Il caso Minamata, che vi abbiamo fugacemente raccontato qui, non è un film che si guarda con leggerezza, e non perché cerchi lo scandalo o l’indignazione facile. È un film che pesa, come pesano le cose che non possono essere ignorate.
Andrew Levitas racconta la tragedia ambientale di Minamata partendo da un punto di vista preciso, quasi ostinato: quello di W. Eugene Smith, fotografo e testimone. Incarnato da Johnny Depp senza eroismi di maniera, Smith è il perfetto corpo ferito prima ancora che coscienza civile. E già qui il film compie una scelta netta: non parla di Minamata in astratto, ma di cosa significa guardare Minamata e decidere di non voltarsi.
Il caso Minamata ed un Depp anticonvenzionale
Il nostro è un uomo stanco, devastato, spesso sgradevole. Non è l’eroe puro che arriva a salvare nessuno, ma un testimone che arriva tardi, sporco di colpe precedenti, e che proprio per questo riesce a capire la portata del disastro. Ed è forse proprio questo il cuore pulsante, la forza erculea di una pellicola come Il caso Minamata; infatti qui non si costruisce la forza sul pietismo, ma sull’attrito. Tra l’uomo e il mondo, fotografia, potere, verità e chi ha tutto l’interesse a soffocarla.
Il cuore del film sta nella riflessione sullo sguardo. La fotografia non è mai semplice documentazione, ma un atto politico. Ogni scatto è una presa di posizione. Levitas lo sa e struttura la messa in scena come un progressivo avvicinamento: all’inizio Smith osserva, poi si coinvolge, infine viene travolto. La macchina da presa segue questo movimento senza mai indulgere nella spettacolarizzazione del dolore. Quando arriva la celebre immagine della madre che tiene in braccio la figlia colpita dalla malattia, il film si ferma. Non commenta. Non spiega. Lascia che sia lo sguardo a fare il lavoro sporco.
Andrew Levitas, il vero occhio dietro l’obiettivo
La regia è sobria, talvolta persino trattenuta, ma coerente con l’argomento. Non c’è estetizzazione del disastro, né pornografia del trauma. La fotografia del film, volutamente spenta, lavora per sottrazione: colori desaturati, interni soffocanti, paesaggi industriali che sembrano già colpevoli prima ancora che incriminati. È un mondo che non offre vie di fuga visiva, perché non ce ne sono sul piano morale. E da tale paradigma non si distanzia la narrazione; dal piglio vagamente documentaristico,Il caso Minamata procede come un’indagine che non cerca colpi di scena ma accumulo di responsabilità. Il vero antagonista non è solo la Chisso Corporation, ma un sistema intero fatto di silenzi, connivenze, lentezze istituzionali. Il film non urla mai, ed è proprio questo a renderlo più efficace: la sua rabbia è organizzata, non istintiva. Sa dove colpire.
Il rischio di un’operazione del genere era quello del cinema a tesi, del film “giusto” ma inerte. Il caso Minamata lo evita grazie a una scelta fondamentale: mettere in discussione anche il testimone. Smith paga il prezzo della sua ostinazione, fisicamente e psicologicamente. Non c’è redenzione facile, non c’è lieto fine rassicurante. La vittoria, se così si può chiamare, è parziale, tardiva, insufficiente. Come spesso accade nella realtà.
La fotografia finale
Alla fine, il film lascia una domanda scomoda: quanto siamo disposti a guardare davvero, oggi, quando le immagini sono ovunque e il senso di responsabilità sembra dissolversi nella quantità? Il caso Minamata risponde senza retorica: guardare non basta. Bisogna restare. E restare, quasi sempre, costa. Una risposta che trova in essere in una sorta di comunanza tecnica che converge, non solo per il cuore tematico, ma anche per la forza argomentativa, con pellicole come Cattive Acque (2019), dove l’indagine legale sostituisce la fotografia ma la posta in gioco resta la stessa: costringere il sistema a guardare ciò che ha deliberatamente nascosto, diluito e archiviato.
Un film necessario, non perché dica cose nuove, ma perché ci costringe a ricordare che la verità, quando emerge, non è mai neutrale. E che il cinema, se vuole ancora contare qualcosa, deve avere il coraggio di sporcarsi le mani.