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‘Salvador’ una buona serie Netflix ma zoppicante

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Salvador narra delle vicende di Salvador Aguirre, un tecnico delle emergenze sanitarie che scopre che la figlia è coinvolta in un gruppo neonazista. Disperato, decide di infiltrarsi nel gruppo per salvarla, addentrandosi in una spirale di violenza

Diretta da Daniel Calparsoro, la serie Netflix si ispira profondamente ad Antidisturbos di Rodrigo Sorogoyen soprattutto nell’ambito tecnico.

Per quanto concerne la scrittura la serie, composta da 8 episodi, non trova sempre il focus e anche quando lo centra sfugge quel  qualcosa che possa realmente rendere la storia potente e stimolante.

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Salvador, la una buona serie spagnola di Netflix che punta in alto, che non riesce mai a colpire fino in fondo come vorrebbe

Il protagonista di Salvador

Se da una parte troviamo il personaggio di Salvador Aguirre, interpretato da un intenso Luis Tosar, dall’altra emergono figure che faticano a imporsi come personaggi veri e propri, apparendo piuttosto come semplici sagome funzionali al racconto.

Salvador è un uomo che tenta disperatamente di rimediare agli errori commessi nel passato, trascinandosi dietro un carico di colpa che si riflette soprattutto nel rapporto tormentato con la figlia.

Questo conflitto, centrale nella narrazione, è il vero cuore emotivo della storia ed è anche l’unico elemento che riesce a restituire un senso di autenticità e urgenza all’intero progetto.

Luis Tosar offre una prova attoriale di grande spessore, un autentico tour de force capace di sostenere il peso drammatico del racconto. La sua presenza eleva scene che, senza di lui, risulterebbero meno incisive e in alcuni casi persino incomplete.

Tosar riesce a trasmettere con pochi gesti e sguardi tutta la complessità di un uomo spezzato, combattuto tra il desiderio di redenzione e l’impossibilità di cancellare ciò che è stato.

È proprio grazie alla sua interpretazione che Salvador assume una dimensione umana credibile, evitando di scivolare nel cliché del protagonista tormentato.

Tuttavia, quando Tosar non è presente sullo schermo, emerge con forza una sensazione di artificiosità. Il mondo che circonda Salvador appare patinato, prevedibile, già visto.

I personaggi secondari sembrano muoversi su una superficie liscia e priva di profondità, incapaci di lasciare un segno reale nello sviluppo della storia. Questo squilibrio rende evidente quanto l’opera dipenda quasi esclusivamente dal suo protagonista, lasciando il resto del cast in una zona d’ombra narrativa.

Salvador

Una storia attuale ma che dice poco

La storia di Salvador è più che mai attuale e porta con sé un messaggio potente e struggente, soprattutto per il modo in cui affronta il tema della responsabilità personale e delle conseguenze delle proprie azioni.

Eppure, l’intero progetto Netflix dà spesso l’impressione di voler ammiccare a prodotti come Antidisturbios, senza però riuscire davvero a raggiungerne la stessa forza o autenticità. Più che incarnare quel tipo di racconto, sembra limitarsi a riprodurne l’estetica e alcuni meccanismi narrativi, senza una vera urgenza espressiva.

Non aiuta nemmeno la regia di Daniel Calparsoro che, pur mostrando a tratti qualche guizzo interessante, si mantiene su un livello piuttosto ordinario.

Anche nei momenti in cui sembrano affiorare accenni di uno sguardo più personale o “fresco”, tutto viene rapidamente ricondotto a un’esecuzione corretta ma priva di coraggio.

Il risultato è un’opera che avrebbe avuto il potenziale per osare di più, ma che sceglie invece la strada più sicura, affidandosi quasi esclusivamente alla bravura del suo interprete principale.

Salvador è una serie che poteva essere molto di più ma preferisce rimanere in una comfort zone pedante.

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