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‘Vladimir’: il desiderio che promette scandalo e regala noia

Su Netflix arriva “Vladimir” la serie con Rachel Weisz e Leo Woodall

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Ci sono serie che scelgono deliberatamente l’ambiguità. E poi ci sono quelle che sembrano semplicemente non sapere dove andare. Vladimir, la miniserie arrivata su Netflix, purtroppo appartiene più alla seconda categoria: un racconto spesso noioso e disturbante che trasforma il campus universitario in un teatro di fantasie, frustrazioni e desideri fuori controllo.

La premessa era promettente: una docente universitaria affermata sviluppa un’ossessione per un nuovo collega più giovane. Sulla carta, l’idea di un thriller psicologico sul desiderio, sul potere accademico e sulle fantasie della vita adulta. In pratica, la serie si smarrisce presto in una narrazione lenta, dilatata e poco incisiva.

La protagonista — interpretata da una magnetica Rachel Weisz — è una professoressa di letteratura che, almeno in apparenza, ha tutto: una carriera solida, un matrimonio stabile e una reputazione accademica impeccabile. L’arrivo di Vladimir, però, incrina questo equilibrio. Il nuovo collega, interpretato da Leo Woodall, è giovane, brillante e volutamente sfuggente. Quello che all’inizio sembra un innocente flirt intellettuale diventa gradualmente un’ossessione capace di mette a rischio matrimonio, carriera e stabilità emotiva.

Rachel Weisz  prova a dare profondità a una donna brillante ma emotivamente disorientata, divisa tra desiderio e frustrazione. Woodall costruisce invece un personaggio sfuggente, quasi indecifrabile. Il problema è che la scrittura raramente sostiene davvero il lavoro degli attori. La protagonista oscilla continuamente tra attrazione, senso di colpa e autocommiserazione senza che emerga mai una vera risoluzione. Dovrebbe essere una donna adulta e consapevole, ma spesso reagisce con l’immaturità emotiva di un’adolescente in pieno turbamento sentimentale. Più che una crisi di mezza età, sembra una cotta tardiva.

Anche i personaggi secondari restano poco sviluppati. Il marito, i colleghi, lo stesso Vladimir: figure appena abbozzate, utili soprattutto a riflettere la spirale mentale della protagonista. É un peccato, perché il contesto universitario avrebbe potuto offrire rivalità, giochi di potere e tensioni morali molto più interessanti di quanto la serie riesca a mostrare.

Il ritmo è probabilmente il limite più evidente. Gli episodi insistono su situazioni simili, monologhi interiori che girano a vuoto e una progressione narrativa che fatica a giustificare la propria durata. L’ambiguità psicologica, invece di creare tensione, finisce per rallentare ulteriormente la narrazione. Il paradosso è che Vladimir vuole raccontare il desiderio, ma non riesce mai a renderlo percepibile. Non tanto per l’assenza di scene esplicite, quanto per la mancanza di tensione. Non c’è attesa, non c’è pericolo, non c’è quel gioco sottile di sguardi e ambiguità che dovrebbe alimentare l’ossessione della protagonista. Tutto rimane piatto. Una serie che non è abbastanza provocatoria da disturbare, né abbastanza lucida da analizzare davvero i suoi temi.

A pesare è anche la struttura narrativa. Flashback e sequenze immaginate tornano con insistenza, mostrando la protagonista mentre fantastica su Vladimir o rielabora incontri già avvenuti. L’idea di confondere realtà e immaginazione potrebbe essere interessante, ma qui viene riproposta così spesso da perdere efficacia. Le stesse dinamiche si ripetono episodio dopo episodio, dando la sensazione di una storia che fatica ad avanzare.

Alla fine resta una sensazione piuttosto frustrante. Vladimir aveva tutti gli ingredienti per diventare una serie provocatoria e psicologicamente affilata: un cast solido, una premessa intrigante, un tono potenzialmente audace. Ma tra personaggi poco convincenti, erotismo assente e una narrazione che si dilata senza trovare mai una direzione, il risultato è una serie che promette molto più di quanto riesca a mantenere.

L’unica vera particolarità è lo sguardo con cui la storia viene raccontata. La protagonista rompe spesso la quarta parete, confidandosi con lo spettatore come farebbe con un vecchio amante: senza pudore e con una certa dose di autoinganno. Un espediente che dà alla serie un tono a metà tra satira accademica e confessione intima, ma che non basta a sostenere la tensione fino alla fine.

Il trailer della serie Vladimir

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