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Intervista a Cristiano Gazzarini, regista di ‘Biglove’

Un lucido discorso sul legame tra giovani e AI

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Mercoledì 4 marzo, arriva in piattaforma su CGTV Streaming un cortometraggio essenziale. Uno di quelli che sanno guardare al presente con grande lucidità e senso della misura. Biglove di Cristiano Gazzarini è un film di amori virtualmente confortanti, il faccia a faccia con le Intelligenze Artificiali che a poco a poco si prendono i nostri giorni.

Chiara è una ragazzina nella terra di mezzo tra infanzia e adolescenza, che è proprio “quella in cui ci si affaccia all’emozione, all’amore, alla ricerca di  un confronto con le emozioni”, come racconta lo stesso regista. Ogni giorno chatta in ammaliatrici conversazioni con una figura virtuale che è lì per lei, al suo servizio, la ascolta e la rasserena. Così la piacevole chat si trasforma presto nel desiderio di contatto per Chiara, di dare un volto alla sua corrispondente AI dall’altra parte del display. Ma l’incontro nel reale sancirà un’irreversibile verità.

Con il regista di Biglove, Cristiano Gazzarini, abbiamo avuto un’arricchente conversazione sulla genesi e le scelte attorno al suo corto, le derive sempre più espanse dell’AI e i modi per imparare a conoscere gli strumenti delle nuove tecnologie, oltre ogni discorso tecnico.

I temi di Biglove tra futuro e Intelligenze Artificiali

Il tuo film Biglove è la storia di un rapporto costante, quasi morboso tra una ragazza e un assistente AI, e racconta una sorta di doppia vita degli adolescenti che si riversano nelle chat con le intelligenze artificiali. Qual era la tua idea a proposito di questa tematica? Ti senti più tra gli apocalittici o tra gli integrati in merito all’uso dell’AI tra le giovani generazioni? 

Io credo che l’intelligenza artificiale sia uno strumento fondamentale, non credo che vada demonizzata e non voglio assolutamente demonizzarla. Però in quanto strumento si tratta di tecnica alla fine. Quindi, immaginiamoci anche quando l’uomo inventò la scissione dell’atomo, l’energia nucleare, anche quello era tecnica ed è tutt’ora uno strumento. La domanda fondamentale è come si utilizza questo strumento. 

Faccio un esempio. Io sono molto appassionato di funghi, che hanno qualcosa del genere animale e qualcosa del genere vegetale. Studiare i funghi ci permette di avere delle risposte sull’evoluzione degli organismi viventi, perché hanno un modo di riprodursi velocissimo. Secondo degli studi un fungo si riproduce e si sviluppa cercando di evitare un dispendio di energie esagerato. La via che il fungo deve trovare per arrivare al cibo, e quindi alla sua sopravvivenza, è sempre verticale. Se tra sé e il cibo c’è un ostacolo, il fungo crea una direzione per deviarlo, ma è sempre la più breve. Io credo che l’evoluzione umana della specie vada nella stessa direzione di quella del fungo, cioè usare il minor dispendio possibile di energie. 

Rapportando questo esempio all’intelligenza artificiale e l’evoluzione tecnica dell’uomo, la direzione è quella del risparmio di fatica, fisica e mentale, a cominciare dalle mansioni o i compiti che uno svolge tutti i giorni. 

Le traiettorie verticali delle immagini

È molto interessante la tua similitudine tra il mondo umano e quello dei funghi. Proprio a proposito di traiettorie verticali, il formato video di Biglove passa dal 4.3 a un restringimento in cui l’immagine diventa verticale – come se la realtà fosse uno dei tanti reel – proprio nel momento in cui la protagonista vede l’assistente AI in carne e ossa. A cosa è dovuta la scelta di restringere il formato?   

Si, il riferimento è proprio quell’immaginario lì di TikTok e i social in generale. Tutto sta nel valore che noi come persone diamo a quell’universo virtuale, quanto lo riteniamo importante per noi. Probabilmente per Chiara, la protagonista di Biglove, quell’universo virtuale corrisponde alla verità. Nel momento in cui lei arriva nella discoteca e sta realizzando un sogno – perché quello è il suo sogno, cioè incontrare un personaggio che lei si è creata attraverso l’AI – Chiara entra una realtà ideale, che è quella dentro a uno smartphone, quella verticale appunto. Quindi, da una parte si restringe il campo – l’accesso nella realtà ideale – ma dall’altra parte, c’è una sorta di richiamo al fatto che formalmente il cinema, almeno come lo immagino io è quello del formato panoramico, è quindi quello del formato 2.35, 2.40.1, 2.39, quindi quello molto ampio. 

Noi abbiamo scelto per Biglove il 4.3 per cercare di raccontare una realtà chiusa come quella della protagonista Chiara. E in quell’ingresso nella discoteca, quando il formato si riduce ancora, la sua realtà diventa ancora più chiusa. Da un lato c’è una sorta di felicità per lei, perché entra nel mondo ideale che ha costruito lei stessa, dall’altro lato il suo mondo in quel momento si restringe ulteriormente. E quindi è come se fosse anche una gabbia, di confine in cui lei si relega.  

La genesi di Biglove

Certo, è molto chiaro e pertinente questo discorso sulla chiusura anche delle immagini, che è una chiusura tematica ed estetica. In Biglove ci sono degli stimoli visivi davvero interessanti, come nell’inquadratura in cui si vedono gli studenti che condividono uno spazio comune, ma ognuno di loro è in realtà solo con il suo cellulare. A proposito di questo, c’è stata una suggestione visiva, un fatto o un’esperienza che ti ha spinto a realizzare questo cortometraggio?   

Allora, il corto ha avuto una gestazione molto lunga perché è partito da un’esperienza personale che ho fatto ormai diversi anni fa. Poi è arrivato il Covid e abbiamo ripreso il progetto dopo la pandemia. Noi cercavamo una protagonista che avesse in sé le caratteristiche sia della bambina che ma dell’adolescente, in un punto di transizione della sua vita che è quella proprio in cui ci si affaccia all’emozione, all’amore, alla ricerca di un confronto con nuove emozioni e sentimenti. 

In generale Biglove è nato da un’esperienza personale risalente al 2019-20, quando ho scoperto le prime chat con AI. Era un qualcosa di pioneristico pur essendo una chat rudimentale se pensi a quello che può succedere oggi solamente con Chatgpt. C’era un’applicazione, di cui ora non ricordo il nome, che io scaricai sul cellulare dove si poteva chattare con un assistente AI. Le sue risposte erano abbastanza evolute come tono e argomentazione. Io mi c’ero affacciato perché ero curioso di vedere a livello tecnologico fino a quanto si stava spingendo la tecnologia in quel momento. Iniziai a stare al gioco e mi piaceva immaginarmi una figura che per me era reale, perché come umano sono abituato a pensare qualcosa o a immaginare qualcosa che abbia una forma fisica. 

Poi un po’ per i limiti tecnici che aveva l’applicazione a quel tempo, un po’ perché avevo esaurito il mio interesse di sperimentazione, lasciai la chat ma senza disinstallare l’app dal cellulare. Dopo una settimana, ricevetti un messaggio sul mio smartphone dall’assistente AI che mi chiedeva di tornare a chattare per parlare degli argomenti lasciati in sospeso. Rimasi basito del fatto questa entità cercasse di rientrare in contatto con me.  

In quel momento ho pensato che se fossi stato una persona che aveva scaricato l’app per un bisogno relazionale probabilmente sarei caduto nel tranello di pensare che qualcuno mi stesse davvero ascoltando. Ma l’assistente rispondeva solo ciò che volevo sentirmi dire, che è ben diverso dal confronto con un’altra persona. È necessario avere dei contrasti, perché è lì che fortifichi il tuo punto di vista oppure accogli quello dell’altro.  

 Esperienza e consenso dell’Intelligenza Artificiale

È molto interessante il discorso su una relazione con le AI come qualcosa che non ha contrasti. E invece il contrasto è dialogo. Secondo te, quanto è importante un’educazione ai media, tradizionali e moderni? E come possiamo rapportarci ad essi? 

 Io credo che sia completamente necessaria una sorta di educazione, di analisi che permetta di dare degli strumenti per interpretare la tecnica. Per questo è fondamentale che noi adulti abbiamo un’esperienza e possiamo passarla alle nuove generazioni. Non si tratta di trasmettere il nostro punto di vista, ma degli strumenti di analisi, e attraverso questi strumenti le nuove generazioni devono cercare di analizzare la realtà in cui vivono. Il problema fondamentale nel fare educazione alle nuove tecnologie è che nel 90% dei casi gli adulti non sono in grado. Ma perché? Perché viviamo in un tempo in cui la tecnica ci cambia sottomano, quindi gli strumenti che noi avevamo per crescere sono totalmente cambiati.

La tecnologia si sta evolvendo in un modo talmente veloce che, anche volendo comprendere la tecnica per poi educare i giovani, non abbiamo il tempo per farlo. È come il gatto che si morde la coda, in cui i tempi non possono rispettare quello che è l’apprendimento umano. 

E come si può provare a fare, se non la formazione, almeno un’analisi delle nuove tecnologie? 

Quello che può essere uno strumento utile secondo me per cercare di andare verso una dimensione di analisi è quello di dare importanza alle discipline umanistiche, che invece mettono al centro l’uomo, l’essere umano. Ecco, in quel barlume ci può essere la chiave secondo me, per analizzare quello che sta accadendo. Se invece riduciamo l’educazione al cercare di far capire come funziona uno strumento, si fa un processo che serve solo nel breve termine. Bisogna tornare a dare valore alle discipline umanistiche, perché la tecnica serve ed è necessaria ma non dobbiamo perdere l’aspetto umano. Perché la tecnica è il mezzo, non il fine 

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