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‘Ingrid va a Ovest’: Vivere per essere visti

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Nel 2017 Ingrid va a Ovest arriva al Sundance Film Festival presentandosi come una dark comedy con il compito di mettere a nudo il culto degli influencer e l’ossessione per l’immagine sui social. L’opera prima di Matt Spicer però si pone un interrogativo più profondo: cosa succede quando la nostra identità dipende interamente dallo sguardo degli altri?

Una storia di imitazione e dipendenza

La protagonista Ingrid Thorburn (Aubrey Plaza) è una giovane donna fragile e isolata che, dopo un ricovero psichiatrico e la morte della madre, trova come punto di riferimento l’account Instagram di Taylor Sloane (Elizabeth Olsen), influencer dal lifestyle boho-chic, carismatica che appare molto spontanea.

Dopo aver ereditato del denaro, Ingrid decide di trasferirsi a Los Angeles per avvicinarsi alla sua idol digitale e trasformare quella relazione parasociale in una vera amicizia. Quello che nasce come un tentativo goffo di entrare in quel mondo si trasforma in una spirale di imitazione e menzogne: Ingrid copia gusti, locali, vestiti, abitudini, costruendo una nuova identità fatta di foto curate e momenti solo apparentemente spontanei.

La finta Los Angeles di Spicer

La Los Angeles del film appare luminosa, seducente, quasi costruita per essere fotografata. Ma sotto questa superficie patinata si muove Ingrid, sempre leggermente fuori posto. Spicer evita virtuosismi visivi e movimenti di macchina spettacolari. La sua regia è discreta e molte scene si costruiscono su tempi morti, silenzi imbarazzanti e micro-espressioni facciali, lasciando emergere l’imbarazzo sociale della protagonista.

La fotografia di Bryce Fortner contribuisce a questa tensione: alla luce calda e brillante della California si contrappongono momenti più freddi e spogli, che accompagnano il progressivo isolamento emotivo di Ingrid.

Anche se, a tratti il film è così volutamente “da instagram” che rischia di risultare superficiale o non avere totalmente una profondità cinematografica.

L’ecosistema umano di Ingrid va a Ovest

Il centro emotivo del film è ovviamente l’interpretazione di Aubrey Plaza, che costruisce Ingrid come un personaggio grottesco che oscilla spesso tra la vulnerabilità e turbamento. Il suo volto, quasi impassibile diventa uno schermo perfetto su cui proiettare una gamma di emozioni represse: Invidia, desiderio, paura dell’abbandono. Ingrid non è davvero capace di comunicare con le persone, ma solo di imitare ciò che vede nella ricerca disperata di sembrare naturale. Il risultato è un personaggio che suscita empatia e inquietudine nello stesso tempo. Non una villain in senso classico, ma nemmeno una vittima. È il prodotto di una cultura in cui l’identità diventa il collage di altri.

Elizabeth Olsen, come Taylor, incarna alla perfezione l’influencer che vive di pose, slogan pseudo-spirituali e consumo travestito da autenticità. Interessante è come Olsen reciti due livelli contemporaneamente: quello dell’immagine pubblica perfetta e quello di una donna in realtà superficiale e insicura, incapace di sostenere qualsiasi relazione che non confermi il suo brand personale.

Accanto a loro, Dan, interpretato da O’Shea Jackson Jr. dona al film una presenza calorosa e un po’ nerd che funziona come contrappunto del film: è l’unico personaggio che ama qualcosa (Batman, la cultura pop) in maniera genuina. Billy Magnussen, nei panni di Nicky, invece porta in scena il lato più tossico e aggressivo di questo universo, incarnando l’aggressività tossica e immatura tipica del fratboy americano che fiuta immediatamente la debolezza di Ingrid e la usa contro di lei, diventando quasi il catalizzatore del crollo finale.

Il feed come palcoscenico

Ingrid va a Ovest  è costruito intorno a un’idea molto precisa: la vita è una performance.  Instagram è quindi un teatro dove ogni gesto è calibrato con l’intento di essere fotografati, visti e approvati. Quindi, Ingrid non è solamente una stalker, bensì è una persona che non ha imparato ad esistere senza lo sguardo altrui.

L’ossessione che sviluppa per Taylor è il sintomo di qualcosa più profondo: il desiderio di appartenere a un mondo che sembra più autentico proprio perché filtrato. Il film suggerisce che la struttura stessa delle piattaforme social è predatoria rispetto a fragilità come quelle di Ingrid, ma allo stesso tempo mostra come noi, come pubblico, siamo complici nel trasformare il dolore reale in spettacolo condivisibile.

In questo senso anticipa film come Sick of Myself di Kristoffer Borgli, che porterà alle estreme conseguenze la stessa idea: la competizione narcisistica per l’attenzione come motore tragico della vita contemporanea. Se il film norvegese trasforma questa dinamica in una satira quasi body horror, quello di Spicer resta più ancorato al realismo psicologico dei personaggi, che però, impedisce al film di raggiungere vette di audacia più coraggiose e incisive.

In conclusione

Ingrid va a Ovest lascia una sensazione strana: più che una satira sulla superficialità moderna, è uno specchio impietoso posto di fronte allo spettatore. Racconta un’epoca in cui siamo tutti esausti di noi stessi, eppure incapaci di distogliere lo sguardo. La vera inquietudine del film non risiede tanto nell’esistenza di Ingrid, quanto nel sospetto che, seppur in forme più sfumate, siamo tutti prigionieri dello stesso ingranaggio.

Puoi guardare Ingrid va a Ovest su Mubi, cliccando qui.

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