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‘Tommaso Basili’: “Il cinema è sempre artificio: il punto è renderlo vivo”
Dalle serie Tv ai set internazionali: Tommaso Basili si racconta in questa intevrista
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La voce di Tommaso Basili arriva nitida dall’altra parte del telefono. Non invade, non si impone, non cerca di occupare spazio. Si fa strada con discrezione, come se chiedesse permesso. C’è qualcosa di intimo nel modo in cui si esprime, una delicatezza rara che trasforma subito l’intervista in una conversazione privata, quasi confidenziale. Ha lo stesso passo nell’esprimersi e nell’ascoltare: la calma di chi non ha bisogno di dimostrare nulla. Anche a distanza, la sua presenza si avverte chiaramente. Non cerca la frase brillante, non costruisce un racconto eroico di sé. Sceglie le parole con attenzione, come se ogni risposta fosse un gesto di responsabilità. Le frasi prendono forma lentamente, tra pause e brevi silenzi. Non per insicurezza, ma per rispetto verso ciò che sta dicendo. Ogni parola sembra attraversata prima di essere pronunciata, come se meritasse il tempo giusto. Nel suo modo di raccontarsi emerge una profondità autentica, fatta di umiltà e consapevolezza.
Conosce il mestiere, i set, le dinamiche del cinema e della televisione, eppure conserva la curiosità di chi sente di dover ancora imparare. Parla di studio, ascolto e disciplina come se il talento fosse soltanto un punto di partenza. La formazione tra Milano e New York gli ha dato un doppio registro: solidità tecnica e apertura internazionale. Non è un attore che rincorre l’imitazione perfetta o la trasformazione mimetica. Il suo lavoro si muove piuttosto sul terreno dell’interpretazione interiore, nella ricerca di un equilibrio sottile tra controllo e vulnerabilità. Nei suoi personaggi tornano spesso uomini sospesi, attraversati da conflitti silenziosi. Anche nel suo racconto emerge la stessa tensione: tra ciò che si sa e ciò che si cerca, tra fermezza e fragilità. I suoi ruoli sono figure segnate da fratture e contraddizioni, tensioni che affiorano lentamente e ne rivelano la complessità. È proprio in quella crepa che Basili trova la sua dimensione. In The Beauty si muove in un universo disturbante e stilizzato; in Ferrari dà corpo a una figura simbolica della storia italiana; in Colpa dei Sensi esplora le zone più fragili e ambigue dell’animo umano. Mondi lontanissimi, uniti dalla stessa tensione verso l’autenticità.
Questa intervista diventa così un incontro fatto di parole misurate e pensieri condivisi. Il ritratto di un attore colto e profondo, che conosce il mondo ma continua a interrogarsi. Di un uomo che ha scelto la complessità al posto delle scorciatoie, e la sostanza al posto del rumore.
Ha intrapreso la carriera attoriale in una fase più matura, formandosi tra Milano e New York. In che modo questo itinerario non convenzionale ha plasmato la sua visione artistica e professionale?
Per me fare l’attore è un percorso di vita, quasi un percorso a ostacoli: sai da dove parti, ma non sai dove arriverai. Non l’ho pianificato, è successo. E guardando indietro posso provare a ricostruirne le ragioni, ma la verità è che non c’è una spiegazione unica: ogni progetto ti sposta un po’ lo sguardo, cambia la percezione di tutto. Essere italiano nel mondo, avendo vissuto e lavorato anche all’estero, mi ha dato una prospettiva più “mista”: forse mi ha reso più naturale muovermi in contesti internazionali. Detto questo, per me l’Italia resta il centro: anche quando lavoro con l’estero, spesso ci arrivo attraverso l’Italia. Roma, in particolare, è stata un nodo fondamentale. Quindi sì, c’è un legame tra il mio passato più “vagabondo” e la possibilità di lavorare su set diversi, italiani e non.
E quindi quando è nata questa voglia di recitare?
È una domanda enorme. Se devo essere onesto, ci ho messo molto tempo persino ad ammettere con me stesso che fosse quello che volevo. Ho fatto un giro largo, molto. Ho iniziato a pensarci davvero verso i 31-32 anni. Sono il primo a dire che non è mai troppo tardi, ma è anche vero che, nel percorso standard, a trent’anni dovresti già avere le idee chiare. Io non le avevo. Per me la recitazione è stata prima di tutto un test: “Vediamo se ne sono capace”. Come quando dici “voglio fare il musicista” e poi ti iscrivi a studiare per capire se sai leggere uno spartito. Io ho fatto così: ho deciso di studiare seriamente e capire se c’era una base vera. Da ragazzo avevo tre passioni: il palco, il cinema e l’archeologia. Alla fine sono riuscito a far convivere le prime due.
Ph. Lorenzo Sisti
Dopo molti lavori e ruoli in diverse fiction è arrivato il film Ferrari di Michael Mann, dove interpreta Gianni Agnelli. Come ha affrontato la responsabilità di una figura così iconica del Novecento italiano?
Per prima cosa mi sono dato un perimetro chiaro: Ferrari non è un biopic nel senso classico. Michael Mann non cercava una copia perfetta di Agnelli, ma una sua rappresentazione dentro quel film. Questa consapevolezza mi ha alleggerito, anche perché non sono un attore da imitazione: non faccio la riproduzione millimetrica, non è il mio territorio. Quello che mi interessava di Agnelli, e su cui ho lavorato, erano due aspetti: lo spazio e il tempo. Guardando le interviste, il modo in cui occupava lo spazio era unico: come sedeva, come si appropriava dell’ambiente, come lo rendeva suo. E poi il tempo: anche con pochissimi minuti a disposizione, non dava mai un senso di fretta o ansia. Sembrava dominare il tempo, non esserne dominato. Ho provato a portare sul set questa sensazione. E poi ho avuto fortuna: molte scene le giravo seduto, quindi potevo interpretarlo come lo vedevo più spesso.
Nella docu-serie Martin Scorsese Presents: The Saints interpreta l’imperatore romano Diocleziano. Com’è stata questa esperienza?
È stata un’esperienza incredibile, anche molto surreale. Abbiamo girato in Marocco, a Ouarzazate, una specie di Cinecittà nel deserto. Arrivi a Marrakesh e poi affronti ore di viaggio nel nulla, finché non raggiungi questi studi giganteschi in mezzo alla sabbia. Il set mi ha aiutato moltissimo: il palazzo di Diocleziano era stato ricostruito ed era a cielo aperto, come un’arena. E il caldo, che potrebbe sembrare un problema, in realtà ti tiene dentro la scena: lo usi, lo rendi autentico, e diventa parte della verità del personaggio. È stato duro, perché abbiamo girato tutto in una sola settimana, con ritmi serrati. A un certo punto il set ha persino preso fuoco — per fortuna senza conseguenze — e ci sono stati dei rallentamenti. Ma, nonostante tutto, è stata un’esperienza importante. E poi, per me, è stato un grande onore: so di essere stato scelto da Scorsese. Lui non era fisicamente sul set, ma seguiva tutto da remoto. C’era chi girava con un iPad e lui interveniva in diretta: non si muoveva un dettaglio senza la sua approvazione.
Che differenza c’è rispetto alle produzioni italiane?
Dal punto di vista dell’attore, per me cambia poco: ogni set ti chiede di ricominciare da zero, indipendentemente dal Paese. Se devo trovare una differenza, forse noi italiani siamo più elastici nell’imprevisto: abbiamo un talento naturale nel risolvere problemi al volo, spesso trasformandoli in opportunità. Il mondo anglosassone, invece, tende a essere più organizzato, ma anche più rigido: uscire dallo schema a volte è più complicato. Questa non è una regola assoluta: ho visto set italiani super organizzati e set americani meno. Però l’attitudine italiana verso l’ostacolo è spesso più “creativa”.
Parlando di produzioni italiane, è stato protagonista di Colpa dei Sensi, una fiction che mette al centro desiderio, colpa e responsabilità morale. Come si costruisce un personaggio che vive costantemente in conflitto?
Uno dei temi centrali della serie è proprio il conflitto: uno scontro continuo tra impulsi e controllo. Tutti abbiamo istinti, più o meno repressi. Poi intervengono la razionalità, il senso del dovere, la morale, il desiderio di essere giusti. Il mio personaggio è stato definito “il cattivo”, ma io non l’ho mai visto così. Ha degli impulsi che spesso non ascolta, o non vuole ascoltare, e questo lo porta a comportarsi in un certo modo; quando poi quegli stessi istinti prendono il sopravvento, il suo atteggiamento cambia di nuovo. Non ho cercato di portare in scena la cattiveria, ma la frattura: quella di un uomo che prova a tenere insieme due parti opposte di sé. Da una parte vuole restare lineare, pulito, coerente. Dall’altra ha impulsi che non riesce a gestire fino in fondo. E quando quella corazza comincia a sgretolarsi, emergono tutte le contraddizioni. A me interessano personaggi così: tridimensionali, complessi, contraddittori. Come attore, ti offrono molte più possibilità, perché puoi usare anche le tensioni reali che ti porti addosso in quel momento e trasformarle in materiale di scena.
In The Beauty di Ryan Murphy interpreta un detective in un mondo disturbante e molto stilizzato. Come si è adattato?
In questa serie sono uno dei pochi attori italiani del cast insieme a Riccardo Scamarcio. Interpretiamo due detective che indagano su un virus che rende le persone bellissime, ma poi le uccide. È una satira sull’ossessione contemporanea per la bellezza. È stata un’esperienza molto surreale. Giravamo nella splendida Venezia, su un set enorme e molto particolare. Lavoravamo spesso con quattro o cinque camere contemporaneamente, con una messa in scena quasi teatrale, estremamente costruita. La difficoltà principale era creare intimità anche quando, in realtà, eri fisicamente lontano. In una scena con Riccardo, anche se poi nel montato non si percepisce, sul set eravamo distanti circa quindici metri e a volte nemmeno ci sentivamo. Ma la scena richiedeva quella costruzione, quindi dovevi trovare comunque una tua dimensione intima. In fondo, è anche questo il bello del cinema: l’esecuzione può essere molto artificiosa, ma il risultato deve sempre apparire naturale.
Ha lavorato con registi molto diversi tra loro: da Michael Mann a Ryan Murphy. Qual è il consiglio più prezioso che si porta dietro dal set?
Sembra una risposta un po’ scontata, ma per me ogni set è una scuola. Imparo tantissimo osservando gli altri attori, guardando come lavorano, come vengono diretti, come affrontano le scene. E osservo molto anche i registi: il loro modo di comunicare, di gestire le persone, le energie e le dinamiche sul set. Una cosa che per me oggi è chiarissima è che l’accademia è fondamentale. Studiare ti dà una base solida, disciplina, metodo. È indispensabile. Ma da sola non basta. Spesso ti insegnano a distinguere tra “buona” e “cattiva” recitazione, ed è giusto. Il problema è che, nella realtà professionale, questa distinzione è molto meno netta. Ogni progetto ha un suo linguaggio, un suo stile, una sua grammatica. E quello stile impone anche un certo tipo di recitazione. Per questo non esiste una buona recitazione in assoluto: esiste una recitazione giusta per quel progetto. Ogni film, ogni serie, ha una sua cifra, un suo tono, un suo modo di comunicare. Devi prima capirne la frequenza, e poi sintonizzarti lì. Anni fa, mentre in una serie americana interpretavo Costantino Paleologo, mi sono reso conto che il registro richiesto era molto più enfatico, sopra le righe. All’inizio mi sembrava falso, quasi eccessivo. Poi ho capito che quello era l’unico modo per farlo funzionare dentro quel contesto. In un altro progetto sarebbe stato un disastro. Da lì ho capito che il mio lavoro è prima di tutto entrare nel mondo del progetto e trovare la mia verità al suo interno. Che sia un dramma realistico, un horror, una distopia o un racconto epico, il linguaggio cambia completamente. Anche perché il cinema è sempre artificio: il punto è renderlo vivo.
Parlando di horror, in Here After interpreta un dottore in un contesto di horror psicologico. Quanto l’ha stimolata entrare in un film con delle sfumature così intense?
Tantissimo. Ho adorato quel set. Robert Salerno è un regista di grande empatia: ti fa lavorare bene, ti ascolta, ti protegge. Con lui ti senti in una condizione ideale per dare il massimo. Mi è piaciuto molto questo film perché non è un horror puro: è anche un thriller psicologico con elementi noir. Sotto certi aspetti può ricordare Polanski. Amo questo tipo di ambiguità, di incertezza, e i personaggi difficili da decifrare. Qui si parla addirittura di vita dopo la morte. Il mio personaggio è un ponte tra una madre distrutta dal dolore e un mondo diviso tra scienza e occulto. Interpreto un cardiologo, un uomo razionale che intuisce che c’è qualcosa che sfugge alla logica e cerca comunque di aiutare quella donna. È stata un’esperienza intensa, forte, molto coinvolgente. Spero davvero di poter lavorare ancora con Robert, perché è una persona e un professionista straordinario.
In The Trip to Piedmont diretto da Alexandra-Therìse Kaining, il viaggio è sia geografico che emotivo. Che trasformazione attraversa il suo personaggio?
Non posso dire molto. È un road movie con quattro protagonisti svedesi di altissimo livello e, cosa non scontata, persone meravigliose. La storia racconta il ritorno in Italia di questi quattro uomini per una questione familiare legata a un’eredità, e da lì si aprono dinamiche che oscillano tra la commedia e il dramma. È difficile incasellarlo in un genere: è un film svedese, con un tono molto particolare. Mescola diversi linguaggi. Io sono l’anello di congiunzione tra due mondi: la parte svedese e quella italiana. E poi c’è Elena Bergstrom che è un’attrice incredibile. Il mio personaggio ha un arco interessante e per nulla lineare, ma non posso anticipare altro.
Keining ha uno sguardo molto intimo sulle relazioni umane: che tipo di dialogo si è creato tra voi durante la preparazione?
È una donna molto talentuosa, estremamente profonda, con un grande sguardo sulle persone. Abbiamo parlato a lungo del mio personaggio e mi ha posto le domande giuste, quelle che ti orientano senza incasellarti. Ha intuito immediatamente il mio modo di lavorare: per me è importante analizzare quanto basta e poi lasciarmi andare. Se ragiono troppo, rischio di diventare cerebrale. Per questo mi ha lasciato un ampio margine d’azione e mi ha dato una libertà enorme. Il suo metodo di lavoro l’ho trovato straordinario: si parte dal copione, ma per ogni scena si realizza anche una versione libera, “a ruota”, in cui puoi estendere, tagliare, cambiare ritmo, improvvisare. È raro trovare un approccio così aperto su un set di quel livello, ed è stato un privilegio. Mi auguro di poter lavorare ancora così, magari da protagonista: con una struttura solida e chiara, ma con spazio per le sfumature. Perché, alla fine, il film lo costruiscono il regista e il montatore. Tu offri materiale, loro compongono il mosaico. Più varianti dai, più possibilità hanno. E quando sai di essere in buone mani, è meraviglioso: puoi davvero dare tutto.
Tanti set e tante cose differenti. In The Trip to Piedmont c’è il viaggio; in Colpa dei Sensi c’è l’introspezione; in The Beauty c’è la distopia. Quale di questi territori narrativi sente più suo?
Il dramma contemporaneo, familiare, da persone comuni, raccontato in modo intimo, alla Kaining. Mi interessa la straordinarietà delle difficoltà ordinarie ma raccontata con un realismo vivo, quasi documentaristico: non la rappresentazione della vita, ma la vita. Oppure, all’opposto, mi affascina il racconto epico e storico: personaggi più grandi della vita, un’altra dimensione. Ryan Murphy, per esempio, ha una grafia molto forte: anche se fai un detective, lo fai dentro il suo mondo. Anche Colpa dei Sensi ha una sua grammatica precisa. Non è sbagliato, è un linguaggio. Se potessi scegliere, amerei fare un film quasi documentaristico sulla vita di una persona normale. Una telecamera che osserva, senza giudicare. La commedia leggera invece mi è più difficile: è forse un po’ il mio limite. Ho fatto La Dolce Villa per Netflix e mi sono trovato benissimo sul set, ma quel tipo di grammatica — molto positiva, più pulita, meno tridimensionale — per me è complicata. Fatico a trovare dove stare.
C’è un ruolo che vorrebbe interpretare e che ancora non è arrivato?
Sì: un ruolo centrale, magari di una persona che è l’opposto di me. Un uomo disturbato, anche violento, uno che vive ai margini della società. Un personaggio che ti costringe a entrare in zone scomode.
Dove si vede tra dieci anni?
È una bella domanda. Sinceramente non lo so. Questi ultimi anni sono stati una sorpresa positiva. Spero che i prossimi dieci portino altre sorprese, e crescita. Vorrei continuare a esplorare ambiti diversi, e consolidare quelli in cui mi sento già più solido. Renderli una firma, se possibile.
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