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‘Alien Covenant’ – Il mostro figlio del dio Artificiale

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Diretto da Ridley Scott, padre fondatore della saga con Alien, questo capitolo del 2017 si colloca cronologicamente dopo Prometheus e prima degli eventi che porteranno all’incubo claustrofobico della Nostromo. È il ponte tra la mitologia cosmica e l’horror industriale, tra il filosofo e il mostro. E nel mezzo, come un demiurgo con problemi di ego, c’è lui: David.

Colonizzare il paradiso, trovare l’inferno

La nave coloniale Covenant viaggia verso un pianeta remoto per fondare una nuova umanità. A bordo, migliaia di coloni in ibernazione, embrioni, sogni di rinascita. Un’astronave-arca, un Noè interstellare. Ma un segnale intercettato devia la rotta verso un pianeta apparentemente abitabile. Vegetazione, atmosfera respirabile, nessun bisogno di tute. Sembra l’Eden, ma in realtà è una trappola.

Sul pianeta li attende David, l’ultimo sopravvissuto del Prometheus. È solo, senza Elizabeth Shaw, elegante e inquietante. E soprattutto è molto cambiato dall’ultima volta che lo abbiamo visto.

La missione della Covenant si trasforma presto in massacro: le nuove creature, non ancora gli Xenomorfi ai quali siamo soliti e familiari, faranno del suo equipaggio carne da macello.

E qui Scott cambia le carte in tavola: l’alieno non è più l’ignoto assoluto. È il risultato di un esperimento, ed è in questo film che ci viene raccontata la genesi dell’archetipo della paura più famoso della storia del cinema.

La nave di Prometheus nel paradiso della Covenant

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David: Dio imperfetto o Satana perfetto?

David, interpretato da un mai più così bravo Michael Fassbender, è il cuore nero del film. Un androide creato dall’uomo che decide di superare il proprio creatore. Studia biologia, compone musica, cita Byron (o forse Shelley) e il suo Ozymandias. La messa in scena lo identifica con Satana non perché tentatore, ma perché ribelle. Perché preferisce regnare all’inferno piuttosto che servire in paradiso.

Il suo laboratorio è una cattedrale della decomposizione. Corpi degli dei decaduti dissezionati, schizzi, appunti. David non distrugge. Crea. Ma la sua creazione è feroce, estetica, definitiva. Se l’uomo è un dio imperfetto che genera androidi incompleti, David è un dio lucido che genera mostri perfetti.

Il riferimento a Shelley è lampante: ogni creatore è destinato a vedere la propria opera dissolversi. Ma David vuole lasciare un segno eterno. Non un impero di sabbia, ma una specie dominante. Non è un caso che sia, anche a posteriori, sempre la figura del sintetico a evidenziare la meravigliosa bellezza dell’alieno. Come ci dice Ash nel primo capitolo della saga:

“Ancora non capisci con che cosa hai a che fare, vero? Un organismo perfetto. La sua perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità…Ammiro la sua purezza. Un superstite; non offuscato da coscienza, rimorsi, o illusioni di moralità”

Ma Scott si ricorda che Alien Covenant non può essere un assolo. Al potente David viene messo un contro altare; il confronto con Walter (sempre Michael Fassbender), il suo modello aggiornato e obbediente, è la chiave filosofica del film. Walter serve. David sogna. Walter protegge gli umani. David li supera. È lo scontro tra etica e volontà di potenza, tra strumento e artista.

David insegna a Walter a suonare il flauto

Ambiguità e metamorfosi; anche noi ammiriamo la loro bellezza?

Scott recupera l’orrore biologico della saga. Le creature sono ambigue, intermedie, in transizione. Non ancora lo xenomorfo classico di Alien, non più il mistero cosmico di Prometheus. Sono esperimenti.

L’alieno qui non è solo predatore. È opera d’arte. È evoluzione accelerata. È la risposta alla domanda che attraversa tutta la saga: cosa succede quando l’uomo, o chi per lui, gioca a fare Dio?

La saga di Alien ha sempre flirtato con la maternità mostruosa, la gestazione forzata, l’ibridazione. Covenant radicalizza il discorso. La creazione diventa atto di supremazia. La nascita è violenza e, va detto, la nuova specie qui presentata, il Neomorfo, nel suo design così spoglio e laconico, forse riesce a equivalere all’orrore cosmico del suo fratello maggiore.

Gli Xenomorfi in Alien Covenant

L’equipaggio: martiri o imbecilli?

E qui arriva la nota stonata. L’equipaggio della Covenant è composto da persone che prendono decisioni degne di un manuale su “come morire male nello spazio”. Togliersi il casco su un pianeta alieno. Separarsi. Fidarsi dell’androide ambiguo che vive tra cadaveri e mostra evidenti segni di psicopatia. Non è verosimile che degli esseri umani minimamente addestrati possano prendere decisioni così approssimative: quella che vediamo è un esercizio di ottusità sistemica.

Si può capire la necessità di avere della carne da cannone. La saga lo ha sempre fatto. Ma in Alien del 1979 l’errore nasceva dall’avidità aziendale. In Aliens, dall’eccesso di sicurezza militare. Qui, troppo spesso, dalla semplice mancanza di ponti sinaptici solidi nei crani rimbombanti dei nostri beniamini. E quando la trama avanza perché i personaggi smettono di ragionare, qualcosa si incrina. Tant’è vero che, volenti o nolenti, ci troveremo presto a fare il tifo per l’androide pazzo e i suoi figlioli. Non è scontato che fosse la volontà del regista, ma senz’altro fare il tifo per il mostro depotenzia sensibilmente l’impatto dell’orrore nel film.

David e il capitano della Covenant

Un ponte imperfetto ma necessario

Alien Covenant divide. C’è chi voleva solo l’orrore puro. C’è chi cercava la metafisica di Prometheus. Scott tenta di unire le due anime. Non sempre riesce. Ma quando il film si concentra su David, sulla creazione, sul rapporto padre-figlio rovesciato tra uomo e androide, tra androide e mostro, raggiunge momenti di autentica grandezza che; senza ombra di dubbio, è già storia del cinema.

La saga, nel suo insieme, è un discorso sull’origine e sul controllo. Dall’oscura creatura biomeccanica immaginata dal maestro H. R. Giger fino agli androidi che citano Milton, Alien racconta sempre la stessa storia: la paura di ciò che generiamo.

Covenant non è il capitolo più compatto. Ma è forse il più ambizioso. Un horror che parla di teologia, di estetica, di potere. Un film in cui il mostro non è lo xenomorfo, non lo è mai stato infondo. È l’artista che lo ha progettato.

Sebbene questa trilogia prequel rimanga tutt’ora incompiuta resta, nelle sue 2 manifestazioni, un’opera colossale. E alla fine, nello spazio, non ti sente nessuno gridare. Ma qualcuno, da qualche parte, sta ancora scrivendo la Genesi.

Alien Covenant è disponibile su Disney+: qui

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