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‘Prima della rivoluzione’, un film a cavallo fra due epoche

Bertolucci e Prima della rivoluzione, scendere a patti con la fine dei propri sogni

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Il 14 febbraio è stato proiettato al Sudestival di Monopoli Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci, e per l’occasione abbiamo voluto approfondire meglio il film e tutto ciò che ha contraddistinto la cinematografia del regista negli anni.

La vita di Bernardo Bertolucci

Bernardo Bertolucci (1941–2018), figlio del poeta Attilio Bertolucci, viene al mondo e cresce in un ambiente intellettuale colto e raffinato. Il suo cinema nasce dall’incontro tra letteratura e cinefilia. 

Film come Il conformista (1970), tratto dal romanzo di Alberto Moravia, esplorano il tema dell’alienazione e del compromesso morale durante il fascismo, distinguendosi per l’attenta ricerca visiva e una messinscena del tutto riconoscibile.

Nel 1972 Bertolucci raggiunge la notorietà internazionale con Ultimo tango a Parigi, interpretato da Marlon Brando. Il film suscita fin da subito enorme scandalo per le sue scene forti ed esplicite, divenendo oggetto di processi e censure, a tal punto che la sua uscita viene inizialmente bloccata. 

Il culmine della sua carriera arriva nel 1987 con L’ultimo imperatore, pellicola storica sulla vita dell’ultimo imperatore cinese, Pu Yi. Il film vince nove Premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia, consacrando Bertolucci come uno dei pochi registi italiani capaci di conquistare l’Academy senza rinunciare alla propria identità autoriale. Si tratta della prima produzione occidentale autorizzata a girare nella Città Proibita di Pechino, un risultato che testimonia non solo l’importanza del film, ma anche della credibilità riconosciuta al cineasta parmigiano in tutto il mondo.

L’incontro con Pasolini

Tornando agli inizi, la sua formazione attraversa un punto di svolta quando lavora al fianco di Pier Paolo Pasolini sul set del film Accattone (1961). Qui incontra anche Adriana Asti, futura compagna di vita per qualche anno. 

Tre anni dopo, a soli ventitré anni, gira Prima della rivoluzione, in cui si avvertono chiaramente le influenze della Nouvelle Vague francese. In particolare, di Jean-Luc Godard ricordano la presenza frequente di falsi raccordi, i dialoghi filosofici, la frammentazione narrativa, l’attenzione al rapporto tra politica e sentimento. Allo stesso tempo, il film si presenta come fortemente autobiografico. Ambientato a Parma, città natale del regista, racconta l’ambiente borghese e il clima di crisi esistenziale in cui Bertolucci è cresciuto. Il protagonista Fabrizio sembra incarnare le inquietudini del giovane autore, ancora più convinte e politicamente schierate dopo l’apprendistato con Pasolini: il conflitto tra appartenenza di classe e aspirazione rivoluzionaria, tra passione e razionalità politica, tra famiglia e autonomia.

Già in quest’opera si riconoscono alcuni temi centrali della futura filmografia del regista: il rapporto tra individuo e storia la seduzione del potere, oltre alla difficoltà di rompere con le proprie radici.

La genesi di Prima della rivoluzione

Bernardo Bertolucci si iscrive giovanissimo alla lista dei cineasti pronti a traghettare il cinema nell’epoca di mezzo tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il ’68, un momento estremamente delicato e fondamentale sia per l’Italia sia per il cinema nostrano. Datato 1964, Prima della rivoluzione è un film densissimo di riferimenti politici, letterari e autobiografici, e rappresenta un momento di passaggio fondamentale sia nella carriera del regista sia nel panorama culturale della nazione. Attraverso la vicenda intima e inquieta del protagonista Fabrizio (interpretato da Francesco Barilli), la pellicola riflette sulle tensioni ideologiche, generazionali e borghesi dell’Italia del boom economico, interrogandosi sul significato stesso della rivoluzione prima che essa si compia o prima che possa venire tradita.

Quando Bertolucci realizza il film, l’Italia sta attraversando una fase di profonda trasformazione. La prosperità economica ha portato una crescita industriale e un diffuso benessere all’interno della popolazione, ma naturalmente anche nuovi interrogativi sociali. Le città si espandono mentre le campagne si svuotano, e realizzare i propri sogni sembra alla portata di tutti. Ovviamente non sarà così, perché la nazione si sta preparando ad uno dei periodi più tumultuosi dal Dopoguerra in avanti. Si tratta del precedentemente citato ‘68 che darà il via agli anni di piombo: un decennio abbondante di estremizzazioni ideologiche e politiche che sfoceranno in violenza urbana, attentati terroristici e in un clima di scarsa sicurezza cittadina.

Interrogarsi è la chiave per cambiare tutto

Sul piano culturale, il cinema italiano gode ancora della fortuna del Neorealismo, ma si sta muovendo verso nuove direzioni: il cinema d’autore si confronta con la crisi dell’individuo nella società moderna, con l’alienazione borghese, con la memoria e il sogno. I riflettori dell’industria sono puntati su mostri sacri come Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e Luchino Visconti. Bertolucci a poco più di vent’anni si inserisce in questo contesto, ma con uno sguardo già profondamente maturo e personale, intriso di poesia e politica, soprattutto grazie alla sua previa formazione intellettuale prima ancora che artistica.

Le inquietudini giovanili rappresentano un tema già presente, ma ancora non sono esplose. Il film sembra anticipare la tensione che verrà: racconta una generazione che avverte la necessità del cambiamento, ma è ancora paralizzata dai legami familiari, culturali e di classe, immersa in un continuo sentimento di sospetto e diffidenza verso se stessi, il prossimo e il futuro in generale. E qui l’autore si mette a nudo: nel personaggio di Fabrizio convergono i timori di una generazione intera, un’incertezza che odora di catastrofe.

Non è casuale che il titolo richiami una frase di Talleyrand, personalità chiave per il compimento della Rivoluzione francese:

<<Chi non ha vissuto negli anni intorno alla rivoluzione non può capire cosa sia la dolcezza del vivere>>.

Il regista rovescia il senso storico-sociale del termine in una dimensione esistenziale e privata. Qui la rivoluzione non è un evento storico compiuto, ma un’attesa, una promessa, una possibilità che rischia di non realizzarsi mai, e la consapevolezza di avere la responsabilità è sì uno stimolo, ma anche un onere non da poco.

Parlare con la macchina da presa

La portata elevata del film non risiede solamente nei temi trattati: merita attenzione anche la messinscena, che contribuisce fortemente alla ricezione del messaggio e al consolidamento dell’opera, in un’arte che fa della contaminazione il suo punto di forza, a maggior ragione in momenti storici come quello mostrato. Come già anticipato, la rivoluzione non vuol essere solo politica, ma anche culturale.

Siamo nel momento di apogeo della Nouvelle Vague, un movimento cinematografico francese nato alla fine degli anni Cinquanta che mette al centro la figura dell’autore. Si prediligono storie quotidiane, protagonisti giovani in crisi e con cui è possibile empatizzare. Dal punto di vista tecnico, le innovazioni spaziano dal montaggio (discontinuo e spezzettato) alla narrazione (frammentata e ricca di ellissi). Come il nome suggerisce, l’eco di quest’onda è di rilevanza mondiale, e registi come il già citato Jean-Luc Godard, o come François Truffaut e Claude Chabrol sono fonte di ispirazione per i novelli cineasti di tutto il mondo.

Fra questi vi è naturalmente Bertolucci, i cui primi lavori non nascondono un’evidente ammirazione per un modo di raccontare che veicola il sentimento di disillusione e confusione esistenziale in maniera ben più efficace di quanto non farebbe un metro lineare e schematico.

In questo senso, Prima della rivoluzione è ricco di accorgimenti tecnici riconducibili alla Nouvelle Vague. Si prenda in analisi la prima sequenza del film: il monologo di Fabrizio è costellato di falsi raccordi, timidi sguardi direttamente alla fotocamera, inquadrature dall’alto in movimento di Parma e, scelta più peculiare, la voce del protagonista, che all’inizio è diegetica, e dopo solo qualche parola diventa narratrice esterna. Ciascun dettaglio è studiato ad hoc per evidenziare fin da subito un disorientamento e una confusione tanto individuale quanto universale.

La storia d’amore tra Gina e Fabrizio

I centoundici minuti della storia non girano solo attorno a temi politici, o meglio non esplicitamente: la relazione tra Fabrizio e Gina (i cui nomi derivano dall’opera di Stendhal, La Certosa di Parma) è altrettanto importante. Il loro rapporto è un espediente narrativo per sottolineare ancor di più il tema della solitudine, la difficoltà di comunicare, di allinearsi sulla stessa lunghezza d’onda.

Gina è la zia di Fabrizio, e già questo basterebbe a testimoniare la stranezza del loro amore, ma serve anche a rappresentare l’istinto di ribellione dei due, la volontà di sovvertire le regole sociali, di andare contro tutto. I due si avvicinano in un momento in cui l’uomo è alla ricerca di conforto per il suicidio dell’amico Agostino (impersonato da Allen Midgette, pittore statunitense che più tardi entrerà a far parte della Factory di Andy Warhol, già presente in La commare secca, primo lavoro di Bertolucci).

Esattamente come in ambito socio-politico, la loro impetuosità non fa altro che peggiorare le cose, in una sceneggiatura ricchissima di dialoghi riflessivi e filosofici coi due protagonisti. Meravigliosa è la sequenza finale a teatro, luogo ironicamente cinematografico per eccellenza: spazi sconfinati, grossi corridoi e stanze spoglie di mobilio in cui lo spettro emotivo della coppia può venir fuori in tutto il suo istrionismo, per la magistrale interpretazione della Asti e di Barilli.

L’eredità del film

“Quel che si deve rimproverare a Bertolucci è l’eccesso di letterarietà, non tanto nelle frasi preziose e tornite che egli fa dire allo speaker fuori campo a collegare le sequenze, quanto nella determinazione costante di un punto di vista ‘originale’ nell’inquadratura, nell’uso, insomma, d’una immagine sempre sopra le righe, che vorrebbe essere poetica e rischia spesso d’essere solo artificiosa”.

Queste le parole che il critico cinematografico Ernesto Guido Laura riservò al film nel 1964 sulla rivista Bianco e Nero. Quando uscì, Prima della rivoluzione passò relativamente in sordina, sia in merito al riscontro del pubblico sia rispetto al riconoscimento dalla critica, esito ribaltato all’estero, dove venne fin da subito apprezzato e considerato manifesto del cinema italiano pre-rivoluzione. A testimoniarlo, segue la recensione di Louis Marcelles, che sulla rivista marxista Rinascita prende le difese del film contro il mancato apprezzamento della critica italiana:

“Accontentarsi di affermare che il dialogo è cattivo o, peggio ancora, prendersela con certi lati irresponsabili del carattere francese, perché Prima della rivoluzione a Cannes è piaciuto parecchio ai critici francesi, è peggio che sgradevole, è indice di una perfetta malafede. Avete a che fare qui con un temperamento cinematografico indiscutibile, tagliato nella stoffa di cui sono fatti i Renoir e i Visconti. Quasi ogni inquadratura del suo film rivela uno sforzo appassionato e commovente, per esprimere in termini di cinema puro, senza scivolamenti letterari, una visione del mondo già coerente, nella quale si riflette l’angoscia di una giovane generazione alla ricerca di certezze, ma visibilmente preda di una frattura ideologica”.

Ri evidente che il film divise a metà l’Europa e non solo, ma è proprio questo il destino delle pellicole generazionali, che destano scalpore o vengono rigettate dai più. Nessuna opera artistica che smuove la coscienza collettiva viene abbracciata inizialmente, perché spesso la sua prima azione è la decostruzione degli schemi, che siano intellettuali o tecnici e non tutti sono disposti ad accettarlo; e questo Bertolucci lo sapeva bene.

Prima della rivoluzione è lo specchio di un periodo, a tutti gli effetti esponente del Cinema Verità tanto caro al regista parmigiano, la cui carriera sarebbe decollata a partire proprio dai confini della sua città natale. Un film frammentato, impegnato e visivamente particolare, coraggioso come chi l’ha scritto, diretto e interpretato.

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