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La storia siamo noi, “La meglio gioventù”

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Il tempo non ci appartiene mai, perché se ne va sempre. Strano destino è stato quello di La meglio gioventù, magnifico romanzo familiare in forma cinematografica che attraversa trentacinque anni di storia italiana. Prodotto dalla Rai per la televisione, è rimasto mesi a prendere polvere nei magazzini. In tempi grami come i nostri, gli illuminati dirigenti di quella che dovrebbe essere la più importante azienda pubblica di promozione culturale del Paese, hanno ben pensato che un’opera così potente, commovente e intelligente, potesse distrarci dalle solite serie vuote e infinite, le televendite pubblicitarie, le minigonne delle vallette, i telegiornali tutti uguali, le sfilate di moda fatte passare per arte suprema e i superconduttori dal cervello raffinato con il petrolio.

Poi, però, è arrivato il Festival di Cannes, che ha avuto la lungimiranza di selezionare questo fondo di magazzino per la sezione competitiva Un certain regard. Un privilegio concesso raramente, prima di allora, da un grande Festival, a prodotti per la televisione di tale durata e toccato a maestri come Rainer W. Fassbinder (Berlin Alexanderplatz), Ingmar Bergman (Fanny e Alexander), Krzysztof Kieślowski (Decalogo). Trionfo a Cannes (finora unico film italiano ad aver vinto Un certain regard) e decisione di distribuire La meglio gioventù nei cinema, in due parti, ottenendo un riscontro di pubblico che ha avuto del clamoroso.

Da diversi anni ormai, anche in Italia, si assiste a forme d’ibridazione tra serialità e cinema, con prodotti televisivi anche d’autore. Evoluzione di un genere, lo sceneggiato televisivo che, soprattutto negli anni ’70, vide in Italia all’opera registi di prima fila, come Roberto Rossellini. Furono molti gli adattamenti letterari di valore. Tempi pionieristici, spazzati via dagli alti costi e un linguaggio che si è evoluto (o involuto) sul modello delle miniserie, pensate per un intrattenimento televisivo di più piccolo cabotaggio.

La meglio gioventù fu un punto di svolta per la fiction e il cinema italiano in generale, che in quegli anni viveva una delle sue peggiori crisi, produttive, ma anche d’identità. Il suo successo, e il suo valore, ha elevato tutta la serialità italiana, aprendo strade inesplorate, compresa quella dell’uscita cinematografica, che fino ad allora sembrava impensabile. Marco Tullio Giordana ha creato un’esperienza cinematografica (e distributiva) che ha fortemente contribuito a infrangere i confini tra i due mezzi espressivi, allargando le maglie della fruizione di opere dal più ampio respiro narrativo, con ambizioni qualitative importanti, dimostrando che esistesse un pubblico anche per queste.

Un successo che si spiega con l’abilità del regista di creare una narrazione che scalda il cuore e alimenta la luce di una crescita della coscienza civile. Proponendo, in questo emozionante romanzo di formazione di un’intera generazione, non un punto di vista ideologico su un pezzo di storia del nostro Paese, ma, insieme, un rispecchiamento e un’aspirazione collettiva, una riflessione che si fa ricordo e sua interrogazione, disinganno e rimpianto, senso d’illusione e percezione di un’amara sconfitta. La meglio gioventù non nasce solo come un nuovo esperimento nell’ambito della serialità italiana, ma come uno straripante bisogno narrativo nel cuore pulsante della storia nazionale.

Il film comincia nell’estate nel 1966 e racconta di un gruppo di amici della media borghesia romana. Notti a correre in Vespa, balli a Trastevere con le luminarie, approcci amorosi sulle note di canzoni che hanno segnato generazioni. Disoccupazione al 3%, esami all’università in giacca e cravatta. Primi viaggi all’estero, autostop in giro per l’Europa, hippy, Allen Ginsberg, nudisti, altri mondi, ragazze disinibite. Ma anche industrie che crescono e inquinano, promuovendo inedite coscienze ecologiche.

L’estate del 1966 è quella che decide le scelte per la vita di due fratelli, Nicola e Matteo, assi portanti di un affresco che intreccia, dietro vicende private, snodi importanti della storia italiana. L’incontro che segna le loro esistenze è quello con Giorgia, affascinante ragazza con disturbi psichici. L’esperienza inciderà diversamente su i due fratelli. Partiti dallo stesso mondo morale e culturale, Nicola diventerà un illuminato psichiatra basagliano, aperto al mondo e alla vita, idealista, gentile. Matteo, invece, si arruola nell’esercito, poi nella polizia, in un disperato scontroso bisogno di dare ordine alle cose, obbedire a delle regole e non decidere più, costruendosi una metaforica corazza, rigida e impenetrabile, che non accetterà le imperfette sfumature della vita, conducendolo all’autodistruzione. Insieme si ritrovano tra gli “angeli del fango” durante la terribile alluvione fiorentina del 1966: l’uno nel volontariato internazionale, l’altro intruppato. Pasolinianamente contro (secondo il teorema di Valle Giulia) saranno, invece, sulle barricate della contestazione studentesca: Nicola l’intellettuale progressista, Matteo il celerino picchiatore. L’uno il doppio dell’altro: non a caso i loro destini saranno catalizzati, all’inizio e alla fine, dalle stesse figure femminili, Giorgia e Mirella.

Passano gli anni e una generazione si afferma. Si formano nuove famiglie, nascono figli, si susseguono le feste di matrimonio, le esperienze con la malattia, la perdita, la cognizione del dolore nell’incomprensione di sguardi sempre più lontani, l’irrisolvibile ossessione di non essere all’altezza delle proprie e altrui aspettative. La fede in un cieco comunismo precipita il Paese nel terrorismo. Anni pesanti, crisi industriali, l’italica virtù di saper ridere anche nelle disgrazie, tra l’effimera rivoluzione morale di Tangentopoli e il becero fenomeno Lega che si afferma dalle piazze alle televisioni. Poi, l’urlo straziato della strage di Capaci. Giudici, scorte e preti che combattono una guerra di tutti, nella fotografia di un’Italia piena di chiaroscuri.

La meglio gioventù è anche la storia privata di famiglie che si riuniscono dopo tanto tempo. Capodanni a piangere da soli con la televisione accesa, silenzi e grida, ironie e tragedie, brava gente e scelte sbagliate. La disperazione del suicidio e la sua assurdità per chi rimane. L’elaborazione del lutto e i sensi di colpa. L’incondivisibile libertà del morire e dell’uccidere. Il complesso passaggio di figli che diventano padri. Finale con ritiro da ricchi in un’enorme villa nell’incantata campagna toscana. Passaggio del testimone a una prossima generazione di giovani, più pragmatici e con meno ideali, o ideologie, senza il mito e il dovere di una palingenesi collettiva della società.

Marco T. Giordana, innamorato dei propri personaggi e di questa (sua stessa) storia, mette in scena tanti piccoli eroi borghesi che non si tirano indietro di fronte ai drammi che hanno attraversato il Paese: l’emergenza terrorismo, la mafia, la fiducia nell’educare le generazioni future a non piombare in stati d’assedio privati e collettivi. In una rappresentazione dell’Italia in cui la gente legge libri, rispetta l’ambiente, lotta per le proprie passioni. Una trama che unisce un’ideale geografia umana e topografica del Paese. Il contrario, insomma, di quello che siamo quotidianamente abituati a vedere, soprattutto nelle nostre (auto)rappresentazioni televisive.

Marco T. Giordana

Il titolo La meglio gioventù è una citazione pasoliniana, che rimanda a una canzone corale degli alpini durante la Prima guerra mondiale, a una generazione di ragazzi falcidiati dall’orrore. È lo stesso, anche, di una raccolta di poesie in dialetto friulano pubblicata dallo scrittore, regista e saggista nel 1954. Il riferimento a Pier Paolo Pasolini non è certo casuale, essendo stato il più lucido e appassionato cronista polemico dei mutamenti occorsi nella società italiana tra gli anni Cinquanta e Settanta, quelli coperti dalla prima parte del film. Da Pier Paolo Pasolini è stato, poi, profondamente segnato Marco T. Giordana, rivelatosi al grande pubblico proprio con Pasolini, un delitto italiano (1995), la cui sceneggiatura era stata scritta dagli stessi autori di La meglio gioventù: Sandro Petraglia e Stefano Rulli, coppia che ha segnato molto del miglior cinema italiano degli ultimi anni.

È lo stesso regista a chiarire la doppia chiave di lettura, storica e privata, che fa da trama connettiva al film, l’irruzione casuale della grande storia nella piccola storia, una sorta di epopea del quotidiano:

«Mi è sempre interessata la storia con la s minuscola. Penso che quanto più una storia è personale tanto più è avvincente e universale, perché ha la capacità di sorprendere, di mostrare degli aspetti diversi da quelli che conosciamo. Nel film gli avvenimenti sono sullo sfondo, caratterizzano un’epoca, come accade anche nella vita di tutti i giorni. Ci ricordiamo più facilmente la data del primo appuntamento, che quella in cui Mao ha fatto una relazione al Comitato Centrale. I pochi eventi storici raccontati in primo piano hanno un legame diretto con i personaggi […]. Più che l’epopea collettiva, questo film racconta la fatica e la gioia della giovinezza, l’insoddisfazione di sé, i sentimenti assoluti che si vivono a quell’età, prima di tutto come individui».

 

Alla fine, tutto si tiene nel corso delle quasi sei ore complessive di questo film corale, con un magnifico cast di attori. Tra cui spicca la gran classe recitativa di Adriana Asti e uno straordinario, per simpatia ed efficacia, Luigi Lo Cascio. Insieme a loro, un collettivo d’interpreti, che è stato, anche questo, la meglio gioventù: Alessio Boni, Fabrizio Gifuni, Jasmine Trinca, Sonia Bergamasco, Maya Sansa, Valentina Carnelutti, Claudio Gioè, Riccardo Scamarcio. Attraversato da indimenticabili canzoni è tutto il tessuto emotivo della pellicola, percorsa dall’appassionata Oblivion di Astor Piazzolla, che illumina i passaggi più intensi della storia.

La meglio gioventù riprende, insomma, il filo delle grandi narrazioni. Ricordando Novecento di Bernardo Bertolucci o Heimat di Edgar Reitz. Ereditando l’impegno del miglior cinema italiano che, da Rocco e i suoi fratelli in poi, ha fatto scuola nelle saghe familiari del cinema mondiale.

Alla chiusura di ore di visione che scorrono senza alcuna fatica o cedimento, non si può che ammirare il talento registico di Marco T. Giordana, che ha trasfigurato, con grazia e passione, un prodotto per la televisione in un trionfo di grande cinema.

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