C’è una linea sottile che separa l’inchiesta dal voyeurismo, la denuncia dalla spettacolarizzazione. Il Castratore(The Eunuch Maker), la docu-serie in due episodi su Sky Crime e in streaming su NOW, cammina su quella linea con passo controllato, consapevole che il vero orrore non sta tanto in ciò che viene mostrato, quanto nel sistema che lo rende possibile.
Al centro del racconto c’è Marius “Theo” Gustavson, figura chiave di una rete clandestina accusata di aver organizzato e trasmesso online castrazioni volontarie, trasformando interventi irreversibili sul corpo umano in eventi da consumare in diretta streaming. Un caso che, per quanto estremo, non appartiene al regno dell’eccezione patologica, ma si inserisce perfettamente nelle logiche contemporanee della visibilità, del controllo e del profitto digitale.
A guidare l’indagine è Marcel Theroux, giornalista e conduttore britannico-americano noto per la sua capacità di esplorare mondi marginali senza cedere alla tentazione della semplificazione. Il suo approccio è sobrio, quasi distaccato, ma mai neutro. Theroux non cerca il colpevole da esibire, né la vittima da santificare. Segue le tracce, ascolta le testimonianze dei sopravvissuti, ricostruisce i passaggi che hanno portato da un quartiere londinese come Finsbury Park a una rete globale capace di agire nell’ombra per anni.
Affondando nella tela
Il Castratore non si limita a raccontare un crimine. Esplora un ecosistema. Un mondo sommerso e difficilmente intercettabile, in cui pratiche clandestine vengono organizzate, documentate e monetizzate online, aggirando controlli e responsabilità. Qui la sofferenza diventa merce, la mutilazione performance, e il consenso un territorio ambiguo, spesso piegato da dinamiche di dipendenza e manipolazione.
La forza della docu-serie sta nella sua capacità di non cedere al sensazionalismo. Le immagini sono misurate, il montaggio evita ogni compiacimento. La narrazione procede per accumulo di dati, testimonianze, frammenti digitali. È un racconto che chiede allo spettatore di restare vigile, di non rifugiarsi nella distanza rassicurante dell’“altro da noi”. Perché ciò che emerge è un interrogativo scomodo: quanto il sistema che ha permesso tutto questo è davvero così distante dalla normalità delle nostre abitudini online?
Il caso Gustavson diventa così una lente attraverso cui osservare questioni più ampie: il rapporto tra corpo e identità, il desiderio di controllo, la fragilità di comunità chiuse che si alimentano nel silenzio e nell’anonimato della rete. Il Castratore mostra come il potere non si eserciti solo con la forza, ma anche attraverso la promessa di appartenenza, riconoscimento, visibilità.
Distribuita da Blue Ant International, la docu-serie si inserisce nel filone delle grandi inchieste contemporanee, ma rifiuta l’estetica del true crime come intrattenimento puro. Non ci sono colpi di scena costruiti, né una tensione artificiale. Il disagio nasce dalla constatazione che tutto ciò è accaduto davvero, e che le condizioni che lo hanno reso possibile sono ancora in larga parte presenti.
In conclusione
Alla fine dei due episodi, Il Castratore non offre soluzioni né chiusure rassicuranti. Lascia piuttosto una domanda sospesa: cosa accade quando il corpo umano smette di essere un limite e diventa contenuto? In un’epoca in cui tutto può essere trasmesso, condiviso e monetizzato, la vera indagine non riguarda solo Gustavson o la sua rete, ma il nostro rapporto collettivo con lo sguardo, con il potere e con la responsabilità di assistere.