche l’arte è oramai diventata un mero prodotto da consumare distrattamente. Nei musei si va per scattare fotografie da postare sui social network, nelle sale cinematografiche si utilizza il telefono per scrivere messaggi, o persino guardare video, e si ascolta la musica in maniera superficiale, come sottofondo alle numerose attività da compiere.
In qualche angolo del Giappone, tuttavia, sembrano esserci ancora luoghi in cui è possibile, per qualche momento, allontanarsi dal trambusto per entrare in un regno di quiete.
Con A Century In Sound, presentato in concorso nella sezione documentari del SEEYOUSOUND, Nick Dwyer e Tu Neill ci portano nel mondo magico e sospeso degli ongaku kissa, caffè in cui ci si può ritirare al fine di sperimentare un ascolto consapevole della musica. Il documentario ripercorre cento anni di storia giapponese, dalla Seconda Guerra Mondiale fino all’euforia e al collasso della bolla economica, attraverso la musica classica, il jazz e il pop, evidenziando gli aspetti sociali, politici e culturali del Paese.
I luoghi d’ascolto
A Century In Sound racconta la storia della musica registrata in Giappone attraverso tre locali molto diversi tra loro: ognuno è caratterizzato dal genere musicale che propone, ma anche da una forma diversa di vivere l’ascolto. Tuttavia, nonostante le differenze, tutti gli ongaku kissa permettono a tutti i clienti di relazionarsi alla musica in maniera quasi sacrale, come se partecipassero ad una liturgia religiosa.
Il primo a essere mostrato è lo storico Meikyoku Kissa Lion, dedicato esclusivamente alla musica classica. Il locale è silenzioso e non si serve cibo, ma solo bevande. Ciò che colpisce particolarmente delle immagini dedicate a questo cafè è la cura meticolosa con cui vengono trattati i dischi in vinile ogni volta che li si inserisce nel giradischi.
Il documentario racconta anche la storia della proprietaria, la cui passione per la musica nasce durante l’infanzia, si sviluppa grazie al marito (ex gestore del locale) e si arricchisce lavorando nel locale, dove impara a riconoscere direttori d’orchestra da un semplice ascolto.In netto contrasto con il caos di Shibuya, il Meikyoku Kissa Lion appare come un luogo sospeso nel tempo, in grado di donare ai suoi clienti un’esperienza profonda e ricca di emozioni.
Il secondo locale è il Jazz Kissa Eigakan, caffè dedicato all’ascolto dei dischi jazz. Il proprietario, grande appassionato di jazz di cinema (nel locale non mancano locandine appese di film appartenenti alla Nouvelle Vague francese, polacca e giapponese), racconta di come ha dedicato l’intera vita alla musica e al panorama cinematografico. Inoltre, al fine di fornire l’esperienza più completa possibile ai suoi ospiti, egli ha progettato per il suo locale un sistema audio capace di ricreare la sensazione di strumenti suonati dal vivo.
Il documentario mette in luce anche come, durante la Seconda Guerra Mondiale, molti dischi stranieri siano stati confiscati. I numerosi jazz kissa in Giappone, quindi, sono stati luoghi fondamentali per gli appassionati del genere perché hanno permesso di ascoltare dischi rari e costosi semplicemente al prezzo di un caffè. Nel dopoguerra il jazz è diventato, invece, un simbolo di libertà, permettendo ai giovani di abbracciare una nuova espressione culturale.
Infine, il film presenta il Bird Song Cafe, dedicato alla musica rock e pop. Ad emergere qui non è tanto la cultura del vinile ma, piuttosto, il senso di comunità che si crea tra i clienti. Questo spazio, quindi, ricorda come la musica non sia soltanto un prodotto da consumare, ma un’esperienza che permette l’incontro con altre persone e la creazione di un senso di appartenenza.
Attraverso questi luoghi, quindi, A Century In Sound costruisce un piccolo viaggio nella cultura dell’ascolto giapponese, mostrando come diversi generi musicali abbiano dato vita a comunità e rituali sociali profondamente diversi tra loro.
Conclusioni
Complessivamente, il film di Nick Dwyer e Tu Neill si presenta come un documentario efficace. Infatti, riesce ad andare oltre il semplice racconto della musica o dei locali che la ospitano. Attraverso l’indagine su luoghi come il Meikyoku Kissa Lion, il Jazz Kissa Eigakan e il Bird Song Cafe, l’opera invita lo spettatore a mettere in discussione i suoi atteggiamenti quotidiani nei confronti della musica, della vita e del tempo. In un mondo che tende sempre di più alla velocità e al rumore, dove la vita viene più subita che vissuta, questi spazi ricordano che un mondo diverso, più lento, attento e consapevole, di vivere l’ascolto (e anche la nostra vita) è ancora possibile.
Allo stesso tempo, però, il film presenta anche un piccolo limite. Il focus sugli aspetti storici e politici del Giappone è indubbiamente importante per comprendere l’evoluzione dei music café e della cultura musicale giapponese. Tuttavia, ciò ha oscurato notevolmente l’impatto emotivo della musica sulle persone e l’effetto che questi luoghi hanno sui loro clienti. Sarebbe stato decisamente interessante assistere a più testimonianze o momenti che mostrassero come l’esperienza dell’ascolto trasformi chi frequenta questi locali.
Nonostante questo limite, A Century In Sound rimane un documentario coinvolgente e stimolante, che mostra come la musica, il silenzio e lo spazio dell’ascolto possano diventare preziosi strumenti per riflettere sul modo in cui viviamo e su come potremmo affrontare la vita con una più nuova e matura consapevolezza.