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Catherine Breillat e l’anatomia del desiderio: l’arte dell’ultra intimità
‘A Mia Sorella!’ e ‘Sex Is Comedy’ di Cathrine Breillat sono una cruda rappresentazione del desiderio e della fragilità nel cinema
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4 ore agoon
Il cinema ha spesso rappresentato la sessualità femminile attraverso uno sguardo maschile, costruendo immagini idealizzate del desiderio, del corpo e dell’intimità. Il lavoro della regista francese Catherine Breillat si colloca in opposizione a questa tradizione: nei suoi film il sesso non è mai romantico o spettacolare, ma appare come un’esperienza complessa, segnata da rapporti di potere, vulnerabilità e costruzioni sociali. Durante la sua carriera, ha spesso affrontato la sessualità femminile in maniera diretta e provocatoria, a discapito di critiche e opinioni contrastanti, guadagnandosi il titolo di maestra dell’ultra intimità alla prima edizione di Ultracinema Art Festival (qui il sito ufficiale).
I film A Mia Sorella! (2001) e Sex Is Comedy (2002) affrontano la sessualità da due prospettive diverse, ma complementari. Il primo esplora l’esperienza della scoperta sessuale nell’adolescenza, mettendo in scena le dinamiche di desiderio, pressione e manipolazione che accompagnano la perdita della verginità. Il secondo, invece, riflette sul cinema stesso e mostra il processo artificiale attraverso cui vengono costruite le scene erotiche sul set, prima dell’avvento dei coordinatori di intimità.
Attraverso questi due film, Breillat mette in discussione sia il modo in cui la sessualità viene vissuta sia il modo in cui viene rappresentata.
Il corpo e il desiderio in A Mia Sorella! (2001)
In A Mia Sorella!, Breillat mette al centro il rapporto tra due sorelle adolescenti: Elena (15 anni) e Anaïs (12). Il loro legame è realistico e complesso, molto più profondo di un semplice sentimento d’affetto. Se avere una sorella con cui si condivide il sangue – una natura intrinseca che, fin dalla nascita, sembra essere quasi la stessa – può apparire come una fortuna e una fonte di conforto, esiste sempre anche un lato oscuro, come in tutti i rapporti umani. La stessa pelle, lo stesso sguardo, lo stesso volto le accomuna. Eppure è impossibile non notare prima le differenze che distinguono le due sorelle. Differenze che finiscono per alimentare tensioni, rivalità e incomprensioni, rafforzate dalle aspettative che la società impone su di loro in quanto corpi a metà tra l’infanzia e l’età adulta.
Elena incarna il modello di femminilità socialmente desiderabile: bella, sicura di sé e capace di attrarre l’attenzione maschile. Anaïs, invece, appare esclusa dalle dinamiche del desiderio. Il suo corpo non corrisponde agli standard culturali di bellezza e, di conseguenza, la sua esperienza del desiderio viene marginalizzata. È così che lo spettatore è inizialmente portato a riconoscere e classificare le protagoniste, quasi incatenandole a queste etichette. Tuttavia, Breillat complica progressivamente questa opposizione: l’atteggiamento da femme fatale di Elena si rivela in realtà come una maschera dietro cui si nascondono insicurezza e paura di non essere veramente amata, mentre Anaïs dimostra, a tratti, una sorprendente audacia e una maggiore consapevolezza dei propri desideri.
La società costruisce e valorizza la femminilità principalmente in termini estetici e la pressione legata alla bellezza influenza profondamente la percezione di sé e degli altri. Il corpo femminile diventa allo stesso tempo oggetto di valutazione e strumento di potere. La possibilità di essere desiderate condiziona la posizione sociale delle giovani donne e il modo in cui esse vengono percepite all’interno delle dinamiche relazionali.
Il falso mito della dolce “prima volta”
Breillat smonta una volta per tutte il mito romantico della “prima volta”, che sottintende l’idea della purezza della donna legata alla sua verginità. In A Mia Sorella!, la sessualità non è spontanea né liberatoria. È, piuttosto, un terreno di manipolazione e negoziazione di potere. Elena viene sedotta e progressivamente influenzata psicologicamente dal ragazzo, mentre Anaïs osserva e subisce indirettamente questa dinamica, rendendo evidente la differenza di potere e di accesso al desiderio tra le due sorelle.
Se nel cinema tradizionale il sesso viene spesso utilizzato come metafora di unione e amore, il film ricorda invece che si tratta, prima di tutto, di un rapporto tra individui. In quanto tale, entrano in gioco empatia, fiducia e onestà, ma allo stesso tempo non si è immuni da tattiche di manipolazione, dinamiche di potere e aspettative sociali. Anzi, proprio perché la sessualità implica una dimensione di estrema intimità e vulnerabilità, le sue conseguenze emotive e psicologiche possono essere particolarmente profonde, soprattutto per soggetti ancora in fase di formazione come le adolescenti protagoniste del film.
In questo contesto, la realtà del desiderio appare distorta da modelli culturali e sociali che trasmettono alle giovani donne logiche di oppressione patriarcale fin dalla prima adolescenza. L’oggettificazione del corpo femminile contribuisce a plasmare il modo in cui le protagoniste percepiscono se stesse e il proprio valore. In particolare, Anaïs arriva a considerare la perdita della verginità come uno dei pochi elementi capaci di conferire significato e valore al proprio corpo. Desiderio e amore vengono così mostrati nella loro forma più ambigua e contorta. Le relazioni, profondamente mediate da norme sociali e gerarchie di potere, perdono ogni apparente spontaneità. Emergono invece come fenomeni spesso strategici e strumentali, invitando lo spettatore a interrogarsi sulla natura stessa dei sentimenti umani.
Il desiderio come costruzione sociale
La regista suggerisce inoltre che il desiderio non nasce in uno spazio neutro, ma è influenzato dallo sguardo degli altri. Non è un caso che l’incontro tra Elena e Fernando avvenga in mezzo a molte persone, in un bar, sotto gli occhi di tutti. I due non cercano nemmeno di nascondere il loro reciproco desiderio: si tengono per mano, si baciano a lungo e si scambiano occhiate languide. Le persone intorno non badano ai due, creando uno spazio in un cui i rapporti nascono con enorme semplicità, da un semplice cenno di saluto.
La dinamica tra Elena, Anaïs e il ragazzo riflette ciò che la teoria femminista ha definito come male gaze. Si tratta di uno sguardo maschile dominante che struttura il modo in cui il corpo femminile viene percepito, desiderato e valutato. L’attenzione maschile diventa, quindi, una forma di legittimazione sociale, capace di generare rivalità e gelosia tra le due sorelle. Elena ama essere desiderata e Anaïs, che è fatta dalla medesima carne, brama lo stesso. Le due sorelle sono così fortemente legate: nonostante siano completamente diverse fisicamente, le accomunano gli stessi bisogni, profondamente umani. È la società a separarle e classificarle in base a standard predefiniti.
Allo stesso tempo, il film mette in luce come la sessualità sia anche una forma di apprendimento sociale. Le giovani protagoniste si confrontano con modelli culturali che suggeriscono come una donna “dovrebbe” desiderare, comportarsi e vivere la propria prima esperienza. Il desiderio femminile si distorce quindi a causa di pressione sociale, aspettative culturali e costrizioni emotive. Attraverso Elena, vediamo come il desiderio carnale femminile sia nascosto. Specialmente in una famiglia come quella delle protagoniste, è considerato un tabù. Al contrario, il desiderio di Anaïs, che convenzionalmente non è attraente, non è mai preso sul serio. Si manifesta in modo quasi ridicolo, disperato, mentre bacia l’estremità in legno del ponte della piscina, seppur mantenendo una dimensione infantile e giocosa.
La demistificazione dell’erotismo
Il film culmina in un epilogo che rompe le aspettative dello spettatore. Breillat mette in crisi categorie tradizionali come innocenza, colpa e consenso attraverso un atto di estrema violenza da parte di un criminale. La velocità con cui la giovane Elena, pululante di vita e di carica sessuale, viene brutalmente uccisa è straziante. Ugualmente crudele è l’assassinio della madre delle due sorelle, il cui corpo viene sessualizzato anche in punto di morte. Carne umiliata, violata e massacrata, attraverso le mani di un uomo che strappa la vitalità dall’ennesima donna.
Di fronte a tanta violenza, la reazione di Anaïs è altrettanto sconvolgente: i suoi occhi, curiosi, spaventati e quasi ignari, seguono le gesta dell’assassino delle due persone che ama di più al mondo, fino al punto di bagnarsi le mutande. Non è chiaro se si tratti di eccitazione o di paura, forse di un misto di entrambe nell’adrenalina del momento. La percezione della sessualità della giovane Anaïs appare ormai contorta, irrimediabilmente segnata. Da quel momento, la violenza entra a far parte di quel rapporto che, così come le è stato imposto dalla società, dovrebbe significare unione e intimità.
La rappresentazione del sesso in Sex Is Comedy
Dopo aver esplorato l’esperienza concreta della sessualità in Sex Is Comedy, Catherine Breillat sposta lo sguardo sulla sua rappresentazione cinematografica del sesso. Se in A Mia Sorella! il desiderio appare deformato dalle pressioni sociali e dalle dinamiche di potere tra individui, qui è il dispositivo cinematografico stesso a rivelarne l’artificiosità.
Il film segue una regista (che ricorda molto Breillat stessa) alle prese con la realizzazione di una scena erotica tra due giovani attori che provano reciproca antipatia. Ciò che sullo schermo dovrebbe apparire spontaneo e sensuale si rivela invece una coreografia faticosa fatta di indicazioni tecniche, ripetizioni e imbarazzo. Luci, troupe e oggetti di scena (tra cui l’ingombrante fallo di plastica che invade l’inquadratura senza pudore) smontano completamente l’illusione erotica. L’intimità diventa un atto costruito, guidato e controllato dalla regia.
Tuttavia, proprio all’interno di questa artificiosità emerge un paradosso inatteso. Costretti a esporsi fisicamente e a condividere un momento di estrema vulnerabilità, i due attori finiscono per sviluppare una forma di connessione autentica. La scena, inizialmente segnata da disagio e resistenza, diventa gradualmente uno spazio in cui i corpi smettono di essere semplici strumenti tecnici e iniziano a reagire in modo umano e imprevedibile. In questo contesto, la spontaneità non nasce dal romanticismo o dall’attrazione, ma dalla fragilità condivisa e dall’impossibilità di nascondersi dietro una maschera, specialmente davanti all’occhio della macchina da presa.
Un’intimità fatta di imperfezioni
Breillat suggerisce così che l’intimità non è il risultato di un’armonia perfetta, ma può emergere anche da situazioni scomode, imbarazzanti o perfino spiacevoli. La tensione tra i due attori non scompare, ma viene trasformata in una forma di conoscenza reciproca. Attraverso il processo di lavoro sul set, i corpi imparano a convivere, a tollerarsi e infine a riconoscere la vulnerabilità dell’altro. Gradualmente capiscono come incastrarsi, prima goffamente e poi perfettamente, l’uno nell’altro. È un rapporto onesto, genuino e, proprio per questo, magneticamente imperfetto. L’umanità in quel rapporto finale è ciò che lascia esterrefatti, perché traspare tutta la vulnerabilità dei giovani attori, specialmente quella dell’attrice femminile.
In questo senso, l’artificiosità del cinema non cancella la dimensione umana dell’incontro, ma la mette a nudo. Ogni esitazione, ogni gesto rigido o fuori posto diventa parte di una dinamica emotiva reale che la macchina da presa registra con crudezza. La scena erotica non appare più come un momento idealizzato di passione, ma come un’esperienza difettosa in cui emergono imbarazzo, tensione e fragilità.
Il rischio della sterilizzazione dell’intimità
Osservato oggi, Sex Is Comedy acquista anche un significato ulteriore se si considera il ruolo sempre più diffuso dei coordinatori di intimità nelle produzioni contemporanee. Introdotti con l’intento di proteggere gli attori e garantire condizioni di lavoro più sicure, questi professionisti regolano in modo preciso ogni gesto e ogni contatto fisico durante le scene intime.
Se da un lato questo sistema offre una tutela importante, dall’altro solleva una questione artistica non trascurabile. La rigidità delle procedure rischia di trasformare l’intimità cinematografica in una sequenza completamente coreografata, dove ogni movimento è stabilito in anticipo e ogni possibile ambiguità viene eliminata. In questo modo, ciò che resta sullo schermo può apparire tecnicamente corretto, ma emotivamente sterilizzato, allontanandoci di conseguenza dalla dimensione umana dei film. Se una scena non mette a nudo nessun significato più profondo, rimanendo infertile, si tratta comunque di cinema? Qual è la propria definizione di Cinema e come dovrebbero essere rappresentati i rapporti sullo schermo?
I film di Breillat danno una risposta precisa, mostrando un momento storico in cui l’imbarazzo, la tensione e perfino il disagio potevano diventare parte integrante del processo creativo. In quell’instabilità nasceva talvolta una forma di connessione genuina tra gli interpreti, una sensazione che sfuggiva al controllo della regia e che rendeva la scena viva e imprevedibile sotto l’occhio della macchina da presa. Si tratta di qualcosa da proteggere, affinché tutto ciò che ci rende umani non vada perduto sullo schermo in favore di tecnicismi che separano, anziché avvicinarci.
Lo spettatore di fronte all’artificio
Attraverso questa prospettiva meta-cinematografica, Breillat costringe anche lo spettatore a confrontarsi con il meccanismo che produce l’illusione erotica. Mostrando il processo tecnico dietro la scena, il film rivela quanto il desiderio cinematografico sia il risultato di una costruzione fatta di scelte registiche, posizionamenti dei corpi e ripetizioni. Seppur lo spettatore sappia che si tratta pur sempre di un film, percepisce anche la purezza dell’emotività dei giovani protagonisti. Le loro energie, la giocosità, la distanza, la fragilità: arriva tutto. Questa ambivalenza destabilizza e meraviglia. Un dispositivo fittizio diventa inspiegabilmente reale grazie alla genuinità del rapporto.
Proprio nel momento in cui l’artificio viene smascherato, emergono anche le emozioni più autentiche. L’imbarazzo degli attori, la loro vulnerabilità e la difficoltà di condividere uno spazio così intimo rendono visibile una dimensione umana che normalmente rimane nascosta dietro la patina dell’erotismo cinematografico. La finzione non rimane chiusa allo spettatore, ma lo coinvolge e lo rende partecipe attivamente. Lo eccita, lo commuove, lo spaventa e lo imbarazza.
Sex Is Comedy diventa così non solo una riflessione sul sesso nel cinema, ma anche sul modo in cui l’intimità può nascere e può essere vissuta. In quanto spettatori esterni di un momento così fragile, siamo noi stessi parte del rapporto sessuale tra i due protagonisti? Oppure ci si limita alla dimensione fisica, per definire una connessione un vero e proprio rapporto? Breillat ci chiama sotto i riflettori del film per riflettere su queste domande.
Il fil rouge di Catherine Breillat
Nonostante le differenze narrative, A Mia Sorella! e Sex Is Comedy condividono una struttura sorprendentemente speculare. Nel primo film, Breillat smonta il mito romantico della sessualità adolescenziale, mostrando come la “prima volta” sia spesso attraversata da pressioni sociali, manipolazioni e aspettative culturali. Ciò che dovrebbe rappresentare l’incontro spontaneo tra due individui si rivela invece un terreno di potere e vulnerabilità.
In Sex Is Comedy il processo si capovolge. Qui la sessualità non nasce da un’esperienza reale, ma da una costruzione cinematografica fatta di luci, indicazioni di regia e oggetti di scena. Tuttavia, proprio all’interno di questa artificiosità può emergere una forma di connessione autentica tra gli attori, costretti a condividere una vulnerabilità che non può essere completamente simulata.
I due film rivelano così un paradosso centrale nel cinema di Breillat. La sessualità che dovrebbe essere naturale appare spesso condizionata e manipolata, mentre quella apertamente costruita può generare momenti di verità emotiva. In entrambi i casi, il corpo, soprattutto quello femminile, diventa il luogo in cui si manifestano tensioni tra desiderio, potere e rappresentazione. Si tratta della verità del mondo, della spontaneità con cui le persone si avvicinano, si feriscono e si distanziano. Un gioco perfetto, che però smaschera tutte le fragilità che ci rendono umani e, per questo, profondamente complessi.