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‘Il Sospetto’: O forse qualcosa che va oltre?

Un’interpretazione magistrale

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C’è un momento, nel film diretto da Thomas Vinterberg, in cui lo spettatore capisce che non sta assistendo a un semplice dramma giudiziario. Sarà perché non c’è un’aula, non ci sono arringhe. In compenso c’è un uomo seduto a un tavolo, isolato da sguardi che fino al giorno prima erano amici. E noi capiamo, insieme a lui, che il vero tribunale è la comunità.

Di questo ci parla Il sospetto pellicola del 2012; racconta la storia di Lucas, interpretato da un magistrale Mads Mikkelsen, che ci regala un educatore in un asilo di provincia in Danimarca. È un uomo mite, divorziato, con un figlio adolescente e un gruppo di amici con cui condivide battute di caccia, birre e rituali virili da provincia nordica.

Il sassolino che diviene valanga

Sembra una situazione idilliaca e immutabile, quasi catartica per la sua pace. Un uomo pacifico e la sua vita tranquilla immersa in uno scenario da cartolina. Dunque qual è l’innesco?

Una bambina, Klara, figlia del suo migliore amico, pronuncia una frase ambigua. L’istituzione scolastica la interpreta come un’accusa di abuso sessuale. Nessuna prova. Nessuna indagine approfondita. Solo un sospetto.

Da quel momento la vita di Lucas si sgretola. Viene licenziato, allontanato, subissato di violenze di ogni tipo. Le persone con le quali condivideva financo il letto gli voltano le spalle e gli sputano sulla porta. Il film non racconta un processo, racconta un linciaggio morale. E lo fa con una precisione chirurgica che ci fa male.

Mads Mikkelsen: il volto dell’innocenza sotto assedio

Mikkelsen non interpreta Lucas: lo abita. Il suo volto, che il cinema internazionale ha spesso utilizzato come maschera ambigua; pensiamo al suo Le Chiffre in Casino Royale o al Dottor. Lecter in Hannibal, qui diventa un territorio di resistenza silenziosa. Non c’è isteria nella sua recitazione. Non c’è sovraccarico emotivo. C’è una compressione costante.

Il suo Lucas non grida la propria innocenza come farebbe un protagonista hollywoodiano. La trattiene, quasi la mastica. La lascia sedimentare negli occhi lucidi ma mai imploranti. Quando esplode nell’iconica scena nella chiesa, lo fa in modo misurato, come se anche la rabbia fosse un lusso che non può permettersi.

La grandezza dell’interpretazione sta nel non cercare mai l’effetto. In Il Sospetto Mikkelsen costruisce un uomo comune che viene lentamente espulso dal consesso umano. Il suo corpo si irrigidisce, il suo sguardo diventa più scavato, la postura si chiude. È un processo fisico prima ancora che psicologico. Il sospetto lo consuma dall’esterno verso l’interno, come un acido sociale.

Non è un caso che il film gli sia valso il premio per la miglior interpretazione maschile a Cannes. È una performance che non chiede applausi, ma lascia un segno. Non è un esercizio di stile. È un’esposizione al pubblico ludibrio.

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Il sospetto come meccanismo sociale

Il Sospetto non parla solo di un’accusa falsa. Parla della rapidità con cui una comunità sceglie la colpa al posto del dubbio. Il sospetto diventa una forma di autoassoluzione collettiva. Se c’è un mostro, allora il resto del villaggio è innocente.

Ma perché non abbandonare l’odio, una volta che il processo proclama l’inequivocabile innocenza dell’uomo, perché non tornare a stringersi la mano e lasciarsi l’increscioso episodio alle spalle?

La risposta è tanto semplice quanto annichilente: voi accettereste di aver disintegrato la vita di un uomo innocente in nome di un pregiudizio rivelatosi falso? Il Sospetto ci racconta di un meccanismo umano tanto ferale e Aracnoideo quanto banalmente prevedibile; una volta che si è superato il limite non puoi tornare indietro perché nessuno sarebbe capace di convivere col senso di colpa. Lucas non può essere innocente perché deve, molto cristologicamente, deve portare sulle sue spalle la colpa collettiva.

Vinterberg non trasforma i cittadini in caricature. Sono persone normali. Ed è proprio questo il punto. Il male non nasce da una volontà sadica, ma da un riflesso pavloviano: proteggere i bambini a qualunque costo. Anche al costo della verità. Ogni adulto proietta le proprie paure su quella frase detta da una bambina. La psicologia dell’infanzia, il trauma, la suggestione; tutto viene piegato a una narrativa rassicurante: se c’è un colpevole, allora il caos è sotto controllo.

Il film mostra quanto fragile sia il tessuto della fiducia. Basta una crepa, e la comunità si trasforma in branco. Non c’è bisogno di prove, basta la possibilità.

Mads Mikkelsen in: Il Sospetto

Uomo contro uomo

Il Sospetto è un film profondamente misantropico, ma non nel senso cinico del termine. Non sostiene che l’essere umano sia intrinsecamente malvagio. Mostra qualcosa di più inquietante: la sua predisposizione alla paura e al conformismo.

Lucas viene isolato non perché qualcuno abbia verificato la sua colpevolezza, ma perché nessuno vuole correre il rischio di difenderlo. Difendere un sospettato significa esporsi. Meglio allinearsi o addirittura voltare lo sguardo.

La già sopracitata scena nella chiesa è impeccabile nel sintetizzare tutto. Lucas affronta la comunità durante la messa di Natale. Non implora. Non si giustifica. Guarda negli occhi chi lo ha già condannato. È uno scontro muto tra individuo e massa. In quel momento il film smette di essere cronaca e diventa parabola.

La misantropia non è nel protagonista, che continua ostinatamente a cercare un contatto umano. È nella collettività che preferisce la sicurezza della condanna alla fatica del dubbio.

Il dubbio come eredità

Il finale non offre una consolazione piena. Anche quando la verità sembra riaffiorare, resta un’ombra. Un colpo di fucile lontano, un’occhiata sospetta. Il sospetto non si cancella, si sedimenta. Rimane come una cicatrice invisibile.

Questo è il messaggio più feroce del film: l’innocenza può essere dimostrata, ma la reputazione no. Una volta che il marchio è stato impresso, non c’è assoluzione che tenga.

Vinterberg costruisce un’opera asciutta, priva di melodramma, che affonda le mani nel lato oscuro della convivenza civile. E Mikkelsen, con la sua interpretazione magistrale, ne diventa il centro orbitale, il punto fermo attorno a cui ruota l’intero sistema.

Il Sospetto non è soltanto un film su un’accusa falsa. È un film su quanto sia facile per una società perdere la misura del dubbio. E su quanto sia difficile, per un uomo solo, restare umano quando gli altri hanno già deciso che non lo è più. Ed è proprio per questo che, a distanza di 14 anni dalla sua uscita, questa pellicola riesce ancora a colpire duro e dove fa più male.

Se il cinema serve ancora a qualcosa, serve a questo: a ricordarci che la giustizia non nasce dall’isteria collettiva, ma dal coraggio di fermarsi un istante prima di puntare il dito.

Puoi guardare il sospetto su Tim Vision: qui

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