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BAFTA 2026, caso John Davidson: le polemiche infondate
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3 ore agoon
Era una notte attesa, quella del 22 febbraio al Royal Festival Hall di Londra, festa del cinema britannico firmata British Academy of Film and Television Arts. La critica aveva applaudito I Swear, film ispirato alla vita di John Davidson e candidato a più statuette, compresi premi attoriali importanti. L’atmosfera avrebbe dovuto essere di festa. E invece la scena che rimarrà impressa, almeno per ora, è un’altra: un uomo in platea che pronuncia un insulto razzista durante la cerimonia, mentre salivano sul palco attori come Michael B. Jordan e Delroy Lindo.
Ma prima di giudicare o prendere posizione, bisogna capire cosa è davvero accaduto; e perché questa vicenda dovrebbe indurci a riflettere molto più a fondo di quanto una singola parola pronunciata in un salone pieno di stelle possa suggerire.
L’episodio e la dinamica: involontario sì, trauma reale sì
L’uomo in questione è John Davidson, attivista scozzese sulla sindrome di Tourette e protagonista ispiratore del film I Swear. La sindrome di Tourette è un disturbo neurologico caratterizzato da “tic” motori e vocali improvvisi e incontrollabili: nella forma detta coprolalia, questi tic possono includere parole o frasi socialmente inaccettabili o volgari. Nel corso della cerimonia, Davidson ha emesso più fuoriuscite verbali non volontarie, tra cui un insulto razzista particolarmente pesante proprio mentre due star di colore presentavano un premio.
La reazione pubblica è stata immediata. e viscerale.
Da un lato c’è il riconoscimento medico e neurologico: la coprolalia non è scelta, non è intenzione, non è ideologia. È un tic involontario, spesso profondamente frustrante per chi lo vive. Sono tic che, nelle parole degli attivisti sulla sindrome, “non hanno nulla a che fare con le convinzioni personali” di chi li esprime.
Ciononostante, l’impatto di quella parola, soprattutto pronunciata in quel contesto, è reale e doloroso. Non si scappa dal fatto che un insulto razzista, pronunciato anche involontariamente, riattiva traumi storici e sociali, e mette la comunità Black; rappresentata sul palco da Lindo e Jordan, in una posizione di dover gestire l’impatto emotivo di quel momento. È un’analogia che la società contemporanea fatica a digerire: se un problema neurologico può causare un danno sociale così potente, come lo affrontiamo come comunità?
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Risposte istituzionali, scuse e ritrattazioni
La BAFTA e la BBC, che aveva trasmesso la cerimonia in differita di alcune ore senza tagliare l’audio offensivo, hanno offerto scuse formali. La BBC ha rimosso la registrazione incriminata da iPlayer e ha ammesso l’errore nel non aver eliminato la parte offensiva prima della diffusione. BAFTA ha espresso “piena responsabilità” per la situazione e si è scusata “senza riserve” con gli attori coinvolti e il pubblico colpito dall’episodio.
Nel frattempo Davidson stesso ha rilasciato dichiarazioni pubbliche, definendosi “profondamente mortificato” se qualcuno ha interpretato i suoi tic come intenzionali o carichi di significato personale. Ha sottolineato di essere stato presente per celebrare il film ispirato alla sua vita e al suo impegno per la sensibilizzazione sulla Tourette, e di aver lasciato la cerimonia anticipatamente per evitare ulteriori disagi.
Sul piano istituzionale, il bottone si è fatto ancora più pesante: un giudice BAFTA, Jonte Richardson, ha rassegnato le dimissioni dalla giuria in segno di protesta per il modo in cui l’organizzazione ha gestito l’evento, definendo la gestione della vicenda “inaccettabile” per la dignità delle comunità nere e di persone con disabilità.
Michael B. Jordan e Delroy Lindo. ai BAFTA 2026
Il paradosso della comprensione e l’errore di contesto
Questa vicenda non è un semplice troll di rete finito sulle prime pagine. È un cortocircuito culturale in piena regola e un’osservazione del modo in cui società e media reagiscono quando una realtà neurologica, rara, fraintesa e spesso stigmatizzata, collide con dinamiche di razzismo, rappresentazione pubblica e responsabilità delle istituzioni.
Da un lato, sostenitori della causa Tourette ricordano che non tutti i portatori di Tourette hanno coprolalia, e che quella caratteristica; presente solo in una minoranza, non riduce l’intera esperienza della sindrome al suo aspetto più eclatante o offensivo.
Dall’altro lato ci sono commenti pubblici da parte di figure come Jamie Foxx e Wendell Pierce, che pur esprimendo comprensione per la condizione neurologica hanno sottolineato quanto sia necessario che organizzazioni come BAFTA e broadcaster come BBC si assumano responsabilità maggiori nel proteggere il rispetto e la dignità di tutte le comunità presenti.
Il polverone che ne è seguito, con commenti online che oscillano tra comprensione, ignoranza e persino ostilità nei confronti della disabilità, mostra quanto la cultura contemporanea sia incapace di rispondere rapidamente a un evento che tocca simultaneamente razza, disabilità, spazio pubblico e linguaggio offensivo. Il tutto mentre il film I Swear trionfa con alcuni premi, sottolineando l’ironia di una serata che avrebbe dovuto essere un tributo alla narrazione empatica ma è diventata un banco di prova sociale. Quindi resta una domanda senza risposta. La clip incriminata è stata trasmessa integralmente. Un’altra, quella in cui si sentiva pronunciare “Palestina libera”, è stata invece rimossa con cura. Due pesi e due misure?
Inoltre; è normale, giusto, accettabile che lo stesso Davidson abbia subito un’ostracizzazione mediatica a causa della sua disabilità? È coerente che una platea che si proclama ambasciatrice di integrazione e tolleranza abbia, di fatto, spinto Davidson ad abbandonare la sala per evitare ulteriori tensioni?
Ai posteri l’ardua sentenza.
Una serata che parla di noi, non solo di cinema
In definitiva; e in modo doloroso, l’incidente ai BAFTA non è semplicemente un “momento scomodo” da NON cancellare dalla cronaca. È un episodio che ci costringe a interrogarci sulla distanza tra intenzione e impatto, tra integrazione e “chiacchiera”, fra sensibilità e propaganda facile. Sollevare i forconi in viso al mostro di turno è facile; più difficile indagare nella profondità delle cose che spesso richiedono uno sforzo maggiore per essere raggiunte.
Tutto questo ci ricorda che, nel cinema come nella vita reale, la compassione non è automatica. serve una dose di conoscenza che va ben oltre quel che si vede in una sala di premiazione