Disponibile su Netflix, Io sono notizia di Massimo Cappello, prodotto da Bloom Media House, non si limita a raccontare Fabrizio Maria Corona: ne utilizza la figura per interrogare un intero sistema culturale e mediatico.
La serie costruisce un ritratto che supera la biografia e diventa sintomo. Corona nasce dentro una contraddizione fondativa: figlio di Vittorio Corona, giornalista e intellettuale, uomo della parola, dell’analisi e della mediazione, sceglie consapevolmente la strada opposta. Dove il padre filtra, lui espone; dove il padre interpreta, lui amplifica. Non rifiuta il senso: lo sostituisce con l’impatto. Il suo ingresso nel mondo dello spettacolo — facilitato ma non determinato da figure chiave di quell’epoca — coincide con il riconoscimento immediato di un ambiente che già gli appartiene. L’Italia post-Tangentopoli, la Milano dell’edonismo persistente, l’ascesa di una televisione che non racconta più il Paese ma lo modella: Corona non irrompe in questo scenario, ne emerge come una forma coerente, negativamente necessaria, persino prevedibile.
Il denaro, il corpo, la scena
All’interno di questo universo, il denaro smette di funzionare come mezzo e diventa linguaggio. Non serve a comprare, ma a certificare l’esistenza. Fatturare equivale a essere. Il valore economico legittima ogni gesto e assolve ogni eccesso. Anche le relazioni affettive entrano in questa grammatica: non come legami da attraversare, ma come superfici narrative da gestire, corpi da amministrare, immagini da mettere in circolo.
Corona non agisce per crudeltà, ma per coerenza: applica al privato le stesse regole del mercato dello spettacolo. Persino la punizione non interrompe questa logica. Il carcere non produce frattura, non genera silenzio, non impone introspezione. Diventa scena. Diventa immagine. Il corpo, curato e ostentato, trasforma la detenzione in iconografia. La colpa si estetizza, la pena si narra. Qui il confronto con il cinema di Martin Scorsese diventa strutturale: i suoi personaggi vivono immersi nello stesso magnetismo dell’eccesso, ma nei loro mondi la caduta arriva sempre. In Io sono notizia, invece, domina l’idea opposta: che la punizione possa essere assorbita, metabolizzata, convertita in ulteriore capitale simbolico.
Il dolore organizzato come racconto
È però nel rapporto con la cronaca nera che il ritratto di Corona raggiunge il suo punto più disturbante. Qui non si tratta più di scandalo o trasgressione, ma di dolore reale, irriducibile. La serie mostra come anche la tragedia venga inglobata in una macchina narrativa che non conosce limiti: il lutto diventa materiale, la sofferenza contenuto, l’orrore una risorsa da organizzare. Questo passaggio non riguarda solo Fabrizio Corona, ma anticipa e riflette una trasformazione più ampia del sistema mediatico italiano.
Negli anni successivi, la cronaca nera si stabilizza come genere televisivo: i processi entrano nei salotti, le indagini si serializzano, il tempo giudiziario cede il passo a quello dello share. La giustizia perde centralità, il racconto prende il controllo. Alfred Hitchcock aveva compreso che il pubblico desidera guardare, ma aveva anche mostrato il peso morale di quello sguardo. Qui, invece, il voyeurismo si normalizza, diventa banale pratica quotidiana, consumo reiterato. Il buco della serratura non inquieta più: intrattiene.
La tragedia sospesa
In questo contesto, Fabrizio Maria Corona smette definitivamente di essere solo un individuo e assume i tratti di una figura paradossalmente mitica. Non un eroe, ma una creatura della tracotanza, dell’eccesso trash che rifiuta la misura. Come nella tragedia greca, tutto sembra predisposto per la caduta; ma a differenza degli eroi classici, Corona respinge l’anagnorisis, nega il momento della consapevolezza, congela il racconto prima della fine. La sua ossessione per Tony Montana chiarisce questa postura: Scarface costruisce una parabola inevitabile, in cui l’ascesa conduce alla rovina. Corona si appropria dell’icona, ma ne rifiuta il destino. Vive come se il terzo atto non fosse necessario, come se la tragedia potesse restare incompiuta.
Io sono notizia non forza una conclusione e non impone una morale. E forse non potrebbe farlo.