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‘Home Sweet Home: Rebirth ‘– Dentro l’oscurità, senza via d’uscita

Su Prime Video l’horror apocalittico “Home Sweet Home: Rebirth”

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È notte. Un uomo corre in un vicolo stretto, inghiottito dalle ombre. Il respiro è spezzato, il cuore martella nel petto, la paura gli divora lo sguardo. Viene raggiunto, colpito, abbandonato sull’asfalto. Mentre la vita sembra scivolargli via, qualcosa di antico e inumano si insinua nel suo corpo, risvegliando una forza che non appartiene al mondo dei vivi. È in questo istante sospeso tra morte e rinascita che prende forma l’incubo di Home Sweet Home: Rebirth.
Una catastrofe collettiva, dove il confine tra normalità e follia si dissolve.

Tratto dall’omonimo videogame horror thailandese, il film diretto da Steffen Hacker e Alexander Kiesl, con Michele Morrone, William Moseley e Urassaya Sperbund, dichiara fin dalle prime immagini la propria vocazione all’oscurità e all’eccesso visionario.

Dal videogioco all’apocalisse urbana

Jake (William Moseley), un poliziotto americano in vacanza con la sua famiglia, si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un massacro in un centro commerciale lo catapulta in un mondo parallelo chiamato The Hindrance, un limbo infernale sospeso tra vita e morte. Qui scopre che una potente entità demoniaca, l’occultista Mek (Michele Morrone), ha dato inizio a un rituale capace di spalancare le porte dell’inferno. Con l’aiuto di un misterioso monaco novizio, Jake dovrà correre contro il tempo per salvare la sua famiglia, fermare l’apocalisse e chiudere i cancelli dell’ignoto.

Home Sweet Home: Rebirth abbandona progressivamente la dimensione intima per abbracciare uno spettacolo più ampio, quasi epico. Non si tratta di un horror minimalista, ma di un racconto apocalittico che fonde possessione, azione e mitologia orientale. Le strade invase dai posseduti, gli edifici trasformati in campi di battaglia e le incursioni, costruiscono un immaginario potente, spesso più vicino al fantasy oscuro che all’horror tradizionale.

La regia di Hacker e Kiesl privilegia un ritmo sostenuto e una messa in scena ambiziosa. L’uso della macchina da presa è dinamico, a volte persino frenetico, e punta a immergere lo spettatore in un flusso continuo di immagini, suoni e corpi in movimento. Questa scelta rende il film visivamente coinvolgente, ma comporta anche un rischio: in alcuni momenti lo spettacolo prende il sopravvento sulla costruzione narrativa, sacrificando profondità psicologica e coerenza.

Jake e Mek: eroe e antagonista

Michele Morrone è senza dubbio la presenza più incisiva. Il suo Mek non è un semplice antagonista, ma una figura carismatica, ambigua, attraversata da una tensione costante tra potere e fragilità. L’attore costruisce un villain enigmatico e disturbante lavorando molto sul corpo e sullo sguardo, riuscendo a rendere il personaggio magnetico anche nei passaggi meno sviluppati dalla sceneggiatura. William Moseley, nel ruolo di Jake, interpreta l’archetipo dell’eroe riluttante, ma resta imprigionato in una scrittura che privilegia l’azione alla complessità emotiva. Più interessante risulta la prova di Urassaya Sperbund, che porta nel film una dimensione più intima e vulnerabile, soprattutto nei momenti legati alla paura di perdere la propria famiglia.

La sceneggiatura è probabilmente l’elemento più fragile dell’opera. Ricca di spunti e suggestioni, tende però a spiegare troppo, affidandosi spesso al dialogo per chiarire dinamiche che il cinema dovrebbe suggerire attraverso la messa in scena. Ne deriva un andamento irregolare, in cui sequenze molto efficaci si alternano a momenti più didascalici e meno ispirati. Quando però il film trova il giusto equilibrio tra visione, ritmo e atmosfera, riesce a esprimere il suo potenziale: le incursioni nell’aldilà, le scene di massa e il confronto finale restituiscono un senso autentico di minaccia e di perdita, suggerendo che l’orrore non è solo esterno, ma nasce anche dalle paure più profonde dei personaggi.

Home Sweet Home: Rebirth è un’opera imperfetta ma ambiziosa, che preferisce rischiare piuttosto che restare nella comfort zone del genere. E quando funziona sa essere potente, suggestiva e visivamente memorabile. È un horror che punta più all’esperienza che alla perfezione formale, invitando lo spettatore a perdersi nel caos, nell’oscurità e nelle crepe dell’animo umano. Un viaggio irregolare ma sincero, che lascia addosso più domande che risposte. E forse, proprio per questo, continua a farsi sentire anche dopo l’ultima inquadratura.

Il trailer di Home Sweet Home: Rebirth

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