Sundance Film Festival

‘BURN’: il cinema incendiario di Makoto Nagahisa

Dal Sundance 2026

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Ora che il Festival di Sundance si è concluso e i premi sono stati assegnati, diventa ancora più difficile farsi notare per i titoli che hanno goduto di meno visibilità durante l’evento. È un difetto intrinseco del sistema, che prevede riconoscimenti a supporto dei progetti giudicati più meritevoli dalle giurie, ma che indirettamente affossa i film meno chiacchierati. In mezzo al rumore suscitato dalle anteprime della sezione Premiere e dai vincitori del concorso principale, sono in molti a trascurare NEXT, la competizione secondaria del Sundance. È in questo spazio che si colloca il cinema più creativo, quello veramente indipendente, che riflette più di tutti i valori promossi dalla stessa manifestazione. Un esempio? Di recente questa piccola sezione è stata la casa di Kneecap!

È all’interno di NEXT che è racchiusa la perla nascosta dell’ultima edizione: BURN di Makoto Nagahisa. Questo regista giapponese aveva già trionfato al Sundance nel 2017 con il cortometraggio And so We Put Goldfish in the Pool, ispirato alla storia vera di quattro studentesse giapponesi che hanno liberato nella piscina della loro scuola ben 400 pesci rossi. Nel cercare di comprendere le motivazioni dietro questo bizzarro fatto di cronaca, Nagahisa è riuscito nell’impresa di dipingere un ritratto vivido della malinconia esistenziale tipica dell’adolescenza. Nella piccola città di Saitama, dove l’estate è soffocante, è solo condividendo con anime affini il susseguirsi di piaceri fugaci che è possibile sostenere il peso opprimente dell’incertezza verso il futuro. Con BURN torna a parlare di adolescenza, dimostrandosi nuovamente interessato alla profonda sensazione di smarrimento e solitudine che caratterizza questa età.

BURN: la trama del film

All’inizio di BURN, Ju-Ju e la sua sorellina sono soggiogate alle continue percosse del padre, la cui cintura è sempre all’opera per tenere aperte le ferite sulla loro schiena. Ogni notte, sotto le coperte, si fanno forza a vicenda e pregano per la sua morte, nella speranza che il supplizio abbia un giorno fine. Dopo dieci lunghi anni vengono accontentate, ma l’inesorabile mano della violenza trova il modo per continuare a punirle, questa volta sfruttando come veicolo la madre.

Ju-Ju decide che ne ha abbastanza e scappa di casa, ingoiando il rimorso suscitato dalla consapevolezza che, da quel giorno in avanti, la sorellina riceverà il doppio delle botte per compensare la sua assenza. Si unisce quindi ad un gruppo di ragazzi disadattati che animano la piazza davanti alla torre Kabukicho (un quartiere rinomato per la vasta offerta di intrattenimento per adulti), provando per la prima volta un senso di appartenenza verso quell’eterogeneo agglomerato di disagio in cui viene accolta calorosamente. 

Si potrebbe ingenuamente pensare che questo sia l’inizio dell’ennesima storia dolce-amara dove, nonostante le difficoltà, si giunge alla conclusione che famiglia non equivalga necessariamente a legami di sangue. Un’atipica versione di Un Affare di Famiglia, in sostanza. Non fosse per la promessa di distruzione del prologo. Il film si apre infatti su un primo piano della faccia di Ju-Ju, che ricoperta di glitter risplende violacea a causa delle fiamme tutto intorno a lei. È tornata indietro per bruciare tutto, veniamo a sapere dalla sua voce narrante, e quella a cui stiamo per assistere è la storia di disperazione e tradimenti che ha portato a quel momento. Senza anticiparvi nulla, preparatevi al peggio.

Una spirale discendente che mette radici nella cultura giovanile 

Ad occuparsi di questi ragazzi rigettati dal mondo c’è Kami, che prima che le cose precipitino può quasi passare per un tutore premuroso (sempre se non si viene troppo insospettiti dal fatto che distribuisce ai bambini colorate bevande energetiche a base di sonniferi e antidepressivi). Facciamo un tuffo negli angoli più oscuri della cultura urbana giovanile di Tokyo, un pozzo di orrori senza fondo in equilibrio precario tra marciume e un genuino senso di comunione tra simili. Ma il rapporto più importante Ju-Ju lo stringe con Mitsuba, la sua migliore amica, che conoscerà nella clinica di riabilitazione dove finisce dopo un’overdose da “Gatorade fatti in casa” di Kami .

In questa odissea disperata che sbatte in faccia allo spettatore un trauma dopo l’altro, la società viene dipinta – attraverso uno sguardo innocente progressivamente disilluso – come un luogo di punizione collettiva dove l’oscurità è sempre in agguato. Ma persino quando si perde ogni speranza, ci sarà sempre uno spiraglio di luce a cui aggrapparsi. Bisogna prendere il controllo a qualunque costo, aggrapparsi all’esistenza dettando le proprie regole, ricordarsi di trovare conforto nel sentirsi vivi.

Un pugno nello stomaco, accompagnato da fuochi d’artificio

Godere in forma di lungometraggio del talento innato di Makoto Naghisa è a tutti gli effetti un privilegio. La sua continua ricerca di espedienti mirati a stupire lo spettatore, restando in territori funzionali e coerenti alla narrazione, ricorda i virtuosismi di Park Chan-Wook. La sua regia è caratterizzata da una forte ambizione e creatività, ma soprattutto da un palpabile entusiasmo. L’equivalente cinematografico di un bambino lasciato libero di correre al parco, che non si ferma fino a che non ha esaurito le energie. BURN è visibilmente influenzato in contenuto e stile da Love and Pop di Hideaki Anno, il debutto del regista della serie Evangelion, di cui è in parte una rivisitazione rocambolesca e moderna. 

Nonostante calchi eccessivamente la mano nei momenti più intensi, costringendo lo spettatore a dissociarsi momentaneamente dallo schermo per evitare conseguenze, BURN restituisce indietro tutte queste emozioni con un climax (letteralmente) incendiario, concludendosi su una nota catartica e, nonostante tutto, ottimista. La sensazione è quella di ricevere un pugno nello stomaco durante uno spettacolo pirotecnico, meravigliandosi in seguito di mettere il ricordo del dolore in secondo piano rispetto allo stupore provato davanti alle esplosioni nel cielo.

BURN è quindi già una delle visioni più intense dell’anno, e davanti a lui si prospetta un florido percorso festivaliero basato sulla contro-programmazione ai titoli più in vista. La speranza è che possa in qualche modo arrivare in Italia.

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