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Jessie Buckley: l’arte di trasformare il dolore in cinema

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Non capita spesso che un’attrice riesca a catalizzare l’attenzione del cinema internazionale in modo così rapido. Questo è il caso di Jessie Buckley, la 36enne artista irlandese, promessa favorita agli Oscar per la sua interpretazione in Hamnet, che dopo anni di interpretazioni memorabili ha trasformato la sua presenza in una forza narrativa riconoscibile a prima vista.

La nostra non ha stuzzicato l’attenzione solo per il curriculum; da Chernobyl a Wild Rose, passando per Men a The Lost Daughter. Ma a spiegare il perché di questo interesse è chiaramente modo in cui ogni volta che Buckley. Dobbiamo riconoscere che ogni volta che appare in uno schermo riesce a trasformare la fragilità in tensione drammaturgica e la vulnerabilità in scavo psicologico.

Il caso Hamnet e la riscossa di un’attrice

È Hamnet il film che ha scolpito il suo nome nella pietra dell’“awards season”. La Jessie Buckley si è guadagnata una nomination all’Oscar come Migliore Attrice per il ruolo di Agnes Shakespeare. Moglie di William nel dramma diretto da Chloé Zhao.

In Hamnet, la narrazione ruota attorno alla perdita dell’unico figlio della coppia, un lutto che si intreccia alla genesi di Amleto. Buckley non recita la tragedia: la incarna nei nervi, nelle pause, nelle ombre di uno sguardo che sembra costantemente sospeso tra rabbia e resa. Opinioni autorevoli come quelle di critici del Guardian o della stampa di settore sostengono che la sua performance non sia soltanto competente, ma emotivamente “trascendente”, capace di proiettare il dolore sullo spettatore con rarefatta precisione.

Eppure non tutti guardano con la stessa benevolenza questa versione «romantica» e storicizzata del dolore shakespeariano. Nelle ultime settimane, Ian McKellen, figura venerata della scena shakespeariana, ha sollevato critiche taglienti nei confronti di Hamnet. Più nello specifico ha definendo implausibile la rappresentazione data dal film e contestando in particolare alcune scelte interpretative, come l’idea di una Hathaway poco familiare con il teatro nonostante fosse moglie di uno dei drammaturghi più grandi di sempre.

Ma non tutti la pensano così

McKellen non è un commentatore qualsiasi: è un attore il cui mestiere ruota attorno proprio a Shakespeare, e la sua voce, schietta e inflessibile, ha aggiunto una nota di frizione al coro di applausi. Le critiche non riguardano Buckley in prima persona, ma mettono in discussione lo stesso terreno su cui certi discorsi biografici di Hamnet si reggono, portando alla ribalta la domanda se il cinema debba poter reinventare la storia o restare fedele alla rigida logica del contesto originale. In questo senso, Buckley si trova al centro di un dibattito che va oltre l’Oscar e investe la responsabilità culturale delle fiction storiche.

jessie buckley hamnet

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Tra cinema e serie: Buckley, la poliedrica

La forza di Buckley sta nella capacità di attraversare generi e formati. Non è solo il grande schermo a esigere la sua intensità: in serie come Taboo; ma la sua presenza resta un’ombra che non si dimentica.

Non si tratta di una star usa e getta, ma di un’artista che ha costruito la sua carriera minuziosamente. Da Wild Rose a Fingernails, passando per Wicked Little Letters,  si è fatta vedere con scelte che dialogano con le tensioni della vita reale: l’amore, la perdita, l’identità. Ogni personaggio «salta fuori» dallo schermo con una coerenza psicologica che pochi altri interpreti oggi riescono a ottenere senza indulgere nella mera estetica del mestiere.

Jessie Buckley Men

La favorita degli Oscar

Quando la critica parla di Buckley come di un’attrice che «entra nei personaggi fino al midollo», non si tratta di un cliché celebrativo. È la descrizione di qualcuno che ha saputo modellare la paura, il lutto e la perplessità in strumenti narrativi. Proprio grazie a tutto questo; ogni suo ruolo è una testimonianza emotiva, non una pura esibizione.

E se davvero vincerà l’Oscar, come molti prevedono sulla scia dei Golden Globe, BAFTA e Critics Choice Awards, non sarà soltanto per bravura; ma perché in Hamnet ha saputo giocare con il sentimento più difficile da rappresentare al cinema. Il senso di perdita che non si risolve mai del tutto.

Un’attrice per il presente (e il futuro)

Il percorso di Jessie Buckley è la conferma di una verità semplice e scomoda: nei tempi di franchise interminabili e attori-macchina, la presenza di un’interprete capace di trasformare il dolore in pensiero critico non è un lusso, ma una necessità culturale.

E mentre nel dibattito critico continua a serpeggiare la voce di chi come McKellen mette in discussione certi modi di raccontare la storia, Buckley rimane lì, nel mezzo del conflitto tra cuore e intelletto, pronta a ricordarci che, a volte, il cinema è davvero il luogo dove le domande non si accontentano di risposte facili.

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