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‘Pebbles’: un viaggio senza redenzione sotto il peso del silenzio

Disponibile su MUBI, Pebbles, un dramma essenziale che trasforma un cammino sotto il sole in una condanna morale

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Pebbles (dal titolo originale Koozhangal), è il film d’esordio del regista indiano P.S. Vinothraj, uscito nel 2021 ed è attualmente disponibile su MUBI. Pebbles è un’opera dura e profondamente realista, che rifiuta qualsiasi compromesso narrativo o spettacolare. Vincitore del Tiger Award al Festival di Rotterdam del 2021, il film si è imposto come una delle voci più autentiche e sconvolgenti del nuovo cinema indiano, lontano anni luce dall’immaginario colorato e musicale di Bollywood.

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Una storia minima per un dramma universale

La trama di Pebbles è volutamente ridotta all’osso. In un arido villaggio del Tamil Nadu, un uomo violento e alcolizzato intraprende un viaggio a piedi insieme al figlio ancora bambino per andare a riprendere la moglie, fuggita dopo l’ennesimo episodio di violenza domestica. Il cammino si svolge sotto un sole implacabile, tra polvere, pietre e paesaggi disabitati. Non ci sono sottotrame, colpi di scena o svolte narrative particolari. Il film si concentra interamente su questo spostamento. Un viaggio sia fisico che simbolico, che trasforma il percorso in una lenta discesa nell’abisso morale del protagonista.

Lo sguardo del bambino come bussola emotiva

Uno degli elementi più potenti del film è la scelta di raccontare gran parte della storia attraverso lo sguardo del bambino. Il figlio non è solo un personaggio, ma una vera e propria lente morale attraverso cui lo spettatore osserva il mondo. Il suo silenzio e la paura costante, ma repressa, costruiscono un contrasto straziante con la brutalità del padre. Vinothraj evita qualsiasi sentimentalismo, non ci sono lacrime facili né discorsi esplicativi. È proprio questa sottrazione a rendere il dolore del bambino ancora più tangibile, trasformandolo in una presenza costante e soffocante.

Un ritratto spietato della mascolinità tossica

Pebbles è anche un film profondamente politico, pur senza mai dichiararsi tale. Il protagonista adulto incarna una mascolinità tossica, fondata sul controllo, sulla violenza e sull’incapacità di comunicare se non attraverso l’aggressività. L’uomo non viene giustificato, il regista non cerca di spiegare le cause del suo comportamento, ma lo mostra nella sua nudità più brutale. Questo approccio rende il film ancora più disturbante, perché rifiuta la consolazione, la compassione o una ipotetica comprensione nell’atteggiamento  del protagonista. Anzi obbliga lo spettatore a confrontarsi con una violenza strutturale, normalizzata all’interno del contesto sociale rappresentato.

Paesaggi aridi come riflesso interiore

La regia utilizza il paesaggio come chiara proiezione dello stato emotivo dei personaggi. La terra secca, le strade sterrate, le pietre che scricchiolano sotto i piedi diventano metafore visive di un mondo privo di empatia e compassione. Il caldo estremo non è solo una condizione climatica, ma una pressione costante che amplifica la tensione. La macchina da presa ci mostra corpi affaticati, la polvere che si attacca alla pelle, la fatica del camminare, trasformando lo spazio fisico in una vera e propria prigione a cielo aperto.

Un uso radicale del suono e del silenzio

Dal punto di vista sonoro, Pebbles compie scelte altrettanto radicali. La colonna sonora è quasi assente, sostituita da suoni ambientali. Il vento, i passi, il respiro affannato e le urla improvvise del padre sono parte integrante della pellicola, come fossero i veri protagonisti, donando ancor più realismo alla storia. Il silenzio diventa un elemento narrativo centrale, carico di tensione e significato. Quando la violenza esplode, lo fa in modo improvviso e disturbante, senza filtri o abbellimenti. Questa gestione del suono contribuisce a rendere l’esperienza visiva estremamente immersiva e, per certi versi, difficile da sostenere.

Un finale profondamente simbolico

Il finale di Pebbles rifiuta qualsiasi forma di catarsi. Non c’è redenzione, né una chiusura rassicurante. La conclusione lascia lo spettatore sospeso, costretto a interrogarsi sul destino dei personaggi e, più in generale, sulla possibilità di spezzare il ciclo della violenza. Le “pietre” del titolo diventano simbolo di un peso tramandato di generazione in generazione, di una durezza che sembra impossibile da scalfire. È un finale che sceglie la verità scomoda invece del conforto narrativo.

Pebbles non è un film facile, né vuole esserlo. È un’opera che richiede attenzione, pazienza e disponibilità emotiva. Proprio per questo, risulta necessaria nel panorama cinematografico contemporaneo. Vinothraj dimostra come, con mezzi limitati e una visione chiara, sia possibile realizzare un cinema potente, capace di parlare di temi universali come la violenza, l’infanzia negata e l’oppressione sociale. Si parla di un cinema che non intrattiene, ma interroga, lasciando addosso il peso di domande che continuano a risuonare ben oltre i titoli di coda.

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