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‘Terror! Il castello delle donne maledette’: l’horror anormale
Rivisitazione regionalistica del mito di Frankenstein, tra sprazzi di horror e lascivo erotismo
Published
2 mesi agoon
«Ma forse tutti siamo un po’ anormali»
Prefetto Ewing
L’austera esternazione conclusiva del Prefetto Ewing (Edmund Purdom) che sigilla Terror! Il castello delle donne maledette (1973) di Robert H. Oliver, è perfetta per descrivere la pellicola, essendo schedabile come prodotto anormale. Terror! è una rattoppata creatura filmica scivolata rovinosamente di mano ai suoi artefici con l’orrore ipotizzato che si è tramutato in errore conclamato.
Ai mostri bizzarri presenti nella storia (se ne contano ben quattro), si aggiunge la pellicola medesima, poiché deforme nella struttura, nella trama e nei dialoghi. Tralasciando la pessima recitazione di tutto il cast. Terror! si palesa come modello “mirabile” di quel cinema bis nostrano che cercava di offrire al pubblico più gioie possibili al medesimo tempo, come ben esprime il titolo, fondendo i due principali apici solleticanti il basso istinto. Fear and Desire, ossia paura (horror) e desiderio (donne nude). Principi presenti nella pellicola ma ambedue scadenti in fatto di quantità e qualità.
Le anormalità produttive di un film degenerato
A priori, Terror! Il castello delle donne maledette ha già un’aberrazione primaria: chi è il vero realizzatore della pellicola? Nei crediti la regia è intestata a tale Robert H. Oliver, nickname dietro il quale si nasconderebbe, con ottime probabilità, Dick Randall. Un prolifico produttore americano di svariato cinema exploitation italiano ed estero. Ma nella ancor non ferma certezza, s’ipotizzano una ronda di autori che avrebbero messo mano a questa creatura cinematografica.
Ramiro Oliveros (attore spagnolo) e William Rose (sceneggiatore americano) che, nello stesso anno, realizzò in tandem con Robert H. Oliver La casa della paura (The Girl in Room 2A, 1974). Queste due opzioni, però, sono molto poco probabili perché non hanno effettivi legami con la pellicola. Più concrete le ipotesi che la maldestra regia sia di Oscar Brazzi, produttore non accreditato e fratello di Rossano, protagonista di Terror!. Oppure del direttore della fotografia Mario Mancini, regista di Frankenstein 80 (1972) rivisitazione moderna – e anormale – della creatura inventata da Mary Shelley.
Tra queste ultime due scelte, però, la più plausibile è che sia stato Oscar Brazzi a dirigere il film, o per lo meno a dirigerne larga parte, proprio perché facendo un raffronto con Frankenstein 80 ci si accorge che Mancini non lesinava nelle scene di bassa macelleria, mentre Terror! è quasi esangue. Tra l’altro, la congiunzione tra questi due horror risiede anche nella partecipazione di due attori. Gordon Mitchell nel film di Mancini ha il ruolo del Dr. Frankenstein, in Terror! il risibile personaggio del servo Igor. Xiro Papas in Frankenstein 80 è l’orribile creatura Mosaico, nel film di Oliver è il focoso gobbo Kreegin e, con il suo vero nome (Ciro Papa), come direttore di produzione.
Ronda di probabili registi, di Aka per rendere internazionale il pauperistico prodotto autoctono, ma anche un folto gruppo di titoli esteri o nostrani, a dimostrazione di una distribuzione non soltanto regionalistica:
- The House of Freaks;
- Le château de l’horreur;
- The Monsters of Dr. Frankenstein;
- Fantasma de Biquini;
- Il castello della paura;
- Terror Castle;
- Monsters of Frankenstein;
- Terror;
- Dr. Frankenstein’s Castle of Freaks;
- Ecc.
Terror! Il castello delle donne maledette: rilettura pauperistica di un classico
Tra le anormalità insite nella trama, scritta da Roberto Spano, Mario Francini, Mark Rose e Mark Smith, quella su cui è utile indugiare, poiché suscita grassa ironia, riguarda la rivisitazione del mostro di Frankenstein. Mantenendo l’ambientazione gotica – benché sia più corretto dire “zotica” per la grossolanità degli sfondi campagnoli nostrani – nella narrazione la creatura (soprannominata Goliath) viene generata dal Dottor Frankenstein servendosi di un uomo di Neanderthal che viveva nelle campagne ed era stato ucciso dai villici.
Il cavernicolo, trasportato nel misero laboratorio, viene sbarbato e in parte rasato (il cranio glabro è risolto con una calotta da quattro soldi) per apporgli un nuovo cervello. Cerebro che, seguendo la scena precedente, dovrebbe essere quella di una procace ragazza disseppellita al cimitero dai quattro servi del Dottore.
Onestamente non si comprende questo stravagante inserimento di un troglodita nella storia di Frankenstein, come non si capisce del perché ci siano ben quattro servitori: Igor, personaggio in pratica inutile nello svolgersi della vicenda; il nano Genz (Michael Dunn), che pare sia stato assunto soltanto il giorno prima non conoscendo il laboratorio segreto; il gobbo Kreegin, molto più interessato a spegnere i suoi forti pruriti sessuali; Hans (Alan Collins, alias Luciano Pigozzi), il servo fedele del Dr. Frankenstein, unico “normale” ma con moglie fedifraga.
A questa galleria di deformi si aggiunge anche un altro cavernicolo dal nome onomatopeico Ook, che quasi genera una storia parallela. Rintanato in una grotta e nutrendosi di selvaggina cruda (conigli scuoiati), fa amicizia con Genz, precedentemente cacciato via dal castello.
L’interesse verso questo cavernicolo è nell’esser interpretato da Salvatore Baccaro, caratterista che non ha mai avuto necessità di molto make-up. Per l’occasione, però, un tocco cinefilo: ha l’elegante e immaginifico nome di Boris Lugosi. Il duo, nano più cavernicolo, outsider cacciati dalla società poiché brutti,
E le donne maledette?
La seconda parte del titolo avverte che ci sarebbe anche una componente femminile, per di più nefasta. Nel film le donne in totale sono cinque, di cui una è la ragazza disseppellita e, trasportata nel laboratorio, coperta da un lenzuolo. Le altre sono la promessa sposa Krista (Christiane Royce alias Christiane Rücker), la figlia del Dr. Frankenstein (Simone Blondell alias Simonetta Vitelli), la cuoca e Jenny (Annamaria Tornello), la campagnola stuprata.
Il femminino maudit vaticinato nel titolo non ha concretezza nello svolgimento della storia. La componente sexy è assolta soltanto a livello voyeuristico: i rapporti tra Mary Frankenstein e il dottore (Alessandro Perella) spiati da Genz e Hans; il terapeutico e lascivo bagno in una falda acquifera di Krista e Maria osservati nascostamente da Genz, che medita vendetta. L’unica sfortunata è la contadina Jenny, violata fuori campo.
Una sessualità che scorre parallela alla trama horror. Da un lato c’è l’animalesco rapporto tra il deforme servo Kreegin e la cuoca, dall’altro la giovanilistica e salubre relazione tra Mary e il Dottore. Il matrimonio tra Krista e Frankenstein si palesa come unione tra due esaltati, mentre intorno c’è soltanto malsano desiderio di poter esser parte attiva, come attesta la figura dell’impotente servo Hans o del nano Genz, fisicamente impossibilitato a raggiungere gli obiettivi desiderati.
In percentuale epidermica, l’erotismo si palesa soltanto di seni discinti – o nudi integrali di profilo – della Blondell oppure il bagno pseudo-lesbo tra Krista e Maria, fatto di massaggi reciproci. Esangue la paura, scialbo il desiderio.