Sundance Film Festival

‘Tell me everything’ Il sapore amaro della verità che spinge a crescere

Tell me everything di Moshe Rosenthal racconta le vicende di un ragazzo alle prese con la verità sull’adorato padre.

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Tra le pellicole più interessanti ed emozionanti del Sundance Film Festival 2026, presentato nella sezione World Cinema Dramatic Competition, Tell me everything tratta di identità, accettazione e perdono, in un modo che solo i grandi film riescono a fare. In cabina di regia il bravissimo Moshe Rosenthal, al suo secondo lungometraggio. Se il fattore musicale resta centrale all’interno del suo lavoro, in questa occasione il coming of age somiglia splendidamente allo stile di Xavier Dolan. Un film sulla mascolinità, sulla famiglia e sul potere della musica.

Tell me evrything | La trama

1987, Boaz (Yair Mazor) ha 12 anni e un papà (Assi Cohen) per cui stravede. Insieme a lui fa tante esperienze, imparando come un uomo dovrebbe essere e comportarsi. La sua famiglia è numerosa – oltre a lui ci sono due sorelle maggiori (interpretate da Neta Orbach e Mor Dimri) – e caratterizzata da un affetto sincero. Le serate in casa appaiono sempre piene di allegria e buon cibo, mentre la musica resta un elemento fondamentale nella crescita dei ragazzi. Nel frattempo, nel mondo cominciano a circolare informazioni su un’epidemia, di cui poco ancora si conosce e a cui hanno dato il nome di AIDS.

Tu sembrerai sempre giovane.

Impegnato con i preparativi per il suo Bar Mitzvah, Boaz si esercita nelle coreografie e nel lip sync con le sorelle, sebbene la mamma (Keren Tzur) trovi alcune delle scelte musicali poco adatte alla situazione, in cui saranno presenti tutti i parenti e qualche istituzione. Un giorno, però, tutto cambia: il ragazzino fa una scoperta che lo sconvolge e che causerà una serie di conseguenze di cui tutti faranno le spese.

Le scelte che meritano un perdono

Con tanti rimandi a una cultura e a un’epoca che hanno lasciato il segno, Tell me everything narra uno spezzato di vita incredibilmente concreto ed emozionante. Grazie alla figura del protagonista – meravigliosamente incarnato da Mazor prima e da Ido Tako nella seconda fase) – il racconto prende man mano forma, colore e potenza. Boaz si fa portavoce di un particolare momento dell’infanzia, quello in cui qualcosa interviene a far scattare l’interruttore della crescita. Peccato che, in questo caso, sia un evento traumatico a causarlo. Da lì, nulla sarà più lo stesso, nemmeno l’affetto e la stima nei confronti del genitore tanto amato.

Tu mi hai salvato.

Il rapporto tra un padre e un figlio è sempre qualcosa di delicato e complesso. Qualcosa che determina che tipo di adulto sarà il più giovane, ma che spesso aiuta anche il genitore a comprendere il senso di molti aspetti dell’esistenza. Lo scambio tra l’uno e l’altro non si interrompe mai, nonostante gli ostacoli e gli eventuali traumi. Costretto a convivere con le sue scelte e con responsabilità talvolta più grandi di lui, Boaz arriva a comprendere ciò che conta, sopra ogni cosa, a lasciar andare e, soprattutto, a perdonare e perdonarsi. Una scena, in particolare, sembra simboleggiare la chiusura del cerchio, nel mezzo di una regia alquanto significativa e d’effetto, che gioca brillantemente con i generi e la musica.

*Sono Sabrina, se volete leggere altri miei articoli cliccate qui.

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