In un batter d’occhio segna il ritorno alla regia per l’acclamato regista Andrew Stanton, regista di Nemo e Wall-E, a distanza di 14 anni da John Carter, uno dei flop più devastanti di sempre nella storia del cinema, in collaborazione con lo sceneggiatore Colby Day.
In un batter d’occhio racconta tre storie che si alternano e intrecciano nel corso dei secoli, riflettendo sulla speranza, le connessioni e il cerchio della vita. Pur partendo da ottime premesse, il risultato finale è deludente.
In un batter d’occhio punta a un racconto sulla vita, la morte e la speranza in un futuro migliore ma fallisce totalmente in ciò
In un batter d’occhio, premesse non mantenute
In un batter d’occhio segna il ritorno alla regia di Andrew Stanton, autore di successi animati come Nemo e Wall-E. Arriva a quattordici anni di distanza da John Carter, ricordato come uno dei flop più clamorosi degli ultimi decenni. Con questo progetto Stanton torna al live-action e punta a un racconto dal respiro universale. Al suo fianco c’è lo sceneggiatore Colby Day, coinvolto in una riflessione sui grandi interrogativi dell’esistenza.
Il film attraversa un arco temporale amplissimo. Copre decine di migliaia di anni e mette in relazione epoche lontanissime tra loro. Le storie si alternano tra passato remoto e presente. L’obiettivo è mostrare come le vite degli individui, pur distanti nel tempo, siano unite da un filo invisibile. Nascita e morte diventano così estremi dello stesso percorso. Perdita e rinascita si riflettono l’una nell’altra.
La struttura alterna registri e ambientazioni differenti. Ogni segmento prova a dialogare con gli altri attraverso rimandi tematici. L’insieme suggerisce una circolarità costante. L’intento è accompagnare lo spettatore verso una meditazione sul senso del vivere. Allo stesso tempo, il racconto insiste sull’inevitabilità del morire.
Sulla carta, l’operazione possiede un fascino evidente. L’aspirazione a costruire un racconto che superi i confini temporali e culturali promette una riflessione ampia, quasi cosmica, sull’esperienza umana. Tuttavia, l’esecuzione tradisce questa tensione. Il susseguirsi delle epoche non genera una progressione emotiva solida, ma piuttosto un effetto frammentato che rende difficile stabilire un reale coinvolgimento con i personaggi. Le connessioni, più che emergere con naturalezza, vengono spesso dichiarate in modo esplicito, togliendo forza alla suggestione.
In un batter d’occhio
Una visione poco coerente e confusa
È soprattutto sul piano tematico che il film mostra le sue debolezze più evidenti. Colby Day, nel tentativo di affrontare il binomio vita-morte, sceglie un approccio programmatico e didascalico che finisce per impoverire la complessità dell’argomento. La morte viene evocata come passaggio necessario e quasi rassicurante, mentre la vita è dipinta come un ciclo armonioso che si compie senza reali fratture. Questa visione, anziché offrire profondità, appare semplificata e priva di quell’ambiguità che rende universale il discorso sull’esistenza. Le parole cercano di colmare ciò che le immagini non riescono a suggerire, ma il risultato è un tono eccessivamente enfatico che smorza l’impatto emotivo.
Anche la messa in scena, pur curata, non riesce a sostenere l’ambizione concettuale del progetto. Le diverse epoche si susseguono con una certa eleganza visiva, ma senza costruire un crescendo capace di culminare in un momento davvero memorabile. L’impressione complessiva è quella di un film che guarda costantemente a un’idea di grandezza, senza però trovare la concretezza necessaria per raggiungerla.
In definitiva, In un batter d’occhio si presenta come un’opera che aspira a interrogare l’eternità ma rimane intrappolata in una riflessione superficiale. Il ritorno di Stanton dietro la macchina da presa avrebbe potuto segnare una nuova fase della sua carriera nel cinema dal vivo; invece, lascia la sensazione di un’occasione mancata, in cui l’ambizione non è riuscita a trasformarsi in autentica emozione.