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‘Nouvelle Vague’. L’onda nuova che cambiò il cinema

La ricostruzione della nascita di Fino all’ultimo respiro, capolavoro di J.-L. Godard

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Nouvelle Vague, un titolo che non lascia dubbi su ciò che il regista statunitense Richard Linklater vuole raccontare con il suo ultimo film in uscita in Italia il prossimo 5 marzo distribuito da Lucky Red in collaborazione con Bim Distribuzione.

Un atto d’amore nei confronti del cinema

Il film di Linklater può essere inteso come un affettuoso omaggio alla scuola francese nata tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta da un gruppo di giovani critici cinematografici afferenti all’autorevole rivista “Cahiers du Cinéma”. Di fatto è un vero e proprio atto d’amore quello che il regista texano compie nei confronti di quel mondo e di quei suoi straordinari protagonisti, in particolare, di quello che è stato fra i suoi più importanti e significativi esponenti: Jean-Luc Godard.

Nel film viene ripercorsa la nascita e la realizzazione di Fino all’ultimo respiro, manifesto della nouvelle vague

In Nouvelle Vague, infatti, viene ripercorsa la nascita e la realizzazione di à bout de souffle (Fino all’ultimo respiro) il primo film di Godard, vero e proprio emblema di una stagione che, seppur di breve durata, ha rivoluzionato il modo di fare cinema scardinandone le regole, ispirandosi ai maestri riconosciuti del neorealismo italiano e omaggiando in maniera fresca e originale il cinema americano amato dai giovani critici dei “Cahiers”.

Il film di Linklater, cronologicamente lineare, parte dal tormento di Jean-Luc Godard (nel film interpretato da Guillaume Marbeck) che, giunto alla soglia dei trent’anni, non ha ancora realizzato un film, al contrario di ciò che hanno fatto i suoi amici Claude Chabrol (Antoine Besson) e François Truffaut (Adrien Rouyard) i quali, seppur più giovani di lui, avevano già realizzato la loro opera prima, rispettivamente Le beau Serge e Les quatre-cents coups (film premiato a Cannes per la miglior regia e elogiato pubblicamente da Jean Cocteau).

Il film prosegue con la ricerca del produttore, che Godard troverà in Georges de Beauregard (Bruno Dreyfürst) e con la scelta del casting, tra cui i due protagonisti, Jean-Paul Belmondo (Aubry Dullin) allora quasi esordiente e l’americana Jean Seberg (Zoey Deutch) e i collaboratori, su tutti il direttore della fotografia Raoul Coutard (Matthieu Penchinat). Infine le riprese, che Godard intraprende senza badare alle regole, con la genialità, l’umorismo e l’audacia che lo hanno contraddistinto in tutta la sua carriera. Scardinando i canoni imposti dal linguaggio cinematografico assecondato, in questo, dalla brillantezza e dalla leggerezza degli attori.

Una sorta di documentario-compendio di quella che è stata una straordinario stagione del cinema

Con Nouvelle Vague Linklater realizza una sorta di documentario-compendio su ciò che è stata una straordinaria stagione del cinema, evidenziando efficacemente l’entusiasmo e, al tempo stesso, le perplessità della troupe a seguito dei comportamenti decisamente poco convenzionali di Godard, sempre alla ricerca di quel realismo che i giovani dei “Cahiers” avevano mutuato dal neorealismo italiano. Non per niente nel film di Linklater compare, in occasione di un incontro tenutosi presso la sede della rivista, anche Roberto Rossellini (Laurent Mothe) considerato dai giovani critici vero e proprio padre spirituale della nouvelle vague.

Linklater è attento e abile nel ricreare le atmosfere dell’epoca, girando in bianco e nero e descrivendo, in maniera forse un po’ troppo didascalica ma, comunque efficace, tutti i protagonisti della Nouvelle Vague. Infatti, oltre a quelli già citati in precedenza, appaiono sullo schermo i vari Rohmer, Varda, Rivette, Schiffman, Moreuil, oltre a icone del periodo come la cantante Juliette Greco o veri e propri monumenti del cinema quali Robert Bresson e Jean-Pierre Melville.

Leggi anche l’approfondimento di Andrea Distefano

Opera ariosa, ben calibrata e onesta

Opera metacinematografica, Nouvelle Vague mette in scena, come già in passato aveva fatto François Truffaut con Effetto notte, le fasi della realizzazione di un film, evidenziando quelli che sono stati i cardini su cui si è fondata la nouvelle vague: utilizzo di troupe leggere, scene girate direttamente in strada prendendo come comparse gli ignari passanti, privilegiando le riprese sulla sceneggiatura, l’utilizzo della camera a mano e la rapidità delle riprese con conseguente contenimento dei costi (spesso era sufficiente un unico ciak per realizzare la scena). Un realismo di chiara marca rosselliniana, bilanciato, per contro, da una recitazione spesso sopra le righe: in à boute de souffle, ad esempio, il personaggio interpretato da Belmondo volutamente esagera nelle espressioni del viso, negli sguardi, nei gesti come, nello specifico, il continuo passarsi del pollice sul labbro a omaggiare Humphrey Bogart e, in generale, il cinema americano particolarmente amato dai critici dei “Cahiers”.

Alla fine il risultato della prova di Linklater è un’opera ariosa, ben calibrata e onesta nel raccontare una delle stagioni più importanti di tutta la storia del cinema, ben recitata da un gruppo di attori giovani e poco conosciuti (se si fa eccezione per Zoey Deutch, vista fra l’altro in Giurato numero 2, e Tom Novembre che presta il volto a Jean-Pierre Melville) e che le donano la medesima freschezza che caratterizzava le pellicole dei giovani registi della nouvelle vague.

Gli articoli di Marcello Perucca

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