Due titoli si aggiungono nel 2026 al catalogo di FX Fearless: The Beauty e Love story. Con il solito esercizio di stile, l’emittente tv di Disney scrive due Americhe lucidamente autocoscienti.
Love Story, la serie prodotta da Ryan Murphy e ideata da Connor Hines, è su Disney+ con i primi episodi di nove.
Love story: un’America che si scrive da sola
Love story va matta per la fotografia bruciata: quella degli anni Novanta e di People che mette JFK Jr. in copertina. Il figlio dell’ex presidente Kennedy (morto a Dallas), nel 1988 è “l’uomo più sexy sulla terra” secondo la nota rivista newyorkese. Mentre, dall’altra parte, c’è Carolyn Bessette, che lotta per farsi da sola un nome. Finché non finisce a lavorare fianco a fianco con Calvin Klein, allora c’è per lei il salto di qualità – un volo pindarico che la fa incontrare con John, destinato a innamorarsene.
La storia d’amore tra i due è l’autobiografia dell’America che vive di contenziosi: l’amore o la faccia, la comprensione o il dispetto. Un’America che si scrive (quasi) del tutto da sola. E che è anche tremendamente autocosciente.
Tra le righe, la nuova serie di Murphy – con Naomi Watts, Sarah Pidgeon, Grace Gummer e Paul Anthony Kelly – racconta il calvario mediatico della famiglia Kennedy, per sempre costretta a vivere all’ombra di una leggenda.
Antologico ma resta mitologia
Tanta lei, poco lui. Love story li racconta come due liceali che si prendono una cotta nei corridoi di scuola. Carolyn (Sarah Pidgeon) è la giovane che sovverte le regole del gioco, ed è la fiamma alla miccia di John (Paul Anthony Kelly), intirizzito dal gelo che fa in casa Kennedy. Di lui non ci è dato sapere altro, se non dai tabloid: figlio di un regno senza più re, la doppia bocciatura all’esame per diventare avvocato, una relazione problematica con la famosa attrice Daryl Hannah (qui è Dree Hemingway).
Mentre i primissimi piani su Carolyn ci dicono tutto di lei: una donna che sogna in piccolo, che si “autodistrugge” per trovare una frizione tra lei e la vita che faccia scoccare di nuovo la scintilla.
Il racconto della loro storia d’amore è frivolo, addirittura in una New York edulcorata e formosa. La “coppia più fotografata degli anni Novanta” è anche la meno convincente dell’antologia murphiana: American Love Story, costola di American Crime Story e American Horror Story. Al presente, Love Story è l’unico titolo pubblicato della raccolta.
Lei pubblicitaria e PR di Klein, lui erede senza carrozza dell’impero che, negli USA, imitò Buckingham Palace. I due non sono stati l’unico target di Murphy, che infatti li snobba serenamente. Il mito d’amore non viene scalfito, ma qualcosa dell’America comunque si crepa. Forse la sua espressione vanesia.
Sempre la “vedova d’America”, mai Jackie
Naomi Watts è la “vedova d’America”, Jacqueline “Jackie” Kennedy Onassis. La ex First lady abita l’ombra del marito defunto, mentre nei primi tre episodi della serie ha un protagonismo esasperato. Per quel neo che dicevamo, la serie decide di intitolarsi Love story, ma è più l’autobiografia d’America che una storia d’amore.
“Tutto questo solo per un’idea.”
Sempre “vedova d’America”, mai Jackie. È questo il grande dramma della lady sul proprio letto di morte. Raccolta nella penombra della scena, si riappropria del nome che le era stato tolto da suo marito. Lontana dagli scatti dei paparazzi, lei si sveglia per poi morire subito insieme a un Paese che non la amava davvero. Dopo di lei, il Paese è diventato quello che aveva amato “Jackie”.
“Il mondo ha preteso che fosse una leggenda anche lei.”
Il rapporto con i figli, John e Caroline (Grace Gummer) è fatto di frecciatine, dispetti e capricci scambiati per eccessiva apprensione. Murphy riesce benissimo a immedesimare chiunque in Jacqueline Onassis. Magari, con un eccesso di zelo, sarebbe riuscito a far gradire anche il contorno romantico.