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Jessie Buckley vince l’Oscar 2026 per Hamnet: la consacrazione di un talento irlandese

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La corsa si è chiusa nel modo più prevedibile possibile: Jessie Buckley ha vinto l’Oscar come miglior attrice protagonista per Hamnet, coronando una stagione dei premi praticamente perfetta. Porta a casa la statuetta in un racconto intimo e devastante sul lutto che segue la morte del figlio Hamnet. La performance, intensa e fisica, era già stata premiata ai Golden Globe, ai BAFTA e ai Critics’ Choice, rendendo la vittoria agli Academy Awards quasi inevitabile

Il caso Hamnet e la riscossa di un’attrice

È Hamnet il film che ha scolpito il suo nome nella pietra dell’“awards season”. La Buckley si è guadagnata l’Oscar come Migliore Attrice per il ruolo di Agnes Shakespeare. Moglie di William in questo dramma diretto da Chloé Zhao.

Tutta la narrazione ruota attorno alla perdita dell’unico figlio maschio della coppia, un lutto che si intreccia alla genesi di Amleto.Buckley non recita la tragedia: la incarna nei nervi, nelle pause, nelle ombre di uno sguardo che sembra costantemente sospeso tra rabbia e resa. Opinioni autorevoli come quelle di critici del Guardian o della stampa di settore sostengono che la sua performance non sia soltanto competente, ma emotivamente “trascendente”, capace di proiettare il dolore sullo spettatore con rarefatta precisione.

Eppure non tutti guardano con la stessa benevolenza questa versione «romantica» e storicizzata del dolore shakespeariano. Nelle ultime settimane, Ian McKellen, figura venerata della scena shakespeariana, ha sollevato critiche taglienti nei confronti di Hamnet. Più nello specifico ha definendo implausibile la rappresentazione data dal film e contestando in particolare alcune scelte interpretative, come l’idea di una Hathaway poco familiare con il teatro nonostante fosse moglie di uno dei drammaturghi più grandi di sempre.

Ma dov’è il punto allora?

McKellen infatti non è un commentatore qualsiasi: è un attore il cui mestiere ruota attorno proprio a Shakespeare, e la sua voce, schietta e inflessibile, ha aggiunto una nota di frizione al coro di applausi. Le critiche non riguardano Buckley in prima persona, ma mettono in discussione lo stesso terreno su cui certi discorsi biografici di Hamnet si reggono, portando alla ribalta la domanda se il cinema debba poter reinventare la storia o restare fedele alla rigida logica del contesto originale. In questo senso, Buckley si trova al centro di un dibattito che va oltre l’Oscar e investe la responsabilità culturale delle fiction storiche.

jessie buckley hamnet

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Tra cinema e serie: Buckley, la poliedrica

La forza di Buckley sta nella capacità di attraversare generi e formati. Non è solo il grande schermo a esigere la sua intensità: in serie come Taboo; ma la sua presenza resta un’ombra che non si dimentica.

Non si tratta di una star usa e getta, ma di un’artista che ha costruito la sua carriera minuziosamente. Da Wild Rose a Fingernails, passando per Wicked Little Letters,  si è fatta vedere con scelte che dialogano con le tensioni della vita reale: l’amore, la perdita, l’identità. Ogni personaggio «salta fuori» dallo schermo con una coerenza psicologica che pochi altri interpreti oggi riescono a ottenere senza indulgere nella mera estetica del mestiere.

Jessie Buckley Men

La conquistatrice degli Oscar

La vittoria dell’Oscar arriva al termine di un percorso iniziato mesi prima nei festival e consolidato durante la stagione dei premi. Hamnet era già stato accolto con entusiasmo dalla critica e dal pubblico, conquistando riconoscimenti importanti e portando Buckley a imporsi come una delle interpretazioni più celebrate dell’anno. Non a caso l’attrice irlandese è diventata la prima interprete irlandese a vincere l’Oscar come miglior attrice protagonista, segnando un momento storico per il cinema del paese.

E questa volta possiamo dirlo l’Oscar, non è stato soltanto per la bravura; ma perché in Hamnet ha saputo giocare con il sentimento più difficile di tutti.

Un’attrice per il presente (e il futuro)

Il percorso di Jessie Buckley è la conferma di una verità semplice e scomoda: nei tempi di franchise interminabili e attori-macchina, la presenza di un’interprete capace di trasformare il dolore in pensiero critico non è un lusso, ma una necessità culturale.

E mentre nel dibattito critico continua a serpeggiare la voce di chi come McKellen mette in discussione certi modi di raccontare la storia, Buckley rimane lì, nel mezzo del conflitto tra cuore e intelletto, pronta a ricordarci che, a volte, il cinema è davvero il luogo dove le domande non si accontentano di risposte facili.

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