Alla 24ª edizione del Florence Korea Film Fest arriva Slowly, cortometraggio sudcoreano diretto da Kim Hae-jin, e in poco più di venti minuti riesce a fare ciò che spesso ai lungometraggi sfugge: trasformare un’idea fragile in un racconto compatto, emotivamente esposto, mai compiaciuto. È un film piccolo nelle dimensioni e ambizioso nel sottotesto, che si muove su un crinale delicato, l’infanzia ferita, il corpo che cambia, la maternità come assenza e come ritorno, e lo fa senza cercare scorciatoie sentimentali.
Cho-hui e il corpo che esprime…
La nostra protagonista è Cho-hui (SeoYi-su), una ragazzina che ha perso la madre e vive con un padre silenzioso e una zia incinta. Il lutto non viene raccontato attraverso spiegazioni o dialoghi chiarificatori, ma attraverso un dettaglio che destabilizza fin dall’inizio: nella prima scena vediamo che, sotto le ascelle della ragazza, crescono fili d’erba. Non è un espediente da favola dark, né un semplice simbolo decorativo. È qualcosa che accade e basta, con la naturalezza inquieta con cui accadono le cose nel corpo durante l’adolescenza. Cho-hui strappa via quell’erba con un misto di vergogna e urgenza, come se volesse cancellare un segno che la tradisce. Sarà proprio questo elemento, l’impellenza della ragazza di arrestare l’accadimento, a guidarci in uno slice of life di questa peculiare famiglia.
La morte della madre grava su ogni scena, anche quando non viene nominata. La casa è attraversata da una tensione sottile, fatta di frasi sospese e di gesti trattenuti. Il padre è presente ma distante, incapace di trovare un linguaggio condiviso con la figlia. La zia, che porta in grembo una nuova vita, rappresenta un punto di frizione: il suo corpo che si prepara alla nascita è l’altra faccia del corpo di Chohui, che si trasforma in modo imprevisto e quasi mostruoso. In Slowly, la gravidanza introduce un movimento verso il futuro, mentre la ragazza sembra voler restare inchiodata a un passato che non sa elaborare.
In questo Kim Hae-jin costruisce il racconto con uno sguardo misurato, evitando di trasformare l’elemento fantastico in un puro effetto spettacolare. L’erba non viene enfatizzata con musiche roboanti o pennate di violini e inquadrature compiaciute. È parte della quotidianità, come se il dolore avesse trovato una via organica per manifestarsi, ed ora facesse parte della routine quotidiana. Il film lascia allo spettatore il compito di interrogarsi su ciò che vede: quell’erba è un sintomo fisico del trauma? È un segno di appartenenza alla madre perduta? Un legame con qualcosa che continua a crescere sottoterra, come ci viene suggerito nell’ultima battuta della ragazza prima dei titoli di coda? Oppure è il modo in cui Cho-hui percepisce il proprio corpo, in trasformazione e improvvisamente estraneo? Slowly non ci dà una risposta univoca; ci lascia il gratificante compito di desumerlo noi stessi.
Linguaggio visivo: simbolismo senza didascalie
Ed è proprio qui che il corto ci stupisce. La messa in scena privilegia ambienti domestici e spazi raccolti, che trovano amplio respiro in campi bucolici fuori dal tempo. Le inquadrature si soffermano sui dettagli, una mano che stringe, uno sguardo che evita il confronto, una foto, un particolare, creando un’atmosfera sospesa. La durata contenuta del corto impone una sintesi narrativa che, in alcuni passaggi, lascia volutamente zone d’ombra. Non tutto viene spiegato, e questa scelta richiede fiducia nello spettatore. La trasformazione di Cho-hui non trova una soluzione definitiva. Trova, piuttosto, un momento di consapevolezza e di contatto con il mondo che la circonda. Tutto ciò ci porta a un lento avvicinamento a ciò che sta accadendo.
Cho-hui e sua zia
Oltre la narrazione: ciò che resta
Il titolo Slowly suggerisce un tempo dilatato, una crescita che non può essere forzata, e tantomeno arrestata. A fare da contrappunto al tema della crescita è quello della “non crescita” di ciò che non può crescere più. Comunicativamente è lo stesso film suggerirci che l’elaborazione del lutto non segue una linea retta, ma si insinua nel corpo, modifica la percezione di sé, altera il rapporto con chi resta. La nascita del bambino della zia introduce una nuova dinamica familiare che non cancella il vuoto lasciato dalla madre, ma lo ridisegna. In quel passaggio tra perdita e nascita, Cho-hui si trova a ridefinire il proprio posto mentre subisce la ridefinizione del proprio corpo.
All’interno del programma del festival fiorentino, il cortometraggio si inserisce in una linea di cinema coreano attento alle fratture intime, più che ai conflitti plateali. Slowly non alza la voce. Preferisce restare accanto alla sua protagonista, osservarla mentre tenta di dare un senso a un corpo che cambia e a un’assenza che pesa. È un racconto che chiede ascolto e che, proprio per questo, lascia una traccia più profonda di quanto la sua durata possa far immaginare.