Trip nel buco: l’anatomia psichedelica dei Butthole Surfers
Alla fine degli anni ‘70, due studenti texani, dopo aver reclutato disadattati di ogni tipo, intraprendono un viaggio allucinato con la leggendaria band dei Butthole Surfers, il cui sound ha influenzato band come i Nirvana. Le loro dissacranti esibizioni, parodia del sogno americano tra il grottesco e il demenziale, e la loro musica, una miscela fulminante di punk-hardcore, industrial e psichedelia, si guadagnano l’ostracismo di radio e giornali. Con uno stile stroboscopico, degno di un collage surrealista, Il film, tra animazioni, marionette e improbabili rappresentazioni, mette a fuoco le vicende dei componenti di una band che ha fatto dell’eccesso uno stile di vita.
La prima meraviglia arriva prima ancora del film quando sul palco del Cinema Massimo compare Alberto Campo, figura familiare per chi frequenta da anni le geografie più oblique del rock alternativo torinese e italiano. Parla dei Butthole Surfers come si parlerebbe di una creatura mitologica: una band che negli anni Ottanta sembrava uscita da un laboratorio tossico del Texas, spaventosa e capace di fondere hardcore punk, psichedelia degenerata e performance art in qualcosa che assomigliava più a un incidente chimico che a un progetto musicale. Con due chicche finali che mettono in connessione il paese Italia con la band anche se non suonarono mai dal vivo nel nostro paese. La genesi del nome Marlene Kuntz e la foto di Gibby Haynes scattata da Monica Dee come copertina della biografia “Rockin’ Usa. La musica americana dal punk ai nostri giorni” firmata da Campo e Chiesa.
The Hole Truth
Sul grande schermo della sala 1 del Cinema Massimo, all’interno del SeeYouSound International Music Film Festival, comincia Butthole Surfers: The Hole Truth and Nothing Butt. Ed è come infilare la testa dentro una televisione rotta che trasmette simultaneamente quarant’anni di controcultura americana.
Il film di Tom J. Stern non racconta una storia. La scaraventa addosso allo spettatore. Vecchie VHS tremolanti, fotografie che sembrano recuperate da un archivio illegale, concerti che sfiorano il sabotaggio sonoro, animazioni psichedeliche e testimonianze che oscillano tra la confessione e la leggenda urbana. Il regista non è un osservatore esterno. Filmava i Butthole Surfers già negli anni Ottanta, quando li vide suonare al CBGB’s mentre era ancora studente di cinema. Il documentario è il risultato di quasi quarant’anni di rapporto con la band, e si sente: accesso totale, nessuna santificazione, solo “the Hole Truth”
Il film mescola interviste recenti, animazioni deliranti, filmati d’archivio e perfino ricostruzioni con pupazzi per raccontare i primi incontri tra Gibby Haynes e Paul Leary al Trinity College di San Antonio, quando i due studenti — teoricamente destinati a carriere rispettabili tra economia e contabilità — scoprirono di condividere una passione per Joy Division e per l’idea di fare qualcosa di decisamente meno rispettabile.
Da lì in poi la storia prende la forma di una fuga in camper attraverso l’America underground degli anni Ottanta: pochi soldi, motel improvvisati, docce rubate negli hotel e pasti recuperati dai tavoli dei ristoranti appena lasciati dai clienti. Una vita randagia che trasformò la band in una leggenda della scena indipendente.
I Butthole Surfers non hanno mai funzionato secondo logiche normali
Nei primi anni Ottanta, mentre il punk si organizzava in scene e sottoscene con una certa disciplina ideologica, loro portavano sul palco un circo tossico fatto di proiezioni disturbanti, ampli a palla ed un umorismo così nero da sembrare un esperimento sociologico.
Il documentario restituisce perfettamente quella sensazione di pericolo controllato. Non c’è nostalgia da rockumentary, nessuna mitologia patinata. Solo il caos, lasciato libero di espandersi. Guardarlo è come frugare in una scatola di cassette trovata in un garage polveroso: ogni nastro contiene un pezzo di storia underground, ma nessuno è etichettato correttamente. Naturalmente non mancano i momenti più assurdi della loro mitologia live. C’è il racconto di concerti in cui il cantante Gibby Haynes urlava dentro un megafono mentre si spogliava sul palco, performance con la ballerina Kathleen Lynch completamente nuda e serate finite nel caos più totale — come quella in cui Haynes sparò colpi a salve con un fucile durante un concerto di Lollapalooza, trasformando lo show in qualcosa di molto più vicino a un happening dadaista che a un concerto rock.
Splendido come Stern ricostruisce anche la galassia di personaggi che gravitavano intorno alla band: dai batteristi Teresa Taylor e King Coffey al bassista Jeff Pinkus, fino ai testimoni eccellenti della loro influenza. Tra gli intervistati compaiono figure come Dave Grohl, Henry Rollins, Flea e Steve Albini, che commentano con un misto di ammirazione e perplessità l’impatto culturale di un gruppo che ha ispirato generazioni di musicisti — Nirvana inclusi.
Non solo un archivio di follia
A un certo punto si rallenta da per affrontare i momenti più fragili: l’ossessione per gli eccessi, i traumi personali, le dipendenze, le amicizie perse. È qui che il documentario smette di essere soltanto un freak show e diventa il ritratto malinconico di una generazione che ha vissuto il rock come una forma di vita totale.
In sala si ride, si sussurra, qualcuno scuote la testa. Non è il tipo di film che ti invita alla contemplazione. È più simile a un’esperienza sensoriale collettiva andata a male, sghemba deve ci si alza barcollanti da terra, come se il cinema fosse stato momentaneamente posseduto da uno spirito rumoroso, radioattivo di controcultura americana.
Quando le luci si riaccendono, resta una sensazione difficile da catalogare. Non tanto per aver visto un documentario “strambo”, quanto di aver attraversato una tempesta di feedback, ironia e anarchia culturale.
La verità nel buco, dopotutto, è semplice: i Butthole Surfers non sono mai stati una band da spiegare.
Anche se oggi, Paul Leary pedala tranquillamente in bicicletta con il suo cane nei sobborghi americani e Gibby Haynes canta con i figlioletto nel parco — forse la cosa più “normale” che gli sia mai capitata in quarant’anni di carriera, si può affermare con certezza che sono stati un meraviglioso cortocircuito. E per novanta minuti il cinema torinese ha felicemente preso fuoco. Capolavoro.